Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

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“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( https://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e https://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

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“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉

Riconoscere ed affrontare gli attacchi di panico: la storia di Francesco

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Buongiorno e buon anno cari amici,
riprendiamo le nostre conversazioni psicologiche parlando di un disturbo diffuso e piuttosto pesante: gli attacchi di panico.
Mi chiedono in tanti di spiegare qualcosa in più su questo genere di problema e su come affrontarlo, specie quando riguarda bambini o adolescenti.
Per farlo, vi racconto una storia realmente accaduta.

Un giorno ero nello spogliatoio della piscina con i miei figli..un luogo che qualsiasi mamma che lo abbia frequentato può descrivere come un girone dantesco…un caldo infernale, il figlio grande che deve lavarsi, vestirsi ed asciugarsi ed è completamente passivo e distratto, molle come un burattino; il piccolo che invece è attivo come una molla e corre qua e là bagnandosi le calze, sudando..io che cerco di gestire la cosa.
Quel giorno, poco prima, mentre ero sugli spalti intenta a rincorrere il piccolo e ad evitare che si sfracellasse sulle gradinate, avevo notato che un bimbo di un altro corso aveva “bevuto” un po’ di acqua mentre si tuffava, e si era messo a tossire e a piangere. Non ci avevo fatto molto caso perché sono cose che possono capitare, in piscina, specie ai più piccoli.
Ma dopo 10 minuti, a lezione finita, avevo trovato nello spogliatoio quello stesso bambino, seduto con la mamma vicino a lui, che continuava a tossire in modo convulso e a tentare di introdurre aria..mi sembrava molto agitato e spaventato, tossiva sempre più forte, la mamma era anch’essa molto agitata e stava valutando se chiamare il 118..continuava a dire “non capisco come sia possibile!!Non dovrebbe più tossire!!Ha bevuto pochissimo!!”.
Guardavo quel bambino e tutto nel suo atteggiamento mi indicava che stava avendo un attacco di panico..gli occhi terrorizzati, la tosse che sembrava più “sforzata” che vera…la “fame d’aria”…valutai per un attimo di farmi i fatti miei ma l’istinto psico fu insopprimibile. 🙂
Chiesi alla signora se potevo avvicinarmi e come si chiamava il bambino.
Francesco, mi disse….
Mi inginocchiai davanti a lui e gli dissi: “Francesco, prima hai bevuto e per un attimo non sei riuscito a respirare..ti sei molto spaventato…questo spavento non ti è ancora passato, ti è rimasto nel corpo e ti fa tossire..ma ora puoi respirare..guarda, dammi una manina..mettila sulla pancia (lo aiutai a posare una mano sulla sua pancia)…vedi come si gonfia come un palloncino? E’ perché dentro c’è l’aria, quindi stai respirando. Prova a respirare piano col naso, vedi che la pancia si gonfia..poi si sgonfia….è l’aria che entra ed esce…senti? Hai avuto proprio ragione a spaventarti, prima, ma respiri bene, adesso.”
La tosse cessò praticamente in modo istantaneo.
La mamma mi guardò sbalordita, come se avesse visto un marziano verde con dieci occhi o Brad Pitt in costume (preferisco quest’ultima ipotesi) 😉
“Come ha fatto????” mi chiese?
Ne seguì una lunga conversazione al bar della piscina, in cui spiegai qual era il mio lavoro; la signora mi raccontò che queste cose erano iniziate da quando la sorella di Francesco si era “strozzata” con un boccone di mozzarella a tavola, in sua presenza, e tutti si erano spaventati moltissimo.
Lei stessa aveva aiutato la figlia a liberarsi dal boccone ma poi era semi-svenuta.
Da quel giorno Francesco aveva iniziato a masticare ogni boccone di cibo anche per un quarto d’ora prima di deglutirlo, e in occasione di altri spaventi, aveva manifestato sintomi somatici simili a quelli accaduti quel giorno, con tosse e difficoltà a respirare.
Inoltre, già da piccolino, Francesco aveva mostrato di essere incline alle somatizzazioni..gli succedeva di strofinarsi gli occhi con la mano come se non ci vedesse…la visita oculistica aveva sentenziato che non c’era alcun problema di vista e che si trattava di un tic nervoso, avevano suggerito di ignorarlo, che sarebbe sparito da solo, e così era accaduto.
La mamma mi disse che era da un po’ di tempo che aveva in mente di far aiutare Francesco da uno psicologo, e fu sollevata quando le fornii il nominativo di una mia collega (non lo presi in carico io stessa perché era una persona che incontravo settimanalmente, in piscina, e che avrei incontrato ancora per molto tempo).

Ma perché certe volte le cose si esprimono in modo somatico?
Perché vengono gli attacchi di panico?
E come si possono aiutare bambini o adulti che ne soffrono?
La chiave di volta, è il riconoscimento e la validazione dell’esperienza emotiva.
Molto spesso, le manifestazioni somatiche dell’ansia sono collegate al mancato riconoscimento delle emozioni e alla conseguente difficoltà di gestione delle stesse.
Ci sono famiglie in cui, per svariati motivi, l’espressione dell’emotività è disincentivata, bandita…in effetti in consultazione mi è capitato di incontrare genitori poco affettivi, molto razionali e distanti dal mondo interno dei loro figli.. più spesso però ho conosciuto genitori amorevoli, che con l’illusione di tutelare i loro bambini, avevano scelto di non esprimere mai le loro emozioni di fronte a loro, specie se negative..a parole magari invitavano i figli a parlare dei loro sentimenti, ma con l’esempio mostravano che esprimere sofferenza o paura era tabù.
In questi casi invito sempre i genitori a parlare di più ai loro figli di come stanno, anche a dire quando sono tristi per qualcosa o arrabbiati (senza naturalmente caricare i bambini di preoccupazioni non adatte alla loro età).

In effetti, se come individui non riusciamo a sintonizzarci con ciò che proviamo, le sensazioni corporee legate ad un’ attivazione emotiva possono apparire estranee e molto invasive..
Una paziente (adulta), mi diceva: “dottoressa sento qualcosa di forte ma…non so spiegare esattamente cosa mi capita, però sto malissimo…ho paura, mi sembra di essere sul punto di morire….e invece gli altri mi dicono di stare tranquilla, che non mi sta succedendo nulla..in pratica secondo loro, ciò che sto provando non ha senso!!” (ricordate la mamma di Francesco: “non dovrebbe più tossire!!” )
..capite come queste minimizzazioni possano rendere l’esperienza dell’attacco di panico ancora più incomprensibile e terribile..si perviene ad un punto tale di spavento nel quale l’unico desiderio è che questa brutta esperienza non si ripeta, e come sa bene chi soffre di questo disturbo, si può arrivare a non uscire più nemmeno di casa, per paura di essere in una situazione in cui l’episodio si ripete di nuovo. Il solo pensiero dell’attacco di panico innesca un’attivazione fisiologica (ansia anticipatoria), che viene letta come segnale dell’imminente attacco, aumentando la paura anziché diminuirla e guidando il comportamento verso l’evitamento, il ritiro.

Ma cosa si può fare, allora?

Intanto, convalidare l’esperienza emotiva che sta accadendo: tutto ha un senso ed è utile, nella psiche, compresa la paura.
Senza provare paura saremmo fritti!! Ci sono persone con malattie genetiche rarissime oppure che hanno avuto dei traumi all’encefalo, incapaci di provare paura, e solitamente la cosa non finisce bene…La paura in sé non è una cosa sbagliata. (lo dicevamo anche della rabbia, nel post del bacino di Giuda).
Però deve essere integrata con altre componenti emotive e cognitive…non può farla da padrona influenzando comportamenti e decisioni. Vi faccio un esempio:
Se sono su un pedalò in mare con una persona che non sa nuotare, la nostra paura di poter cadere in acqua sarà completamente diversa, poiché per quella persona c’è un pericolo oggettivo di sopravvivenza, mentre per me c’è solo la possibilità di farmi un bel bagno al largo.
Se io fossi terrorizzata dal pensiero di cadere in acqua, pur sapendo perfettamente nuotare, ci sarebbe qualcosa che non va…vorrebbe dire che la paura, anziché semplicemente svolgere la sua funzione evolutiva di segnalazione di un possibile pericolo, ha preso il sopravvento su tutto il resto.
Se poi, per il timore di poter eventualmente cadere in acqua, rinunciassi alle vacanze, e il mio ragazzo, esasperato, mi lasciasse per questo, capite come la mia vita si starebbe organizzando totalmente intorno a quell’unico denominatore?

Se ciò accade, si deve provare ad aiutare la persona a rientrare in possesso dei meccanismi di riconoscimento e gestione dell’attivazione emotiva.
Quindi bisognerebbe cercare di evitare di dire a qualcuno che sta male “non ti sta succedendo nulla”..meglio piuttosto dire la verità: “stai avendo un attacco di panico (se è un bambino: stai avendo una crisi di spavento), è molto brutto ma ti è già successo e sai che non morirai, proviamo a trovare dei modi di affrontarlo insieme”.
Bisogna aiutare la persona a capire COSA sta provando, PERCHE’ si attiva in quel modo, e dare un senso, un’integrazione, a ciò che accade, e soprattutto lavorare con lui, perché capisca che quell’esperienza non è qualcosa di insensato, che arriva dall’esterno ad invaderlo e basta, ma che genera dal suo interno e come tale, come tutte le altre emozioni, PUO’ ESSERE GESTITO. E’ una cosa che si puo’ imparare, per fortuna.:-)
Quindi, aumentare il lessico emotivo ed incentivare l’auto-osservazione, sia attuale che nel ricordo delle esperienze passate, in modo da stimolare collegamenti fra esperienze vissute solo in maniera razionale, e la relativa e spesso misconosciuta componente corporea.
Anche già solo comprendere che ciò che accade è un attacco di panico, diminuisce la
paura..ricordate come si è calmato Francesco?
Ai bambini dico la verità: “può succedere che i pensieri brutti, le preoccupazioni, le cose che abbiamo nella testa e nel cuoricino, se non riusciamo a dirle, ci facciano qualche dispetto e vadano a finire nel corpo, così possiamo sentirle…ma ci sembrano cose così strane e sconosciute, paurose…vedrai che però, allenandoci un po’insieme, possiamo imparare ad ascoltarle, a capirle e a spiegarle meglio” (Le emozioni si potranno esprimere con le parole, ma anche attraverso giochi, disegni, rappresentazioni di vario genere).

Nella terapia si possono affiancare anche “tecniche” di gestione dell’attacco di panico vero e proprio (controllare la respirazione ad esempio)..ma se non si lavora sul resto, sono tecniche poco efficaci, perché agiscono solo a livello del sintomo ma non affrontano la causa…è come prendere la tachipirina se c’è un’infezione in corso..la febbre scende, ma il problema non è affatto risolto. (Anzi).

Può capitare a tutti di avere dei momenti di ansia, anche intensa, ma è necessario rivolgersi ad uno specialista se:
• Le manifestazioni di panico sono talmente intense da condizionare la vita scolastica/lavorativa/affettiva;
• Le manifestazioni sono accompagnate da altre somatizzazioni (dermatite, psoriasi, gastrite, asma);
• Le manifestazioni non sono relative ad un periodo circoscritto ma perdurano nel tempo, anche in momenti di tranquillità;
• Le manifestazioni hanno carattere crescente (prima una volta al mese, poi due, poi più volte a settimana ecc)

Che ne pensate?