25 Novembre – Titanic e la storia di Mario e Maria

1200154-titanic-hero-3

 

25 Novembre
Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Vi racconto la storia di Mario e Maria (nomi di fantasia)

Mario e Maria sono sposati da qualche anno, ma le cose fra loro non vanno bene.
Nei momenti migliori, ci sono sorrisi un po’ tesi, parole dette con cautela, film visti e commissioni fatte insieme ma sempre con una distanza, come due solitudini che camminano una a fianco all’altra, si intravvedono ma non riescono mai a toccarsi, a farsi del bene.
Nei momenti peggiori, arrivano i litigi. Sono iniziati con piccole cose, Mario nei locali alzava un po’ troppo il gomito e poi diventava molesto, geloso, gli sembrava che Maria guardasse gli altri uomini, la strattonava per il braccio per portarla via, le criticava l’abbigliamento, le amiche, non voleva vederla chiacchierare con nessuno.

Maria scambiava questa possessività per interesse e focosità.

Lui si arrabbiava spesso, per cose che a Maria sembravano sciocche, ma chissà perchè per lui sembravano così importanti..alzava la voce e andava a parlarle proprio davanti alla faccia, lei sentiva il suo alito e a volte piccoli sputi le arrivavano sul viso, mentre lui urlava. Poi ci fu il giorno zero, Maria divide la vita in AB e DB (Ante Botte e Post Botte). Il giorno della prima volta in cui Mario perse il controllo e picchiò Maria, uno schiaffo sul viso che la colpì sull’occhio, rendendoglielo gonfio e blu.

Maria ci pensa sempre, avrebbe dovuto andarsene quel giorno. Farsi le valigie e sfancularlo. Quel giorno ha segnato uno spartiacque, perchè accettare di ‘perdonarlo’ e di restare con lui, è stato come dargli il permesso di ripetere quel gesto, consentirgli di superare il limite molte altre volte.

E infatti così è stato. Dopo il giorno zero c’è stato il giorno uno, due, dieci, e molti altri a seguire. C’è stato l’allontanamento di Maria dal lavoro, e dalle sue amiche, perchè ogni volta che telefonavano lui era lì, voleva ascoltare, Maria era in imbarazzo e pian piano le amiche hanno smesso di cercarla, tranne una, la più testarda, che le vuole bene come una sorella, non le dice nulla sapendo che lui probabilmente sta ascoltando la conversazione, ma la chiama comunque ogni giorno, anche per dirle solo ciao.
Il giorno in cui Mario ha bucato la porta di camera loro a pugni (perchè lei si era chiusa dentro), Maria ha provato a parlare con sua mamma, le ha raccontato tutto piangendo.
La mamma le ha detto di ‘portare pazienza’, perchè ‘anche tu hai il tuo bel caratterino’.
E’ tornata a casa ancora più disperata, ancora più infelice.

Anche Mario è infelice.

Non gli piace fare quello che fa, ma Maria lo provoca in modo così evidente..odia la versione di se stesso in preda alla furia, ma è più forte di lui, un toro davanti ad un drappo rosso, incontrollabile.

Perchè faccio così? Si chiede davanti allo specchio.

Non ha ancora trovato le risposte. Forse fa così perchè la violenza è il primo linguaggio che ha conosciuto, i ceffoni prima dell’ ABC.
Forse fa così perchè suo padre faceva così prima di lui, perchè se lui piangeva gli diceva di non fare ‘la femminuccia’, fa così perchè bisogna far vedere che si è forti, machi, perchè altrimenti le donne non ti portano rispetto e ti mettono i piedi in testa.

Ha respirato violenza e maschilismo fin dal biberon.

E poi quando la furia è passata e lui vede Maria accucciata, dolorante e piangente, si ricorda di lui da bambino, nella stessa posizione, e finalmente sente il dolore, può permettersi di abbracciarla, consolarla, come se lo facesse con se stesso. Si sente meglio in quei momenti, e contemporaneamente una merda, giura a Maria e a se stesso che non lo farà mai più, ma poi puntualmente la furia si riaffaccia, improvvisa e inarrestabile.

Perchè gli lascio fare così? Si chiede Maria, davanti allo specchio.

Forse perchè le hanno sempre detto che una ragazza seria non si separa dal marito, quello lo fanno le zoccole. Forse perchè le hanno sempre fatto pensare che le donne perbene non devono alzare troppo la testa, devono essere accomodanti, passive.
Maria ha un fisico piuttosto robusto e imponente, Mario invece è magrissimo…se non si sentisse bloccata, potrebbe fermargli la mano. Se sapesse di volerlo, potrebbe reagire. Fisicamente è più forte di lui. Emotivamente invece si sente fragile come un cristallo, ha appreso l’impotenza in famiglia, in lunghi anni in cui ogni sua alzata di testa veniva punita, in cui ogni sua spinta vitale verso l’autodeterminazione riceveva sguardi o commenti di disprezzo. Non è più consapevole di essere forte, di avere risorse, di potersi difendere. Si è dimenticata dell’istinto che ti fa rivoltare contro un aggressore.
L’istinto è sepolto sotto quintali di “non si fa”, “non si deve” “una ragazza seria non risponde”, ecc.

Ha respirato maschilismo anche lei, fin dal biberon e dalla prima gonnellina vezzosa che le impediva di correre veloce come i maschi.

Una sera Mario e Maria sono sul divano, in TV trasmettono Titanic.

Jack è un poveraccio ma è un signore, mette Rose al primo posto, la difende a costo della vita, la valorizza, la corteggia, ma soprattutto più di ogni altra cosa vuole il suo bene e la sua emancipazione. Il cervello di Maria è un fermento di neuroni accesi, il cuore una fucina di rabbia sopita, di idee, di desideri.
Nella scena in cui la madre di Rose le stringe il corpetto tirandole i lacci, Maria ha una fitta al petto.
Cal Hockley dà uno schiaffo a Rose, e Maria sussulta. Come è possibile? Quel film parla di lei, della sua prigionia invisibile.
Jack e Rose salgono su un macchina parcheggiata. Lui si mette davanti, suona il clacson e dice: “Dove la porto, signorina?”
“Su una stella”, risponde lei, abbracciandolo.

Maria realizza che si merita un uomo che la porti su una stella, anzichè un uomo che gliele faccia vedere, le stelle.

“Me ne vado”. Dice in modo semplice, secco, immediato.
Si alza, infila le scarpe, prende il cappotto e la borsa.
Mario si altera subito: “Dove cazzo staresti andando tu, a quest’ora?”, dice, avvicinandosi minaccioso a Maria.
Maria stavolta non si copre la testa con le mani, anzi, le mani le mette davanti a sè, con le braccia tese e dritte come per fermarlo, per mettergli una barriera fisica, fargli vedere un limite.

“Non ti avvicinare. Non sto scherzando. Non fare un altro passo”.
La voce che esce non sembra nemmeno la sua, è assertiva, decisa.
Mario resta confuso per un istante, non si aspettava una reazione.
L’istante dopo, Maria è già giù per le scale, di corsa. In macchina, e poi a casa della sua amica.

Quello che segue dopo, per entrambi, è la parte più faticosa della storia.
E’ la parte della ricostruzione di una vita, di un’identità di persona oltre la violenza. E’ la parte della messa in discussione, del lavoro su di sè.

Che ti identifichi in Mario o Maria, non importa. La violenza non è mai la risposta.

Ogni giorno, ci sono professionisti competenti e preparati che aiutano persone che vivono nella violenza; ci sono centri antiviolenza in ogni città, ci si può andare in modo gratuito, anonimo. Basta googolare per trovarli. Ci sono centri di ascolto per uomini maltrattanti, che aiutano a essere uomini diversi, più felici, più soddisfatti, apprezzati dalle loro compagne e rispettati.

Che tu sia Mario o Maria, chiama oggi. Mettere fine allo schifo, alla paura, al senso di colpa, è possibile. So che è faticoso, che sembra una scalata troppo impegnativa, ma ce la si fa, altri ce l’hanno fatta, si sono fatti un mazzo quadro, non te lo nego, ma ora si godono il resto della vita nella piena dignità di essere persone libere dalla paura. 

Salta su questa scialuppa, ora 🙂

 

 

 

Autolesionismo non suicidario e psicoterapia con gli adolescenti: la storia di Rosa

blog3

“Si sedette di spalle alla parete, si rimboccò la manica della camicia da notte ed esaminò alla luce della torcia i segni rimasti sul braccio dall’ultima volta, scure ferite a zig zag ancora visibili ma in via di guarigione. Con un piccolo brivido di paura, che esprimeva anche l’ imminente sollievo, posò la lama a metà dell’avambraccio e incise la carne. Una fitta cocente, lancinante, e subito sgorgò il sangue (…) La lama risucchiava il dolore dei suoi pensieri disperati e li tramutava in animalesco bruciore di nervi e pelle: a ogni taglio, sollievo e liberazione.” 

Le parole del bellissimo libro “il seggio vacante” di J.K. Rowlings, descrivono “Cincia” Sukhvinder, un’adolescente figlia di una dottoressa e di un politico, che, di nascosto da tutti, si taglia le braccia con una lametta.

Questa pratica, sempre più diffusa, ha acquisito il nome di “cutting”, ed insieme ad altre pratiche come il burning (infliggersi bruciature di sigaretta) e branding (bruciarsi con ferri o altri oggetti), si sta diffondendo, tanto che nel DSM V (l’ultima versione del manuale dei disturbi psicologici e psichiatrici), è stato inserito l “autolesionismo non suicidario”, caratterizzato dal causare un danno o una lesione al proprio corpo o ad alcune parti di esso in modo intenzionale, ripetuto, e fine a se stesso.
Ma perché ciò accade?

Per spiegarlo, vi racconto la storia di Rosa.

 
Rosa è una ragazzina di 16 anni.
Entra in studio un sabato mattina alle nove, accompagnata da entrambi i genitori.
Di solito non lavoro, il sabato, ma i genitori mi hanno chiesto quel giorno proprio per poter essere presenti entrambi.
Sta in mezzo a loro e trascina i piedi, con aria ostile e decisamente, consentitemi il termine, “scazzata”.
Li faccio accomodare, tutti e tre, Rosa si siede in mezzo. Le spalle sono curve, guarda in basso. Vorrebbe certamente essere altrove.
“Sabato mattina, ore nove, dalla psicologa con mamma e papà…fortunata, eh?”, dico ironica, guardandola.
Le si apre, controvoglia, un sorriso sul volto..gli occhi le luccicano…ha capito che ho capito che è stata trascinata lì, e che sono dalla sua parte. 🙂
I genitori mi raccontano un po’ di cose sul di lei…che è scontrosa, che i voti a scuola stanno peggiorando sempre di più, che risponde spesso in modo aggressivo e maleducato, che si isola in camera sua con le cuffiette nelle orecchie e non parla con nessuno..la mamma con le lacrime agli occhi, comprensibilmente preoccupata, mi dice che un paio di volte ha scoperto che Rosa si è tagliata le braccia con la lama del temperino che usa a scuola.
Rosa abbassa gli occhi, ed è come se dicesse “lo so, ho fatto una cosa stupida”.
Dico che questa è una cosa che può succedere principalmente per due motivi: il primo, è che a volte non si riesce a sentire nulla di vivo e vitale in sé, e il dolore fisico provato con il taglio rende presenti a se stessi, fa sentire vivi (osservo lo sguardo della ragazza e mi sembra che non si riconosca per nulla in questa descrizione);  il secondo, è che a volte qualcosa in noi ci genera un’angoscia molto forte, e il tagliarsi provoca una sorta di sollievo che fa calare la tensione e sembra fare passare l’angoscia (che poi però, puntualmente si ripresenta).
Dico che a volte è l’unica strategia che si è riusciti a trovare per affrontare un disagio, e vedendola in questo modo, può avere un suo senso e una sua logica.
Rosa è visibilmente sollevata, mi guarda fisso, alza le sopracciglia e muove impercettibilmente la testa, mi sta dicendo che è proprio così.
Dico che il senso di un intervento psicologico, in questi casi, verte sul capire quale sia il disagio sotteso, e trovare nuovi modi per affrontarlo, diversi dall’ auto-infliggersi ferite sulla pelle.

Spiego quindi a tutti e tre come funziona la psicoterapia con gli adolescenti:

  • Deve essere Rosa stessa a volerla intraprendere; a 16 anni non si può pensare di “trascinare” una ragazza contro la sua volontà, cioè, ovviamente si può fare, ma se la ragazza non ha alcuna motivazione, la terapia non funzionerà;
  • La terapia riguarda l’adolescente ma i genitori ne sono parte; ciò significa che ci saranno degli incontri di raccordo; in tali incontri la ragazza potrà sempre decidere se presenziare o no, ne sarà sempre informata, nulla avverrà a sua insaputa; si parlerà in generale di come stanno andando le cose, non verrà mai violata la privacy quindi verrà mantenuto il segreto professionale rispetto ai singoli eventi raccontati da lei.
  • Solo in un caso i genitori saranno tempestivamente informati (art. 13 del codice deontologico): qualora all’ interno di un colloquio io capisca che “si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi”. Anche in questo caso estremo, comunque, ne parlerei prima con la ragazza, avvisandola che ho la necessità di riferire a mamma e papà quanto ci siamo dette.

Alla fine del colloquio congedo tutta la famiglia e chiedo di pensarci un po’ (lo faccio sempre), prima di darmi una risposta sull’ intraprendere o meno tale percorso.
Rosa dopo pochi giorni mi comunica che ha deciso di iniziare la psicoterapia. 🙂
La prima volta che viene da sola mi dice (cosa che mi sento ripetere molto spesso), che credeva che la psicologa fosse qualcuno che le voleva “spiegare” che il tagliarsi era una cosa sbagliata.
Le spiego che il mio compito non è giudicarla né educarla, ma aiutarla a comprendere la natura del suo disagio.
Rosa mi dice che è rimasta sorpresa, perché di solito tutti, comprese le sue amiche, le dicono solo che deve smettere di fare questa cosa e basta, ma lei invece in questo momento la sente come “necessaria”, come se senza non sapesse come fare ( una dipendenza, quindi), e quando io ho detto che il tagliarsi può essere una forma di auto-aiuto, utile a padroneggiare un disagio che altrimenti non si sa come poter tollerare, si è sentita per la prima volta capita.
Concordiamo sul fatto che abbiamo il compito di cercare insieme strade più efficaci e sane per affrontarlo ed allentarlo.
Il problema che causa molta angoscia a Rosa, riguarda la sessualità, argomento complesso (specie correlato all’ età adolescenziale),  del quale parlerò in un prossimo post.

Ma ecco a che cosa prestare attenzione per capire se vostro figlio o un vostro alunno (capita spesso che siano gli insegnanti ad accorgersi), si taglia.

  • Indossa vestiti con maniche lunghe anche in ambienti caldi o nella stagione estiva, in particolare li indossa per alcuni giorni di fila, poi indossa di nuovo le maniche corte, poi di nuovo quelle lunghe per alcuni altri giorni?
  • Osservando le braccia, notate alcune cicatrici sbiadite (simili a graffi, a righe sottili), lasciate dai tagli precedenti, o macchioline di sangue secco all’ interno delle maniche dei vestiti?
  • Vi sono dei momenti in cui il ragazzo/a si chiude per molto tempo a chiave, in bagno o in camera, subito dopo essere apparso particolarmente rabbioso o nervoso? Uscendo dal bagno o dalla camera, appare più calmo o ha gli occhi lucidi come se avesse pianto?
  • Notate che il tema del dolore o del taglio è ricorrente, negli scritti o disegni scolastici, nei testi delle canzoni ascoltate, nei siti o pagine web frequentati dal ragazzo/a? (es domande specifiche su ask, immagini correlate su tumblr o instagram, partecipazione a gruppi tematici su fb)?

Se così fosse, ricordate che la chiave è, come sempre, la validazione dell’esperienza emotiva; NON SERVE, anzi, peggiora la situazione, giudicare, arrabbiarsi o minacciare il ragazzo per farlo smettere; (tantissimi genitori ri-controllano le braccia credendo che il problema si sia risolto, in realtà molto probabilmente il ragazzo ha direzionato i tagli sulle gambe, che sono più semplici da nascondere).
Comprendo benissimo, da mamma oltre che da psicologa, quanto sia spaventante per un genitore accorgersi che il proprio figlio si taglia…ma vi posso assicurare che queste strategie non servono; sarebbe come dire ad una persona che soffre di bulimia “e dai!!Smetti di mangiare, no?”
Capite che non solo non è utile (magari fosse così semplice!!), ma fa sentire la persona non compresa nella sua difficoltà.

Occorre quindi accogliere il disagio, far capire che avete capito che è stato l’unico modo che la persona ha trovato fino ad ora per fronteggiare una qualche angoscia o problema, ed aiutarla a comprendere che si possono trovare forme più vitali e costruttive per affrontarlo, e che è necessario, se il disagio è ricorrente, rivolgersi a specialisti psicologi che possono aiutarla in questo percorso. 🙂 🙂

Bibliografia
Le Breton D. (2003). La pelle e la traccia. Le ferite del sé. Meltemi Editore, Roma, 2005.
Pommereau X. (1997). Quando un adolescente soffre. Pratiche Editrice, Milano, 1998
Ladame F., Attacchi al Corpo ed il Sè in pericolo in Adolescenza, Childhood and Adolescent Psychosis, 10, 77-81, 2004.

P.S Rosa, come sempre, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy, in effetti Rosa è un miscuglio di più Rose 😉

LMi+ ovvero “La marcia in più”: supercompensazione psicologica e workaholismo

blog2

“oh, questo mondo
anche la vita della farfalla
è impegnata”

Kobayashi Issa-

“Io faccio tutto,
e manco bono và”

-Mia nonna-

Donna multitasking, che vorresti librarti come una farfalla ma sei oberata da casa-figli-lavoro-impegni extra, mi rivolgo a te (uomo, non me ne volere, ma la mia esperienza clinica ed umana mi rende più semplice rivolgermi alle donne 🙂 ).
Ti senti di fare tantissime cose per gli altri e che queste non vengano riconosciute, o che addirittura non vadano mai bene?
Ti senti di occuparti di tutto e tutti, ma quando tocca agli altri occuparsi di te, misteriosamente non c’è nessuno?
Fai tante cose, troppe, eccessive, ciò nonostante agli altri sembrano sempre normali e scontate, perché “tanto tu ce la fai”?
Hai dei momenti in cui ti sembra di non farcela proprio per niente, in cui la solitudine ti prende alla pancia e la guardi come un pozzo nero e vischioso, nel quale per un attimo desideri affondare…e un attimo dopo hai le maniche tirate su e sei già tornata al lavoro?
Il lavoro ti dà soddisfazione, è l’unico ambito in cui le tue competenze vengono riconosciute e in cui ti senti sicura, padrona di te, brava?

Ok, fai un bel respiro ed immergiti in questo post.

Sempre più spesso, nel mio lavoro di terapeuta ma anche nelle mie relazioni personali, ho notato la correlazione fra un tipo particolare di costruzione del senso del valore, e un successo lavorativo che sfiora (o affonda!), nella dipendenza da lavoro (in gergo psico: workaholismo).
Il tema mi sta molto a cuore, tanto che le cose anticipate qui diventeranno un  libro, con le storie delle donne che mi hanno aiutata a comprendere come funziona questo meccanismo insidioso.

E allora, cerchiamo di osservare cosa accade.

Per prima cosa, vorrei introdurre il concetto di supercompensazione: è un concetto utilizzato in ambito sportivo, che indica “un processo fisiologico che si verifica al seguito di un lavoro muscolare, che porta il tessuto ad una fase di stress (fase catabolica) e dopo, a seguito di riposo, ad una fase di crescita ed adattamento (fase anabolica). Nell´allenamento la fase catabolica prolungata è assolutamente da non sottovalutare, per evitare conseguenze negative fisico-muscolari e psicologiche. La conseguenza della fase catabolica prolungata è la “caduta fisica” che può anche essere chiamata sovrallenamento.” (Wikipedia).

Ma in senso psicologico, cosa significa?

Per capirlo insieme, vi faccio un esempio.
Immaginiamo una bambina, una bambina “poco vista” dai genitori, magari non del tutto voluta ed accettata, magari con genitori inesperti, non pronti al loro ruolo, o invischiati in problemi personali (di coppia, di lavoro, di vita). Oppure con genitori decisamente ed apertamente squalificanti e svalutanti.
Immaginiamo parallelamente una bambina invece molto voluta e desiderata, con genitori presenti, con molte aspettative, che la portano sempre “in palmo di mano”, elogiandola per come fa bene le cose e per quanto è brava e perfetta, il loro vanto, il loro motivo di orgoglio.

Faccio questi due esempi perché intorno a questi due estremi, si strutturerà un senso del valore personale non sano, legato all’idea di prestazione.

Quando il senso del valore si struttura così, in realtà ciò che si prova non è un senso di sé stabile; si capisce di “valere”, ma questa consapevolezza è sfuggente, è sabbia fra le dita, la si coglie con la coda dell’occhio, ma appena ci si volta, è già sparita, sfumando spesso nel suo opposto, ovvero in un senso diffuso di inferiorità e dis-valore.
Questa sensazione porta allo sviluppo di meccanismi di supercompensazione, nella speranza (quasi sempre inconscia), di garantirsi l’affetto.

Dice Ansbacher, psicologo adleriano: “Quanto più forte e intenso è il senso di inferiorità, tanto più grande è il bisogno di ricorrere a una linea di orientamento, che emergerà sempre più distintamente e avrà come fine ultimo la sicurezza“  (Ansbacher H., Ansbacher R., 1956).
La prima bambina, per farsi notare e/o apprezzare, potrà sviluppare delle competenze straordinarie.
Nel libro lo scoprirete: bambine quasi “prodigio”, che a tre anni leggevano, o che a otto anni già come piccole donnine si occupavano di un familiare, di una nonna ammalata, delle pulizie domestiche (molte di queste bambine hanno in seguito intrapreso professioni legate alla cura della persona: infermiere, educatrici, psicologhe).  😉
La seconda bambina, dovrà lavorare sodo per mantenere sempre alto lo standard, perché sente che questo le garantirà di continuare ad essere amata, apprezzata, valorizzata: dovrà essere la prima della classe, nello sport, ecc.
Entrambe, potranno diventare molto brave in quello che fanno (studio o lavoro che sia)…ed entrambe, continueranno segretamente ( e soprattutto inconsciamente!!) a sognare e a desiderare di essere amate ed apprezzate nonostante, quello che fanno.

Questo perché sentirsi “capaci” è cosa ben diversa dal sentirsi “amabili”. L’amore è gratis e non dovrebbe mai dipendere dalle prestazioni.

Ok, obietterete, però impegnandosi così tanto, la marcia in più porta a buone cose, a successi, risultati! Verissimo, ma se affrontiamo i tornanti della vita in quinta o in sesta, rischiamo di cadere in un precipizio.

Quali sono i precipizi più comuni?

–          dipendenza da lavoro (workaholismo): se il senso del valore dipende dal successo lavorativo, si potrà sentire la spinta a lavorare sempre di più, ignorando la stanchezza, le richieste dei familiari, le ferie, i weekend e qualsiasi tipo di limite ( es donne che sono andate a lavorare dopo aver partorito da pochi giorni, o con la febbre a quaranta, o con un braccio rotto ecc); a differenza delle altre dipendenze, quella di cui parliamo è socialmente accettata, ma gli effetti a livello fisico e relazionale, possono essere analoghi a qualsiasi altra dipendenza: insonnia, impoverimento progressivo delle relazioni, desiderio di controllo, incapacità a “staccare” e a rilassarsi, ecc.

–          L’altro ripido precipizio legato alla Mi+, è lo stringere relazioni con un determinato tipo di individui: i preferiti sono i narcisisti. Perché questo accade? Perché una persona desiderosa di avere conferme rispetto al proprio valore, incappa spesso in partner incapaci di empatia e non in grado di valorizzare nessuno? Il punto è che le convinzioni interne sono più forti di qualsiasi conferma esterna. Se siamo strutturati in modo da misconoscere il nostro valore e qualcuno di ‘normale’ (passatemi il termine),  ci valorizza, NON GLI CREDEREMO. Non fino in fondo. Io li chiamo i ‘post-it’.

Ci attacchiamo addosso quella consapevolezza, ma al primo soffio di vento, se ne va. Tenderemo allora a cercarci persone diverse, che crediamo possano donarci un senso più stabile. I narcisisti, soprattutto i più gravi e patologici, sembrano interlocutori perfetti! Primo perché apparentemente comunicano di essere persone con un alto senso del valore personale (ciò non corrisponde assolutamente a verità, in quanto il disturbo narcisistico “copre” sempre un problema di autostima); secondo, perché essendo centrati solo e sempre su se stessi, sono particolarmente incapaci a valorizzare il prossimo, per cui l’idea di fondo, inconscia, diventa: “se mi valorizza lui (lei), così figo, così indipendente, e così avaro di complimenti, allora sarà una valorizzazione VERA, col “bollino di qualità”, e forse finalmente quella segreta aspirazione sarà soddisfatta”.

Niente di più sbagliato! Solo quando il senso del valore non dipenderà da conferme esterne ma dall’interno di noi, della nostra pancia, e sarà qualcosa di normale, non troppo esaltato ma nemmeno svalutante, ci si sentirà meglio.

–          L’altra grande categoria di partner perfetti per persone con Mi+, sono i cosiddetti “incastrati”. (Nel libro un esempio descritto dettagliatamente…) Gli incastrati sono partner che, per loro motivi personali, non riescono mai ad evolvere da soli in nulla di ciò che fanno; non è che non ne abbiano le potenzialità, ma necessitano sempre di un traino (voi!) da parte di qualcuno…ventilatori che rinfrescano solo se qualcuno li attiva a manovella…(e questo è funzionale al vostro bisogno di sentirvi sempre utili, sempre necessari, sempre fondamentali.). Se per un attimo si smette di mulinare e ci si ferma, perché il braccio fa male, anche il partner si ferma. Se per situazioni, contingenze, fatti di vita, si avesse per un periodo il bisogno di essere trainati, anziché trainare, si è nei guai. Ci si troverà inesorabilmente fermi, con la spiacevole sensazione di sentirsi soli pur essendo in coppia.

Vi è capitato?

Tutto questo meccanismo porta a stanchezza continua, depressione, sentimenti di aggressività dovuti alla frustrazione di non essere compresi e al non raggiungere mai la soddisfazione, nonostante tutto lo sforzo che si fa. Tali sentimenti possono essere esternati e sfociare quindi in violenti e continui litigi con il partner, oppure essere tenuti all’interno e acuire un senso profondo di solitudine e depressione.

Non è semplice uscire da tutto questo..non è semplice soprattutto perché come dicevo, la marcia in più è anche una cosa bella, buona, che conduce a successi e soddisfazioni, non è tutto da buttare! Bisogna però imparare a modulare e a “scalare marcia” in alcuni tratti…approfondire la consapevolezza di come funziona la nostra psiche e di come possiamo modificarne alcuni aspetti.

Oltre alla psicoterapia individuale, che ha proprio questo compito, utili sono i gruppi basati sulle narrazioni*; gruppi di persone che condividono un tema di vita, che attraverso la narrazione delle proprie storie, mettono in comune bisogni, conoscenze, esperienze, sostengono buone pratiche e il “noi abbiamo fatto così”, con l’aiuto della terapeuta, delineando percorsi che lasciano una traccia a beneficio futuro anche di altre persone.

E allora…ingraniamo insieme la marcia giusta e non ce lo dimentichiamo: il cambiamento è nelle nostre mani. 🙂

PS ho scritto questo post un po’ di tempo fa..ma lo ripubblico oggi perchè il libro è in uscita…c’è una pezzo della mia vita e personaggi inventati che racchiudono storie di donne e uomini, padri e figlie, con la marcia in più.. ❤

METTETE IL LIKE SULLA PAGINA, QUI, PER PARTECIPARE AL CONTEST “LA MARCIA IN PIU'” E VINCERE UNA COPIA GRATUITA DEL LIBRO!!

Inoltre…da settembre/ottobre organizzerò un gruppo narrativo proprio sul tema della marcia in più..chi volesse essere avvisato in merito all’avvio del gruppo e alle modalità di adesione, può inviarmi una mail a silviaspy@gmail.com

IMG_21779252206787

 

 

* “La Medicina Narrativa fortifica la pratica clinica con la competenza narrativa per riconoscere, assorbire, metabolizzare, interpretare ed essere sensibilizzati dalle storie della malattia: aiuta medici, infermieri, operatori sociali e terapisti a migliorare l’efficacia di cura attraverso lo sviluppo della capacità di attenzione, riflessioni, rappresentazione e affiliazione con i pazienti e i colleghi.
(Rita Charon)

 

Bibliografia

  1.                Ansbacher H. L. Ansbacher R. R. (1956) “La Psicologia Individuale di Alfred Adler” Martinelli, Firenze.
  2.                Rita Charon- Narrative Medicine. A model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust– American Medical Association, 2001