Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

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“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉

9 pensieri su “Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

  1. Articolo molto interessante per me che sto vivendo questa (sofferente) situazione con mia figlia tredicenne.Sto cercando di convincerla, insieme al papà, di parlarne con un dottore..siamo quasi sulla buona strada ma io mi chiedevo come comportarmi nel frattempo vedendo che ancora, a volte, pratica questi “graffi” sulle sue braccia:arrabbiarmi, fare finta di nulla, chidere il perché lo faccia?!?…è cosi tanto difficile! Ne abbiamo parlato,mi ha confidato i motivi(spesso e volentieri è una forma di dispetto quando non le permettiamo alcune cose, per esempio ritirarsi un po più tardi rispetto all’orario di ritirata) .Le ho spiegato che non serve a nulla graffiarsi e che i problemi si risolvono in altro modo(anche consigliandosi con me, con nonna, con la sorella,un amica) ma, appena sembra aver capito dopo pochi giorni ecco che mi accorgo che le parole non sono servite a nulla..lei dice che è una cosa che si sente dentro..una specie di senso di colpa. Ultimamente le piace un ragazzo..sarà dovuto anche a lui?sappiamo come,le prime cotte siano “importanti” a quest’età!?! Come devo comportarmi…? È cosi difficile gestire questa situazione…a volte penso di non esserne all’altezza e di sbagliare nei confronti di mia figlia e invece di aiutarla peggiorare la situazione! Scusi per essermi dilungata, spero possa consigliarmi cosi da gestire “il frattempo”!

    • Cara Savanna,
      so benissimo quanto è dura per una mamma vedere la figlia con le braccia tagliate! Rivolgetevi ad uno psicoterapeuta (mi raccomando, controllate sempre l’iscrizione all’albo), della vostra città, nel frattempo tutto ciò che potete fare è non minimizzare nè arrabbiarvi, ma dire a vostra figlia che avete capito che ha trovato questo metodo per sfogarsi, e che dopo la fa sentire meglio, ma che insieme potete provare a cercarne altri. Purtroppo qualsiasi pratica che abbia funzione di scaricare l’ansia, assume nel tempo carattere di dipendenza, quindi se vi è possibile agite prima che il meccanismo si sia ripetuto tante volte e quindi consolidato. Se avete bisogno di aiuto per trovare qualche terapeuta di fiducia, scrivetemi pure in privato, mi attivo per sentire se nella vostra zona ci sono terapeuti esperti in adolescenza.
      Un caro saluto e in bocca al lupo.

  2. La ringrazio vivamente per avermi risposto..stiamo cercando insieme al papà di convincerla a parlare con uno psicologo;un caro amico di famiglia ci ha indicato un dottore molto professionale in questo campo. Nel frattempo cercheremo di parlare con nostra figlia il più possibile; ho preso alla lettera ció che Lei ha scritto: cercare di farle capire che per i suoi “sfoghi” possono esserci tante altre vie..mi sembra tutto strano anche perché mia figlia mi racconta delle sue giornate a scuola cosi come il tempo passato con gli amici, o delle “emozioni”(le prime cotte) che prova quando vede il ragazzo che le piace passare per la strada…spero che sia solo un periodo e che presto si risolvi….grazie ancora. Buone feste

  3. Questo articolo mi torna estremamente utile! Ho diciotto e frequento l’ultimo anno di scuola superiore del corso “Servizi Socio Sanitari”; ed era mia intenzione inserire come argomento nella tesina di fine anno il disagio giovanile correlato all’autolesionismo. Mi sento in “dovere” di trattare di questo argomento per alcune esperienze personali, dando così una maggiore visibilità al problema, dato che, purtroppo, molto spesso lo si ignora data la difficoltà a parlarne o risulta “imbarazzante” farlo. Volevo sapere (se possibile), se esistono specifiche statistiche con i dati riguardanti l’autolesionismo (per esempio, in che fascia di età si presenta o se è in maggioranza nei maschi che nelle femmine) o articoli che trattano delle possibile terapie da attuare (o se si necessita anche di una terapia di tipo medico con la somministrazione di farmaci es. anti-depressivi).

    Sono sicura che con questi dati, riuscirò a rendere la tesina migliore! Grazie mille per aver trattato quest’argomento!

    • ciao chiara,
      scusa se m’intrometto…ho letto nel tuo commento di esperienza personale; non vorrei essere invadente ma non so più che fare con mia figlia…non riesco a convincerla di andare dallo psicologo e sto cercando di farle capire che questa “punizione” è sbagliata…volevo chiederti, visto che parli di esperienza personale se è stato un periodo che poi è passato o difficilmente se ne viene fuori….sto impazzendo nel vedere gli arti di mia figlia rovinati!….grazie in anticipo per la risposta (sempre se ti va di rispondere) e…in bocca al lupo per il tuo esame.

    • Chiara buongiorno! Non so aiutarti rispetto alle statistiche, posso dirti che solitamente si fa una valutazione molto accurata per decidere se somministrare farmaci, perchè non tutte le forme di autolesionismo sottendono uno stato depressivo. Rispetto all’efficacia delle terapie, è un dibattito molto complesso…perchè non bisogna guardare solo l’efficacia a breve termine, ma anche a lungo termine, e poi perchè non sempre la remissione di un sintomo è indicativa della risoluzione del conflitto che sta alla base di quel sintomo. Per mia esperienza, trattandosi di adolescenti, è sempre importante coinvolgere la famiglia nel processo terapeutico. Per avere dati più di tipo statistico, forse potresti scrivere a qualche riferimento universitario, es al dipartimento di psicologia dello sviluppo dell’Università della tua citta. Fammi sapere come va!

  4. Dottoressa buongiorno,
    grazie per l’interesse! Con mia figlia ci sono stati alti e bassi; con l’andare del tempo (da quando le ho scritto la prima volta) ha avuto altri tre episodi..queste tre volte ho constatato che gli episodi sono stati una conseguenza ad un nostro “no”. Le prime due volte voleva a tutti i costi ritirarsi un’ora più tardi dall’orario di rientro stabilito, e siccome sono andata a prenderla alla piazzetta principale lei si è sentita a disagio davanti ai compagni per essere stata la prima a rincasare (era un’uscita serale, e non ci sembrava proprio il caso farla stare oltre le 22.30 essendo il nostro un paesino dove a quell’ora ci sono molti più adulti che ragazzini). La terza volta è stata per essermi accorta che ultimamente tralasciava i compiti e li mi sono arrabbiata. Sembra l’abbia presa come una forma di ricatto…ogni volta che cerco di “impormi” (dopo svariate volte che prima cerco di prenderla con le buone) lei mi ricatta dicendo che allora si taglia. Sarà forse un mio sbaglio stare con la paura di questo suo gesto?….dovrei magari essere “fredda” ogni volta che cerca di ricattarmi facendo finta che non l’abbia detto. Dallo psicologo non c’è stato verso di farla venire, intanto cerchiamo col papà di essere più “accondiscendenti”, facendole capire il perchè dei limiti….spero sia solo un passaggio di crescita e che passi in fretta! grazie ancora per il suo interesse, Savanna

  5. E’ facile dire non farlo, devi smetterla ma nella nostra testa piú ci sentiamo dire cosí peggio é. La dottoressa ha spiegato molto bene i disagi, i pensieri e ciò che non é fruttuoso per una guarigione di tale sintomologia e altre dipendenze. Alla fine tutte le dipendenze nascono per motivi non risolti, per deviare l’ Incontro con Noi Stessi e sopratutto Non Pensare, affrontare la Realtà… Ho notato, sto notando in questi anni in cui piú cresco, piú scorgo la luce ma il cammino di totale guarigione non esiste ancora. Seppur abbia smesso, ora é il Pensiero che mi tormenta: a mio avviso, per diretta esperienza, é la fase piú complicata e lunga da togliere, placare. Ancora adesso a distanza di tempo dalla full della dipendenza ci pensò spesso. La cosa peggiore é che quando capisci a che livelli si é arrivati: solo quando noti a che punto sono arrivati i tuoi genitori, alla disperazione allora capisci di che cosa hai fatto, a che livellstraordinarieo,allora ti fermi un attimo e incominci a riflettere. Questo é l’ arma e lo scudo piú potente che abbia e mi ferma, pensare alla bellezza di stare con le persone a me care e di non ferirle… Finché durerà non so ma per ora mi rifugio in questa ancora di salvezza.
    A volte ci sono casi singoli ma se da un lato c’ é stato un migliormanto ora la mia Maschera preferirà si sta togliendo per dare spazio ad altre forme…. Io sostengo che quando una cosa negativa entra, farà parte di te per tutta la vita perché qualsiasi fattore rischia di farci cadere nel baratro che ci siamo costruiti… Quindi io dico sono stata un’ autolesionista, sono un’ autolesionista e lo sarò per sempre…
    Come lo definisco? La mia Maschera.
    Io lascio in giro la mia Testimonianza affinché uno non si senta solo o comunque, meno solo…dietro a tutto questa mia prigione costruita da Me, c’ é un grande senso di Solitudine e Rabbia, almeno per me é cosí…e ho notato anche leggendo in giro per il web e conoscendo vari volti, che si nascondono molti motivi ma alla base c’ é questo senso di grande vuoto e constatazione di non essere capiti…
    Dico sempre e con questo concludo:
    La mia storia é una delle tante ma ciò che accomuna tutte queste storie per quanto siano diverse le une dalle altre e straordinarie sono le emozioni, ciò che ci mettiamo dentro, é il Filo dei Sentimenti che ci unisce con una semplicità unica e giosa senza per forza aspettare quel tempo che richiede per conoscersi, instaurare un rapporto di fiducia che nella realtà invece richiede.
    En H. Cavalier

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