Dallo studio allo Studio – Workshop per psicologi/psicoterapeuti dello sviluppo

Dallo studio allo studio (2)

A CHI È RIVOLTO IL WORKSHOP?
Psicologi iscritti all’albo o psicoterapeuti.
In casi eccezionali si potranno valutare candidature di psicologi laureati non ancora abilitati

COSA IMPARERÒ DURANTE IL WEEKEND?
Potrai trovare risposta ad alcune FAQ:
Come declinare i capisaldi della psicologia dello sviluppo in indicazioni operative,
concrete, utilizzabili in prima persona o da fornire a genitori ed altri operatori?
Come relazionarsi in modo efficace con i genitori dei piccoli pazienti,  mantenendo l’alleanza fra genitore e figlio anche qualora ci siano conflitti, minimizzando il rischio di drop out?
Quali sono le tecniche da utilizzare/suggerire in presenza di bambini
particolarmente oppositivi e difficili da gestire?
Quali sono le caratteristiche comunicative e personali di un* psicolog* efficace?
Cosa dice la normativa in merito al consenso informato per i minori?
E nelle scuole? Come rispettare il segreto professionale in presenza di situazioni delicate?
Quali sono gli ambiti nei quali trovare spazi di lavoro originali, e come/dove trovarli?

COME SI LAVORERA’?
In gruppo (max 12 partecipanti)
Verranno riportati casi clinici reali e si proverà insieme (in alcuni momenti in gruppo, in altri individualmente) a gestirli, a partire dai concetti condivisi.
Verranno proposti giochi e role-playing,
ogni argomento verrà discusso a partire da domande-stimolo.
Non vi sarà una lezione frontale e i concetti teorici menzionati verranno utilizzati unicamente per tradurli in indicazioni pratiche,
non verranno pertanto rispiegati in modo astratto ed accademico.

QUANTO COSTA?
Il costo totale del weekend è di euro 180,00

COME CI SI ISCRIVE?
Versando un acconto di  euro 50,00 all’IBAN:
IT37S0359901899050188540218
e compilando il form all’indirizzo:
https://goo.gl/forms/ovMdg3ZSUNEv0pSm1

PER INFORMAZIONI O ALTRO:
E-mail all’indirizzo: silviaspy@gmail.com, tel o WhatsApp al +39 347 0846003

NB: NEL COSTO DEL WORKSHOP E’ COMPRESO UN ULTERIORE INCONTRO DI DUE ORE
(IN DATA DA DEFINIRSI INSIEME AI PARTECIPANTI), DI MONITORAGGIO,
FEEDBACK E SUPERVISIONE DEI CONCETTI APPRESI

SCARICA IL PDF del Programma

Novità :-)

Riassumo qui le novità di questo periodo,

così chi vuole condividere può farlo da un unico link 🙂

  1. GRUPPI PSICO-EDUCAZIONALI PER GENITORI, EDUCATORI, INSEGNANTI:

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Si tratta di moduli psico-educativi (non terapeutici), basati su 50 anni di ricerca scientifica sullo sviluppo della relazione genitore-bambino, consistenti in otto incontri da 2 h .

Si tratta di incontri in piccolo gruppo (6-8 persone), che aiutano i genitori a conoscere meglio la relazione con i figli, a farli crescere in modo sicuro e con più autostima. Gli incontri sono adatti a genitori di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, sono utilissimi in caso di genitori che hanno figli con temperamento particolarmente oppositivo o ansioso, si possono svolgere già nella fase pre-parto per accogliere l’arrivo del bambino nel migliore dei modi, possono essere svolti anche non da genitori ma da persone che hanno a che fare con bambini e ragazzi (educatori, insegnanti ecc).
NON ESSENDO TERAPIA non sono adatti a situazioni di disagio particolari o specifiche, si occupano della ‘normalità’ (per quanto possa esistere questo termine!) dei rapporti genitore-figlio.

Durante il modulo si lavorerà tramite:

  • visione di un filmato suddiviso in capitoli;
  • Utilizzo di schede per l’osservazione, schemi, diapositive;
  • Confronto e discussione di gruppo rispetto alle tematiche del filmato;
  • Brevi laboratori sulle emozioni in gioco.

I gruppi saranno omogenei per età, si terranno il martedì o il venerdì, in orario da definire, due ore ogni 15 giorni, da metà marzo a metà luglio. Il luogo è la sala riunioni del mio studio, in corso IV Novembre 8 a Torino (zona santa Rita, stadio Olimpico), ma per gruppi interessati posso anche valutare di spostarmi in città della cintura torinese. I costi sono diversi se si viene da soli, in coppia (con il partner o con un’amica) o addirittura se si riesce a creare un gruppetto autonomo (es una persona con un paio di amiche e i loro mariti o con quattro o cinque amiche), scrivetemi a silviaspy@gmail.com , o in privato su facebook per maggiori informazioni. Chi è interessato dovrebbe scrivermi, il più presto possibile : SE E’ GENITORE (OPPURE EDUCATORE, INSEGNANTE, OSTETRICA ECC), in caso sia genitore L’ETA’ DEL SUO BAMBINO o dei suoi bambini, IL GIORNO E la FASCIA ORARIA DI PREFERENZA (martedì o venerdì, fasce: 9,30/11,30, 11,30-13,30, 13,30-15,30, 17,30-19,30. ).

 

2. WORKSHOP DEL FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA, PIEMONTE IN TREATMENT

Si tratta di tre workshop organizzati in sinergia con alcuni colleghi, su tematiche diverse.
La metodologia di lavoro è interattiva, con simulazioni, giochi di ruolo, esercitazioni.
Il costo unitario per ogni workshop è un costo promozionale, di 20 € a persona.
I posti sono limitati, ci si iscrive tramite il sito di psicologia festival scaricando un coupon gratuito, che consegnato al momento del seminario darà diritto alla tariffa promozionale 🙂

Il workshop “l’unione fa la forza”, pur svolgendosi al micronido (per motivi di spazio), è rivolto a genitori di bambini e ragazzi di qualsiasi età.

CLICCA QUI PER VEDERE I WORKSHOP

3. T-AP – TALKING ABOUT PSYCHOLOGY: ESSERE GENITORI NELL’ERA 2.0

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Verrò intervistata in streaming da Laura Toscano, sul tema della genitorialità nell’epoca 2.0. Si parlerà di funzioni genitoriali e di “sindrome dell’attimo fuggente”.

L’incontro è aperto a tutti ed è gratuito, sarà visibile su youtube

CLICCA QUI PER ACCEDERE AL CANALE YOUTUBE AP PIEMONTE

Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

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Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

Intelligenza, lodi e difficoltà scolastiche; la storia di Christian

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Bravo! Bravo tesoro, come sei stato bravo!

Quante volte noi genitori diciamo queste cose ai nostri figli nell’intento di consolidare la loro autostima e far sentire loro tutto il nostro appoggio?
Purtroppo non sempre le lodi, soprattutto quando relative alla persona in toto e non semplicemente ad una strategia messa in atto, hanno quest’effetto.

Per spiegarvi il perchè, vi racconto la storia di Christian.

Christian ha 14 anni, e viene portato da me dalla sua famiglia perché prossimo alla bocciatura…la famiglia non si spiega come sia possibile, perché Christian è sempre stato il primo della classe, il bambino più intelligente al nido, alla materna, alle elementari e alle medie.
Durante l’anamnesi, i genitori mi raccontano che il loro figlio è sempre stato considerato un po’ un bambino prodigio: ha imparato a parlare prestissimo e con grande proprietà di linguaggio, ha iniziato a leggere da solo a 4 anni: in autonomia si è preso un libro scritto a caratteri stampatello ed ha iniziato a leggerlo a voce alta, suscitando lo sbalordimento dei suoi genitori; fin dall’asilo nido è stato sempre riportato dalle insegnanti che dal punto di vista cognitivo era molto più avanti degli altri; le maestre della scuola dell’infanzia ripetevano continuamente ai genitori che Christian finiva le schede proposte in tre secondi, loro se lo coccolavano e lo chiamavano “il nostro assistente”.
Anche alla scuola primaria non c’è stato nessun problema: Christian era sempre il primo, addirittura le insegnanti gli davano 10 al primo quadrimestre, a differenza di quanto usavano fare di solito, perché non era proprio possibile dargli un voto inferiore.
Stessa storia alle medie: i genitori raccontano con imbarazzo (e malcelato orgoglio) che mentre loro facevano fatica a farlo staccare dai libri, i genitori dei suoi compagni si lamentavano spesso perché i figli non leggevano abbastanza.
Christian in effetti è un divoratore seriale di libri, legge e memorizza con facilità, ma non è bravo solo nelle materie umanistiche..non ha mai avuto problemi nemmeno nelle materie scientifiche.

I genitori quindi sono rimasti molto perplessi e stupiti, di fronte alla progressiva debacle di Christian al primo anno del liceo classico al quale lui si è iscritto; i voti hanno iniziato a calare pesantemente, loro se ne sono accorti tardi perché Christian non diceva nulla ed ha nascosto i voti fino a quando ha potuto; i genitori, tranquilli perché abituati al fatto che il figlio andasse sempre bene, non hanno controllato il registro elettronico più di tanto, ed hanno capito la gravità della situazione solo quando sono stati convocati a scuola. Ormai l’anno scolastico volge al termine, ed i professori hanno parlato chiaramente alla famiglia dicendo che sarà bocciato; hanno anche sottolineato il fatto che il ragazzino è piuttosto immaturo ed arrogante, altra informazione che li ha lasciati molto stupiti, abituati com’erano a sentirlo sempre lodare.

Conosco Christian e cerco di capire che cosa sia successo: Christian è un ragazzino molto carino, simpaticissimo, la sua intelligenza brillante mi è chiara fin dai primi cinque minuti di seduta, nei quali riesce al volo a capire qualsiasi cosa della quale stiamo parlando; ha ironia, perspicacia, è in grado di accedere al piano simbolico della conversazione; condividiamo anche passioni ed interessi letterari (Agatha Christie), per cui l’aggancio con lui è molto semplice.
Gli chiedo se ha capito quale sia il suo problema e lui dice di no, anche perché la classe gli piace, i compagni sono gentili e lui è ben inserito, i professori non così bravi (a suo dire), ma comunque non c’è un clima pesante.
Per capire meglio gli propongo di sottoporlo al test wisc che misura il Q.I., Christian accetta senza problemi, sicuro di sé.

Dal test risulta in effetti un QI di 143, nettamente sopra la media.

Inizio quindi a capire meglio che cosa sia accaduto.
Il ragazzo è sempre stato abituato a fidarsi della sua dotazione intellettiva, considerandola come una qualità fissa: qualsiasi compito gli è sempre stato facile, non ha mai avuto bisogno di soffermarsi a studiare: mentre i compagni dovevano andare a casa e provare e riprovare un esercizio, lui lo eseguiva nell’intervallo in due minuti senza alcun problema; non ha mai studiato più di tanto a casa le materie orali, perché solo ascoltando la spiegazione a scuola lui le memorizzava e alle interrogazioni, anche grazie alla proprietà di linguaggio acquisita con la lettura, aveva sempre ottimi voti. I genitori lo hanno sempre molto lodato per questo portando i suoi voti ad esempio, parlandone con i nonni, gli zii, facendogli un sacco di regali e facendogli i complimenti per la sua ‘grande testa’. (Anche piena di folti riccioli 🙂 )
Quando però il compito è cresciuto (il liceo classico scelto da Christian comporta una mole di studio non indifferente), e lui ha dovuto in qualche modo iniziare ad impegnarsi, si è scoperto completamente non in grado, ed anziché mettersi lì poco per volta e provare ad incrementare le sue capacità, si è sentito minato nella dote della quale si fidava di più (la sua testa) ed è entrato completamente in crisi.

Che cosa è successo quindi? Cerchiamo di capirlo insieme.

L’intelligenza e le teorie del sé legate ad essa sono state studiate da molti autori (ad esempio Carol Dweck), e si sono scoperte un sacco di cose interessanti.
Le ricerche ci mostrano che esistono due modalità fondamentali di considerare la propria intelligenza:

  • la prima viene chiamata teoria entitaria o fissa, ed è proprio quella che aveva Christian, cioè pensare che l’intelligenza sia un fatto acquisito, innato, non modificabile, molto collegato alla prestazione: l’autostima e la percezione di sé si configurano quindi come un riflesso dei voti alti che si prendono o delle lodi, che diventano l’unica cosa che importa (e che mette ansia);
  • la seconda invece, è quella incrementale o di crescita: consiste nel considerare l’intelligenza come un qualcosa che si può allenare ed espandere, quindi si può sentirsi bene nello sfidare i propri limiti, si ha il desiderio non di cogliere “tutto e subito” ma di incrementare sempre di più le cose che si sanno, gli errori vengono considerati utili, ci si basa non sulla prestazione ma sulla padronanza, e non si è così attenti ai risultati numerici à l’autostima è legata alla percezione di stare aumentando le proprie capacità tramite buone strategie.

Come potete immaginare, Christian è molto lontano da questa seconda mentalità; occorre che io e lui intraprendiamo un lavoro per fargli capire e modificare la percezione di se stesso, in modo che la sua dotazione intellettiva possa esprimersi al meglio; Christian ha bisogno di imparare come fare per stare attento, per sedersi e stare un po’ di tempo fermo a provare e riprovare a fare una cosa che non gli riesce al volo, di imparare come fare a non provare frustrazione quando un compito non è per lui immediatamente accessibile, perché non è per nulla abituato.

Per fortuna il buon clima fra noi consente una ottima collaborazione, che passa anche dall’elaborare i vissuti faticosi di Christian legati al dover mettere in discussione un qualità per lui fino a poco tempo fa percepita come fondante ed immutabile.

Anche i suoi genitori partecipano al percorso, li incontro periodicamente per mettere a punto con loro nuove modalità di supporto per il figlio, occorre che smettano di dirgli continuamente che è bravo ed intelligente, ma piuttosto incentivino il suo impegno.

Proviamo quindi a tenere presente quanto emerge: cerchiamo di lodare i bambini per il loro impegno e per il fatto che stanno migliorando le loro capacità ed adottando strategie più funzionali, piuttosto che invece mettere loro etichette fisse come “SEI intelligente, SEI sveglio, SEI bravo”.

Il compito più difficile è farlo con i bambini plusdotati, perché è difficile lodare l’impegno in bambini che, a tutti gli effetti, fino ad un certo punto NON SI IMPEGNANO!
Infatti molto spesso il problema sorge quando la richiesta scolastica cresce…la letteratura è piena di abbandoni scolastici di ragazzi plusdotati.
In questo caso, è importante e affiancare alla scuola delle attività, magari sportive, nelle quali il ragazzo o la ragazza non siano immediatamente capaci, in modo che imparino l’importanza di allenarsi, di considerare gli errori una cosa importante dalle quali apprendere, di perseverare e considerare se stessi come un sistema mobile, in continua espansione ed evoluzione.

Un altro suggerimento utile può essere quello di interrogarci noi in primis: quante volte, come genitori, specie in questa epoca nella quale i “LIKE” sono importanti, ci ‘vantiamo’ del successo dei nostri figli, specie in termini di prestazioni e voti?
Comprendo benissimo, da mamma, che il cuore si riempie di orgoglio ad avere un ragazzo che va bene a scuola, ma stiamo attenti alle insidie che questa tipologia di comportamento sottende: rischiamo di passare ai nostri figli un messaggio sbagliato, e di non aiutarli ad allenare quella competenza fondamentale che consiste nel desiderare di sfidare i propri limiti con entusiasmo al fine di apprendere sempre di più, impegnandosi anche a partire dagli errori, preziosa occasione per rivedere le proprie strategie e mettersi alla prova.

Che ne pensate?

Bibliografia:

Dweck, C.S. (2000) – “Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo”. Erikson. Trento

Dweck, C.S. -“The Perils and Promises of Praise” in Educational Leadership, October 2007 (Vol. 65, #2, p. 34-39), full article available at http://www.ascd.org

P.S. Come sempre, a tutela della privacy, Christian è un nome di fantasia 😉

Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

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Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

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“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( https://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e https://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

blog5

Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck