Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

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“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( https://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e https://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

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“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉