Il blog diventa anche V-LOG!

Da oggi, le conversazioni psicologiche non sono solo post ma anche video!

Il primo riguarda lo spiegare nel dettaglio come funziona la psicoterapia 🙂

Spesso si immagina qualcosa di molto diverso da ciò che è in realtà..fatemi sapere, dopo aver visto il video, se è come vi aspettavate o siete rimasti sorpresi..

 

Cliccate sul link qui sotto per vedere tutti gli altri video 🙂

https://silviaspinelli.it/video-youtube/

Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

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“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉

Riconoscere ed affrontare gli attacchi di panico: la storia di Francesco

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Buongiorno e buon anno cari amici,
riprendiamo le nostre conversazioni psicologiche parlando di un disturbo diffuso e piuttosto pesante: gli attacchi di panico.
Mi chiedono in tanti di spiegare qualcosa in più su questo genere di problema e su come affrontarlo, specie quando riguarda bambini o adolescenti.
Per farlo, vi racconto una storia realmente accaduta.

Un giorno ero nello spogliatoio della piscina con i miei figli..un luogo che qualsiasi mamma che lo abbia frequentato può descrivere come un girone dantesco…un caldo infernale, il figlio grande che deve lavarsi, vestirsi ed asciugarsi ed è completamente passivo e distratto, molle come un burattino; il piccolo che invece è attivo come una molla e corre qua e là bagnandosi le calze, sudando..io che cerco di gestire la cosa.
Quel giorno, poco prima, mentre ero sugli spalti intenta a rincorrere il piccolo e ad evitare che si sfracellasse sulle gradinate, avevo notato che un bimbo di un altro corso aveva “bevuto” un po’ di acqua mentre si tuffava, e si era messo a tossire e a piangere. Non ci avevo fatto molto caso perché sono cose che possono capitare, in piscina, specie ai più piccoli.
Ma dopo 10 minuti, a lezione finita, avevo trovato nello spogliatoio quello stesso bambino, seduto con la mamma vicino a lui, che continuava a tossire in modo convulso e a tentare di introdurre aria..mi sembrava molto agitato e spaventato, tossiva sempre più forte, la mamma era anch’essa molto agitata e stava valutando se chiamare il 118..continuava a dire “non capisco come sia possibile!!Non dovrebbe più tossire!!Ha bevuto pochissimo!!”.
Guardavo quel bambino e tutto nel suo atteggiamento mi indicava che stava avendo un attacco di panico..gli occhi terrorizzati, la tosse che sembrava più “sforzata” che vera…la “fame d’aria”…valutai per un attimo di farmi i fatti miei ma l’istinto psico fu insopprimibile. 🙂
Chiesi alla signora se potevo avvicinarmi e come si chiamava il bambino.
Francesco, mi disse….
Mi inginocchiai davanti a lui e gli dissi: “Francesco, prima hai bevuto e per un attimo non sei riuscito a respirare..ti sei molto spaventato…questo spavento non ti è ancora passato, ti è rimasto nel corpo e ti fa tossire..ma ora puoi respirare..guarda, dammi una manina..mettila sulla pancia (lo aiutai a posare una mano sulla sua pancia)…vedi come si gonfia come un palloncino? E’ perché dentro c’è l’aria, quindi stai respirando. Prova a respirare piano col naso, vedi che la pancia si gonfia..poi si sgonfia….è l’aria che entra ed esce…senti? Hai avuto proprio ragione a spaventarti, prima, ma respiri bene, adesso.”
La tosse cessò praticamente in modo istantaneo.
La mamma mi guardò sbalordita, come se avesse visto un marziano verde con dieci occhi o Brad Pitt in costume (preferisco quest’ultima ipotesi) 😉
“Come ha fatto????” mi chiese?
Ne seguì una lunga conversazione al bar della piscina, in cui spiegai qual era il mio lavoro; la signora mi raccontò che queste cose erano iniziate da quando la sorella di Francesco si era “strozzata” con un boccone di mozzarella a tavola, in sua presenza, e tutti si erano spaventati moltissimo.
Lei stessa aveva aiutato la figlia a liberarsi dal boccone ma poi era semi-svenuta.
Da quel giorno Francesco aveva iniziato a masticare ogni boccone di cibo anche per un quarto d’ora prima di deglutirlo, e in occasione di altri spaventi, aveva manifestato sintomi somatici simili a quelli accaduti quel giorno, con tosse e difficoltà a respirare.
Inoltre, già da piccolino, Francesco aveva mostrato di essere incline alle somatizzazioni..gli succedeva di strofinarsi gli occhi con la mano come se non ci vedesse…la visita oculistica aveva sentenziato che non c’era alcun problema di vista e che si trattava di un tic nervoso, avevano suggerito di ignorarlo, che sarebbe sparito da solo, e così era accaduto.
La mamma mi disse che era da un po’ di tempo che aveva in mente di far aiutare Francesco da uno psicologo, e fu sollevata quando le fornii il nominativo di una mia collega (non lo presi in carico io stessa perché era una persona che incontravo settimanalmente, in piscina, e che avrei incontrato ancora per molto tempo).

Ma perché certe volte le cose si esprimono in modo somatico?
Perché vengono gli attacchi di panico?
E come si possono aiutare bambini o adulti che ne soffrono?
La chiave di volta, è il riconoscimento e la validazione dell’esperienza emotiva.
Molto spesso, le manifestazioni somatiche dell’ansia sono collegate al mancato riconoscimento delle emozioni e alla conseguente difficoltà di gestione delle stesse.
Ci sono famiglie in cui, per svariati motivi, l’espressione dell’emotività è disincentivata, bandita…in effetti in consultazione mi è capitato di incontrare genitori poco affettivi, molto razionali e distanti dal mondo interno dei loro figli.. più spesso però ho conosciuto genitori amorevoli, che con l’illusione di tutelare i loro bambini, avevano scelto di non esprimere mai le loro emozioni di fronte a loro, specie se negative..a parole magari invitavano i figli a parlare dei loro sentimenti, ma con l’esempio mostravano che esprimere sofferenza o paura era tabù.
In questi casi invito sempre i genitori a parlare di più ai loro figli di come stanno, anche a dire quando sono tristi per qualcosa o arrabbiati (senza naturalmente caricare i bambini di preoccupazioni non adatte alla loro età).

In effetti, se come individui non riusciamo a sintonizzarci con ciò che proviamo, le sensazioni corporee legate ad un’ attivazione emotiva possono apparire estranee e molto invasive..
Una paziente (adulta), mi diceva: “dottoressa sento qualcosa di forte ma…non so spiegare esattamente cosa mi capita, però sto malissimo…ho paura, mi sembra di essere sul punto di morire….e invece gli altri mi dicono di stare tranquilla, che non mi sta succedendo nulla..in pratica secondo loro, ciò che sto provando non ha senso!!” (ricordate la mamma di Francesco: “non dovrebbe più tossire!!” )
..capite come queste minimizzazioni possano rendere l’esperienza dell’attacco di panico ancora più incomprensibile e terribile..si perviene ad un punto tale di spavento nel quale l’unico desiderio è che questa brutta esperienza non si ripeta, e come sa bene chi soffre di questo disturbo, si può arrivare a non uscire più nemmeno di casa, per paura di essere in una situazione in cui l’episodio si ripete di nuovo. Il solo pensiero dell’attacco di panico innesca un’attivazione fisiologica (ansia anticipatoria), che viene letta come segnale dell’imminente attacco, aumentando la paura anziché diminuirla e guidando il comportamento verso l’evitamento, il ritiro.

Ma cosa si può fare, allora?

Intanto, convalidare l’esperienza emotiva che sta accadendo: tutto ha un senso ed è utile, nella psiche, compresa la paura.
Senza provare paura saremmo fritti!! Ci sono persone con malattie genetiche rarissime oppure che hanno avuto dei traumi all’encefalo, incapaci di provare paura, e solitamente la cosa non finisce bene…La paura in sé non è una cosa sbagliata. (lo dicevamo anche della rabbia, nel post del bacino di Giuda).
Però deve essere integrata con altre componenti emotive e cognitive…non può farla da padrona influenzando comportamenti e decisioni. Vi faccio un esempio:
Se sono su un pedalò in mare con una persona che non sa nuotare, la nostra paura di poter cadere in acqua sarà completamente diversa, poiché per quella persona c’è un pericolo oggettivo di sopravvivenza, mentre per me c’è solo la possibilità di farmi un bel bagno al largo.
Se io fossi terrorizzata dal pensiero di cadere in acqua, pur sapendo perfettamente nuotare, ci sarebbe qualcosa che non va…vorrebbe dire che la paura, anziché semplicemente svolgere la sua funzione evolutiva di segnalazione di un possibile pericolo, ha preso il sopravvento su tutto il resto.
Se poi, per il timore di poter eventualmente cadere in acqua, rinunciassi alle vacanze, e il mio ragazzo, esasperato, mi lasciasse per questo, capite come la mia vita si starebbe organizzando totalmente intorno a quell’unico denominatore?

Se ciò accade, si deve provare ad aiutare la persona a rientrare in possesso dei meccanismi di riconoscimento e gestione dell’attivazione emotiva.
Quindi bisognerebbe cercare di evitare di dire a qualcuno che sta male “non ti sta succedendo nulla”..meglio piuttosto dire la verità: “stai avendo un attacco di panico (se è un bambino: stai avendo una crisi di spavento), è molto brutto ma ti è già successo e sai che non morirai, proviamo a trovare dei modi di affrontarlo insieme”.
Bisogna aiutare la persona a capire COSA sta provando, PERCHE’ si attiva in quel modo, e dare un senso, un’integrazione, a ciò che accade, e soprattutto lavorare con lui, perché capisca che quell’esperienza non è qualcosa di insensato, che arriva dall’esterno ad invaderlo e basta, ma che genera dal suo interno e come tale, come tutte le altre emozioni, PUO’ ESSERE GESTITO. E’ una cosa che si puo’ imparare, per fortuna.:-)
Quindi, aumentare il lessico emotivo ed incentivare l’auto-osservazione, sia attuale che nel ricordo delle esperienze passate, in modo da stimolare collegamenti fra esperienze vissute solo in maniera razionale, e la relativa e spesso misconosciuta componente corporea.
Anche già solo comprendere che ciò che accade è un attacco di panico, diminuisce la
paura..ricordate come si è calmato Francesco?
Ai bambini dico la verità: “può succedere che i pensieri brutti, le preoccupazioni, le cose che abbiamo nella testa e nel cuoricino, se non riusciamo a dirle, ci facciano qualche dispetto e vadano a finire nel corpo, così possiamo sentirle…ma ci sembrano cose così strane e sconosciute, paurose…vedrai che però, allenandoci un po’insieme, possiamo imparare ad ascoltarle, a capirle e a spiegarle meglio” (Le emozioni si potranno esprimere con le parole, ma anche attraverso giochi, disegni, rappresentazioni di vario genere).

Nella terapia si possono affiancare anche “tecniche” di gestione dell’attacco di panico vero e proprio (controllare la respirazione ad esempio)..ma se non si lavora sul resto, sono tecniche poco efficaci, perché agiscono solo a livello del sintomo ma non affrontano la causa…è come prendere la tachipirina se c’è un’infezione in corso..la febbre scende, ma il problema non è affatto risolto. (Anzi).

Può capitare a tutti di avere dei momenti di ansia, anche intensa, ma è necessario rivolgersi ad uno specialista se:
• Le manifestazioni di panico sono talmente intense da condizionare la vita scolastica/lavorativa/affettiva;
• Le manifestazioni sono accompagnate da altre somatizzazioni (dermatite, psoriasi, gastrite, asma);
• Le manifestazioni non sono relative ad un periodo circoscritto ma perdurano nel tempo, anche in momenti di tranquillità;
• Le manifestazioni hanno carattere crescente (prima una volta al mese, poi due, poi più volte a settimana ecc)

Che ne pensate?

Meli, ciliegi & Co

Aggiornato di recente1

 

No, non avete sbagliato blog 🙂
Il titolo “arboricolo” di oggi mi serve per ampliare il discorso delle aspettative, accennato nei commenti del post precedente, ed integrarlo con qualche riflessione in più.
Ci sono cose che i sacri testi (seppur importantissimi) di psicologia non spiegano, e che si imparano sul campo, lavorando con i bambini e diventando a propria volta genitori.
Una di queste è l’argomento del post di oggi.
In contrasto con ogni legge della riproduzione vegetativa, fra genitori e figli umani accade una strana magìa: una mamma melo incontra un papà melo, insieme arano il terreno, lo innaffiano e lo preparano…fanno la loro bella semina con piccoli semi di melo..inconfondibili, lucidi, a forma di goccia…attendono et….voilà, ecco che spunta un bel ciliegio!

Ovvio sbalordimento e sorpresa.

Alcuni genitori hanno più facilità ad accettare questo bizzarro incantesimo di trasfigurazione, forse per carattere, o forse perché sono essi stessi una coppia di alberi differenti e quindi non vivono la diversità in modo eccessivamente estraniante..stanno lì a osservare le foglie spuntare, vedono i fiori di colore diverso da quelli che si aspettavano, sono perfino orgogliosi perché -wow, questo alberello, che bei fiori e che bei frutti che ha-.
Altri genitori invece, sono completamente impreparati ad accogliere un ciliegio in una famiglia di meli. Sono meli da generazioni. Producono ottime mele. Magari hanno già altri figli meli. Quindi è comprensibile la loro reazione…cercano di potare le foglie a forma di melo, fanno tutto quello che si fa con i meli, addirittura tagliano via le ciliegie appena spuntate, semplicemente perché non le riconoscono, causando disagi al povero alberello…la colpa non è di nessuno, ma le cose non quadrano…e nessuno sta bene, emergono sintomi psicologici, problemi di varia natura e tanta rabbia da ambo le parti.
I genitori arrivano in consultazione “portando” in studio un bambino o un ragazzo, e chiedendo implicitamente (a volte nemmeno tanto) alla psicologa “fammelo diventare un melo!”
Quando mi accorgo che nella famiglia sta succedendo questo, devo lavorare con i genitori sul rendere consapevole tale domanda, ed esplicitare le aspettative mancate ed il relativo senso di frustrazione e fallimento, altrimenti si rischia di non comprendere il vero obiettivo della terapia: uno psicologo lavora sempre per aiutare l’individuo a sviluppare al meglio le proprie potenzialità (in questo caso quindi dovrebbe aiutare il bambino/ragazzo a diventare un ciliegio, andando esattamente nella direzione opposta rispetto al mandato dei genitori.).
Per fare un lavoro utile e produttivo occorre quindi sapersi alleare con entrambi gli attori in campo (bambino e genitori), attivando un’importante funzione chiamata IDENTIFICAZIONE MULTIPLA (ne parlerò ancora).
Una cosa che aiuta molto a non sentire un senso di estraneità e rassicura i genitori, è porre l’attenzione sul fatto che è vero che un figlio può essere un albero diverso da quello atteso, ma la terra su cui germoglia è comunque sempre quella della famiglia. Questo aiuta a sviluppare la fiducia nel fatto che i valori fondamentali vengano trasmessi e che ci saranno bei frutti, frutti validi, frutti importanti, di qualunque genere essi siano.
Pertanto, se vostro figlio/a vi sembra sviluppare delle foglie strane e poco riconoscibili, armatevi di pazienza, curiosità, e di un buon manuale di botanica….se spunta un albero davvero insolito o esotico e proprio non riuscite a sintonizzarvi, non vi capite, e questo genera distanza e sofferenza, non abbiate timore di consultare uno specialista. (In psicologia, non in agraria!) 😉