Il blog diventa anche V-LOG!

Da oggi, le conversazioni psicologiche non sono solo post ma anche video!

Il primo riguarda lo spiegare nel dettaglio come funziona la psicoterapia 🙂

Spesso si immagina qualcosa di molto diverso da ciò che è in realtà..fatemi sapere, dopo aver visto il video, se è come vi aspettavate o siete rimasti sorpresi..

 

Cliccate sul link qui sotto per vedere tutti gli altri video 🙂

https://silviaspinelli.it/video-youtube/

Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

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“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉

LMi+ ovvero “La marcia in più”: supercompensazione psicologica e workaholismo

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“oh, questo mondo
anche la vita della farfalla
è impegnata”

Kobayashi Issa-

“Io faccio tutto,
e manco bono và”

-Mia nonna-

Donna multitasking, che vorresti librarti come una farfalla ma sei oberata da casa-figli-lavoro-impegni extra, mi rivolgo a te (uomo, non me ne volere, ma la mia esperienza clinica ed umana mi rende più semplice rivolgermi alle donne 🙂 ).
Ti senti di fare tantissime cose per gli altri e che queste non vengano riconosciute, o che addirittura non vadano mai bene?
Ti senti di occuparti di tutto e tutti, ma quando tocca agli altri occuparsi di te, misteriosamente non c’è nessuno?
Fai tante cose, troppe, eccessive, ciò nonostante agli altri sembrano sempre normali e scontate, perché “tanto tu ce la fai”?
Hai dei momenti in cui ti sembra di non farcela proprio per niente, in cui la solitudine ti prende alla pancia e la guardi come un pozzo nero e vischioso, nel quale per un attimo desideri affondare…e un attimo dopo hai le maniche tirate su e sei già tornata al lavoro?
Il lavoro ti dà soddisfazione, è l’unico ambito in cui le tue competenze vengono riconosciute e in cui ti senti sicura, padrona di te, brava?

Ok, fai un bel respiro ed immergiti in questo post.

Sempre più spesso, nel mio lavoro di terapeuta ma anche nelle mie relazioni personali, ho notato la correlazione fra un tipo particolare di costruzione del senso del valore, e un successo lavorativo che sfiora (o affonda!), nella dipendenza da lavoro (in gergo psico: workaholismo).
Il tema mi sta molto a cuore, tanto che le cose anticipate qui diventeranno un  libro, con le storie delle donne che mi hanno aiutata a comprendere come funziona questo meccanismo insidioso.

E allora, cerchiamo di osservare cosa accade.

Per prima cosa, vorrei introdurre il concetto di supercompensazione: è un concetto utilizzato in ambito sportivo, che indica “un processo fisiologico che si verifica al seguito di un lavoro muscolare, che porta il tessuto ad una fase di stress (fase catabolica) e dopo, a seguito di riposo, ad una fase di crescita ed adattamento (fase anabolica). Nell´allenamento la fase catabolica prolungata è assolutamente da non sottovalutare, per evitare conseguenze negative fisico-muscolari e psicologiche. La conseguenza della fase catabolica prolungata è la “caduta fisica” che può anche essere chiamata sovrallenamento.” (Wikipedia).

Ma in senso psicologico, cosa significa?

Per capirlo insieme, vi faccio un esempio.
Immaginiamo una bambina, una bambina “poco vista” dai genitori, magari non del tutto voluta ed accettata, magari con genitori inesperti, non pronti al loro ruolo, o invischiati in problemi personali (di coppia, di lavoro, di vita). Oppure con genitori decisamente ed apertamente squalificanti e svalutanti.
Immaginiamo parallelamente una bambina invece molto voluta e desiderata, con genitori presenti, con molte aspettative, che la portano sempre “in palmo di mano”, elogiandola per come fa bene le cose e per quanto è brava e perfetta, il loro vanto, il loro motivo di orgoglio.

Faccio questi due esempi perché intorno a questi due estremi, si strutturerà un senso del valore personale non sano, legato all’idea di prestazione.

Quando il senso del valore si struttura così, in realtà ciò che si prova non è un senso di sé stabile; si capisce di “valere”, ma questa consapevolezza è sfuggente, è sabbia fra le dita, la si coglie con la coda dell’occhio, ma appena ci si volta, è già sparita, sfumando spesso nel suo opposto, ovvero in un senso diffuso di inferiorità e dis-valore.
Questa sensazione porta allo sviluppo di meccanismi di supercompensazione, nella speranza (quasi sempre inconscia), di garantirsi l’affetto.

Dice Ansbacher, psicologo adleriano: “Quanto più forte e intenso è il senso di inferiorità, tanto più grande è il bisogno di ricorrere a una linea di orientamento, che emergerà sempre più distintamente e avrà come fine ultimo la sicurezza“  (Ansbacher H., Ansbacher R., 1956).
La prima bambina, per farsi notare e/o apprezzare, potrà sviluppare delle competenze straordinarie.
Nel libro lo scoprirete: bambine quasi “prodigio”, che a tre anni leggevano, o che a otto anni già come piccole donnine si occupavano di un familiare, di una nonna ammalata, delle pulizie domestiche (molte di queste bambine hanno in seguito intrapreso professioni legate alla cura della persona: infermiere, educatrici, psicologhe).  😉
La seconda bambina, dovrà lavorare sodo per mantenere sempre alto lo standard, perché sente che questo le garantirà di continuare ad essere amata, apprezzata, valorizzata: dovrà essere la prima della classe, nello sport, ecc.
Entrambe, potranno diventare molto brave in quello che fanno (studio o lavoro che sia)…ed entrambe, continueranno segretamente ( e soprattutto inconsciamente!!) a sognare e a desiderare di essere amate ed apprezzate nonostante, quello che fanno.

Questo perché sentirsi “capaci” è cosa ben diversa dal sentirsi “amabili”. L’amore è gratis e non dovrebbe mai dipendere dalle prestazioni.

Ok, obietterete, però impegnandosi così tanto, la marcia in più porta a buone cose, a successi, risultati! Verissimo, ma se affrontiamo i tornanti della vita in quinta o in sesta, rischiamo di cadere in un precipizio.

Quali sono i precipizi più comuni?

–          dipendenza da lavoro (workaholismo): se il senso del valore dipende dal successo lavorativo, si potrà sentire la spinta a lavorare sempre di più, ignorando la stanchezza, le richieste dei familiari, le ferie, i weekend e qualsiasi tipo di limite ( es donne che sono andate a lavorare dopo aver partorito da pochi giorni, o con la febbre a quaranta, o con un braccio rotto ecc); a differenza delle altre dipendenze, quella di cui parliamo è socialmente accettata, ma gli effetti a livello fisico e relazionale, possono essere analoghi a qualsiasi altra dipendenza: insonnia, impoverimento progressivo delle relazioni, desiderio di controllo, incapacità a “staccare” e a rilassarsi, ecc.

–          L’altro ripido precipizio legato alla Mi+, è lo stringere relazioni con un determinato tipo di individui: i preferiti sono i narcisisti. Perché questo accade? Perché una persona desiderosa di avere conferme rispetto al proprio valore, incappa spesso in partner incapaci di empatia e non in grado di valorizzare nessuno? Il punto è che le convinzioni interne sono più forti di qualsiasi conferma esterna. Se siamo strutturati in modo da misconoscere il nostro valore e qualcuno di ‘normale’ (passatemi il termine),  ci valorizza, NON GLI CREDEREMO. Non fino in fondo. Io li chiamo i ‘post-it’.

Ci attacchiamo addosso quella consapevolezza, ma al primo soffio di vento, se ne va. Tenderemo allora a cercarci persone diverse, che crediamo possano donarci un senso più stabile. I narcisisti, soprattutto i più gravi e patologici, sembrano interlocutori perfetti! Primo perché apparentemente comunicano di essere persone con un alto senso del valore personale (ciò non corrisponde assolutamente a verità, in quanto il disturbo narcisistico “copre” sempre un problema di autostima); secondo, perché essendo centrati solo e sempre su se stessi, sono particolarmente incapaci a valorizzare il prossimo, per cui l’idea di fondo, inconscia, diventa: “se mi valorizza lui (lei), così figo, così indipendente, e così avaro di complimenti, allora sarà una valorizzazione VERA, col “bollino di qualità”, e forse finalmente quella segreta aspirazione sarà soddisfatta”.

Niente di più sbagliato! Solo quando il senso del valore non dipenderà da conferme esterne ma dall’interno di noi, della nostra pancia, e sarà qualcosa di normale, non troppo esaltato ma nemmeno svalutante, ci si sentirà meglio.

–          L’altra grande categoria di partner perfetti per persone con Mi+, sono i cosiddetti “incastrati”. (Nel libro un esempio descritto dettagliatamente…) Gli incastrati sono partner che, per loro motivi personali, non riescono mai ad evolvere da soli in nulla di ciò che fanno; non è che non ne abbiano le potenzialità, ma necessitano sempre di un traino (voi!) da parte di qualcuno…ventilatori che rinfrescano solo se qualcuno li attiva a manovella…(e questo è funzionale al vostro bisogno di sentirvi sempre utili, sempre necessari, sempre fondamentali.). Se per un attimo si smette di mulinare e ci si ferma, perché il braccio fa male, anche il partner si ferma. Se per situazioni, contingenze, fatti di vita, si avesse per un periodo il bisogno di essere trainati, anziché trainare, si è nei guai. Ci si troverà inesorabilmente fermi, con la spiacevole sensazione di sentirsi soli pur essendo in coppia.

Vi è capitato?

Tutto questo meccanismo porta a stanchezza continua, depressione, sentimenti di aggressività dovuti alla frustrazione di non essere compresi e al non raggiungere mai la soddisfazione, nonostante tutto lo sforzo che si fa. Tali sentimenti possono essere esternati e sfociare quindi in violenti e continui litigi con il partner, oppure essere tenuti all’interno e acuire un senso profondo di solitudine e depressione.

Non è semplice uscire da tutto questo..non è semplice soprattutto perché come dicevo, la marcia in più è anche una cosa bella, buona, che conduce a successi e soddisfazioni, non è tutto da buttare! Bisogna però imparare a modulare e a “scalare marcia” in alcuni tratti…approfondire la consapevolezza di come funziona la nostra psiche e di come possiamo modificarne alcuni aspetti.

Oltre alla psicoterapia individuale, che ha proprio questo compito, utili sono i gruppi basati sulle narrazioni*; gruppi di persone che condividono un tema di vita, che attraverso la narrazione delle proprie storie, mettono in comune bisogni, conoscenze, esperienze, sostengono buone pratiche e il “noi abbiamo fatto così”, con l’aiuto della terapeuta, delineando percorsi che lasciano una traccia a beneficio futuro anche di altre persone.

E allora…ingraniamo insieme la marcia giusta e non ce lo dimentichiamo: il cambiamento è nelle nostre mani. 🙂

PS ho scritto questo post un po’ di tempo fa..ma lo ripubblico oggi perchè il libro è in uscita…c’è una pezzo della mia vita e personaggi inventati che racchiudono storie di donne e uomini, padri e figlie, con la marcia in più.. ❤

METTETE IL LIKE SULLA PAGINA, QUI, PER PARTECIPARE AL CONTEST “LA MARCIA IN PIU'” E VINCERE UNA COPIA GRATUITA DEL LIBRO!!

Inoltre…da settembre/ottobre organizzerò un gruppo narrativo proprio sul tema della marcia in più..chi volesse essere avvisato in merito all’avvio del gruppo e alle modalità di adesione, può inviarmi una mail a silviaspy@gmail.com

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* “La Medicina Narrativa fortifica la pratica clinica con la competenza narrativa per riconoscere, assorbire, metabolizzare, interpretare ed essere sensibilizzati dalle storie della malattia: aiuta medici, infermieri, operatori sociali e terapisti a migliorare l’efficacia di cura attraverso lo sviluppo della capacità di attenzione, riflessioni, rappresentazione e affiliazione con i pazienti e i colleghi.
(Rita Charon)

 

Bibliografia

  1.                Ansbacher H. L. Ansbacher R. R. (1956) “La Psicologia Individuale di Alfred Adler” Martinelli, Firenze.
  2.                Rita Charon- Narrative Medicine. A model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust– American Medical Association, 2001

Competizione, alleanza e identificazione multipla nella consultazione psicologica con i bambini

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Per introdurre il tema di oggi, voglio condividere con voi un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, che è stata decisiva nella mia formazione di giovane psicoterapeuta.
Assistevo, in qualità di specializzanda tirocinante, ad un primo colloquio, tenuto dalla mia tutor; una mamma “portava” sua figlia dodicenne dalla psicologa, perché la ragazzina aveva problemi scolastici, comportamentali, di socializzazione.
Io dovevo solo osservare il colloquio e scrivere le mie annotazioni.
Questa mamma, con la figlia presente, iniziò a parlarne con affermazioni estremamente squalificanti: “ecco dottoressa, vede, mia figlia è così, è stupida, è una buona a nulla, è imbranata, non è capace di fare niente…ecc”.
Grosse lacrime solcavano il volto della ragazzina, che piangeva in silenzio mentre la madre continuava a descriverla in modo negativo ed umiliante.
Io mi sentivo malissimo…mi ero immediatamente identificata con la ragazzina, che mi appariva fragile ed indifesa, avevo un groppo alla gola e provavo una rabbia indescrivibile nei confronti di quella signora.
Stringevo la penna con le dita senza riuscire ad appuntare nulla sul block notes, e speravo solo che il colloquio finisse in fretta.
La tutor, ad un certo punto, chiese alla mamma: “ma insomma signora, ce l’avrà pure qualcosa di buono questa ragazza?”
E la madre, dopo aver squadrato la figlia lentamente, da capo a piedi, rispose: “NO, in effetti no, nulla”.
Io mi sentii morire, trattenevo a stento le lacrime e la voglia di dire qualcosa a quella signora, i miei occhi esprimevano il più profondo disprezzo.

Ma, per fortuna, non ero io a condurre il colloquio.

La mia tutor si alzò, fece il giro della scrivania (non glielo avevo mai visto fare in precedenza), mise una mano sulla spalla della signora, e le disse, in tono realmente accogliente:  “signora, Lei deve essere una mamma davvero in difficoltà, per essere arrivata a pensare questo di sua figlia”.
La signora inaspettatamente si mise a piangere, abbandonando la difesa rigida e sprezzante che aveva mantenuto fino a quel momento.
Da lì in poi si intraprese un proficuo lavoro terapeutico in cui la mamma analizzò i motivi che la avevano allontanata così tanto da sua figlia, e ricostruì con lei un rapporto positivo ed affettuoso.
La signora non saltò mai una seduta.
Se il colloquio lo avessi tenuto io, non credo sarebbe mai più tornata.

Da quest’episodio (in seguito discusso a lungo durante le supervisioni) imparai moltissimo sulla mia professione: è necessario, quando c’è più di un interlocutore (con i minori, perché ovviamente i genitori sono coinvolti nella terapia), ma anche ad esempio in ambito scolastico, quando ci sono dei punti di vista contrastanti tra famiglia e insegnanti, utilizzare l’identificazione multipla, ovvero la capacità di sapersi mettere nei panni di ENTRAMBI gli interlocutori.
Nel caso descritto prima, certo, io avrei potuto mettermi dalla parte della ragazzina e sostenerla, ma avrei fatto un lavoro parziale, incompleto, monco; sarei stata in competizione con la mamma ( -io capisco tua figlia meglio di te- ), e non sarei riuscita a fare da tramite; l’alleanza terapeutica avrebbe riguardato SOLO UN LATO di un rapporto che invece era fatto da DUE interlocutori, e quindi la ricostruzione di una strada, di un collegamento, di un ponte fra le due parti, non sarebbe stato possibile.

Come spiega la grande psicoanalista Dina Vallino, che ha approfondito per lunghi anni il tema della “consultazione partecipata”, ovvero il lavoro di consultazione psicologica congiunta di bambini e genitori: “l’atteggiamento mentale del terapeuta, durante il primo colloquio, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi e giudicanti”.
Il compito del terapeuta, all’inizio, non deve essere quello di “capire“ il bambino, ma di accogliere e rielaborare il pensiero di un genitore dominato dall’ angoscia di non riuscire a gestire le difficoltà del proprio figlio.
La stessa cosa deve avvenire ogni volta che ci sono più interlocutori…vi faccio un esempio per me quotidiano, lavorando nelle scuole: mi capita di dover incontrare educatrici o insegnanti di bambini che hanno necessità particolari (bambini con problemi alimentari, con disturbi di apprendimento, o con altro genere di disagi o difficoltà psicologiche)….nello spiegare agli insegnanti quali sono le necessità del singolo bambino, devo “allearmi” ANCHE con loro, non posso dimenticarmi del contesto, del fatto che hanno una classe intera con altri bambini, del fatto che hanno dei vincoli organizzativi ed interni, devo quindi lavorare il più possibile per tenere in mente entrambe le necessità e trovare STRATEGIE OPERATIVE CONDIVISE, che vadano nell’ interesse del minore ma che tengano conto anche delle altre persone e delle risorse reali.

Per poter imparare a fare ciò, oltre all’approfondimento e allo studio dei testi, è importantissima e fondamentale la preparazione individuale del terapeuta attraverso l’analisi personale; solo questo genere di lavoro su di sè permette infatti allo psicologo di assumere un atteggiamento non giudicante e di non confondere le identificazioni interne, necessarie alla costruzione dell’alleanza terapeutica, alla “collusione”, ovvero al “dare ragione” ad una parte piuttosto che all’altra (sicuro indice di fallimento terapeutico).

Che ne pensate?

Lavoro di squadra…o no?????  😉

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BIBLIOGRAFIA
Vallino D.(1998) Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi di un bambino. Borla. Roma

Meli, ciliegi & Co

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No, non avete sbagliato blog 🙂
Il titolo “arboricolo” di oggi mi serve per ampliare il discorso delle aspettative, accennato nei commenti del post precedente, ed integrarlo con qualche riflessione in più.
Ci sono cose che i sacri testi (seppur importantissimi) di psicologia non spiegano, e che si imparano sul campo, lavorando con i bambini e diventando a propria volta genitori.
Una di queste è l’argomento del post di oggi.
In contrasto con ogni legge della riproduzione vegetativa, fra genitori e figli umani accade una strana magìa: una mamma melo incontra un papà melo, insieme arano il terreno, lo innaffiano e lo preparano…fanno la loro bella semina con piccoli semi di melo..inconfondibili, lucidi, a forma di goccia…attendono et….voilà, ecco che spunta un bel ciliegio!

Ovvio sbalordimento e sorpresa.

Alcuni genitori hanno più facilità ad accettare questo bizzarro incantesimo di trasfigurazione, forse per carattere, o forse perché sono essi stessi una coppia di alberi differenti e quindi non vivono la diversità in modo eccessivamente estraniante..stanno lì a osservare le foglie spuntare, vedono i fiori di colore diverso da quelli che si aspettavano, sono perfino orgogliosi perché -wow, questo alberello, che bei fiori e che bei frutti che ha-.
Altri genitori invece, sono completamente impreparati ad accogliere un ciliegio in una famiglia di meli. Sono meli da generazioni. Producono ottime mele. Magari hanno già altri figli meli. Quindi è comprensibile la loro reazione…cercano di potare le foglie a forma di melo, fanno tutto quello che si fa con i meli, addirittura tagliano via le ciliegie appena spuntate, semplicemente perché non le riconoscono, causando disagi al povero alberello…la colpa non è di nessuno, ma le cose non quadrano…e nessuno sta bene, emergono sintomi psicologici, problemi di varia natura e tanta rabbia da ambo le parti.
I genitori arrivano in consultazione “portando” in studio un bambino o un ragazzo, e chiedendo implicitamente (a volte nemmeno tanto) alla psicologa “fammelo diventare un melo!”
Quando mi accorgo che nella famiglia sta succedendo questo, devo lavorare con i genitori sul rendere consapevole tale domanda, ed esplicitare le aspettative mancate ed il relativo senso di frustrazione e fallimento, altrimenti si rischia di non comprendere il vero obiettivo della terapia: uno psicologo lavora sempre per aiutare l’individuo a sviluppare al meglio le proprie potenzialità (in questo caso quindi dovrebbe aiutare il bambino/ragazzo a diventare un ciliegio, andando esattamente nella direzione opposta rispetto al mandato dei genitori.).
Per fare un lavoro utile e produttivo occorre quindi sapersi alleare con entrambi gli attori in campo (bambino e genitori), attivando un’importante funzione chiamata IDENTIFICAZIONE MULTIPLA (ne parlerò ancora).
Una cosa che aiuta molto a non sentire un senso di estraneità e rassicura i genitori, è porre l’attenzione sul fatto che è vero che un figlio può essere un albero diverso da quello atteso, ma la terra su cui germoglia è comunque sempre quella della famiglia. Questo aiuta a sviluppare la fiducia nel fatto che i valori fondamentali vengano trasmessi e che ci saranno bei frutti, frutti validi, frutti importanti, di qualunque genere essi siano.
Pertanto, se vostro figlio/a vi sembra sviluppare delle foglie strane e poco riconoscibili, armatevi di pazienza, curiosità, e di un buon manuale di botanica….se spunta un albero davvero insolito o esotico e proprio non riuscite a sintonizzarvi, non vi capite, e questo genera distanza e sofferenza, non abbiate timore di consultare uno specialista. (In psicologia, non in agraria!) 😉