Bibliografia del seminario: “Curare e prendersi cura”

prendersi cura 1prendersi cura 2 - Copiaprendersi cura 3 - Copiaprendersi cura 4 - Copiaprendersi cura 5prendersi cura 8 prendersi cura 6prendersi cura 7

Bibliografia:

  • Ariely, D., Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, Milano, 2008.
  • Del Corno, F., Lang, M., Taindelli, G. – Il medico, il paziente e le loro medicine. Psicologia dei farmaci, Franco Angeli
  • Faillo, M., Silva, F.,“Consumatori liberi di scegliere?”, Consumatori, Diritti e Mercato, 2/2009.
  • Gigerenzer, G., Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Cortina Raffaello,
  • Main, M., Kaplan, N. e Cassidy, J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: A move to the level of representation; trad. it.: La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: Il livello rappresentazionale, in Riva Crugnola, C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.
  • Novarese, M., Wilson, C.M., “Being in the Right Place: A Natural Field Experiment of Order Effects”, Economics Paper Downloads, Mimeo, 2010.
  • Novarese, Rizzello, Economia sperimentale, Mondadori 2004
  • Rumiati, Rumiati, R. e Savadori, L. (1999), Percezione del rischio e rischio tecnologico-professionale, Risorsa Uomo, 6, 7-22.
    Savadori, L., Rumiati, R., Bonini, N. e Pedon, A. (1998), Percezione del rischio: esperti vs. non esperti, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, 3-4, 387-405.
  • Salecl, R., La tirannia della scelta, Laterza, Bari, 2010
  • Slovic, P. (1987) Perception of riskScience, 236, 280-285.
  • Slovic, P., Fischhoff, B. e Lichtenstein, S., (1980), Facts and fears: Understanding perceived risks, in Rumiati, R. e Bonini, N., Le decisioni degli esperti, Il Mulino, Bologna, 1996.
  • Thaler, R.H., e Sunstein C.R., Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano, 2009.
  • Vermigli, P., Raschielli S., Rossi E., Roazzi A. (2009). Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise, Giornale di Psicologia, 3 (1), 23-37.

Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

educare slow 1

educare slow 2

educare slow 3

educare slow 4

Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

elicottero2

“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( https://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e https://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

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Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck

Allattamento prolungato, cosleeping, maternità ad alto contatto: stili di accudimento e “intrusione educativa”

blog4

“Vivimi senza paura
Anche se hai tutto il mondo contro
Lascia l´apparenza e prendi il senso
E ascolta quello che ho qui dentro”
-Laura Pausini-

Una donna cammina in un supermercato, con il suo carrello della spesa, fra le corsie. Lo riempie  con i suoi prodotti preferiti. Alla cassa, un’ altra donna le si avvicina, guarda il carrello, e la apostrofa dicendole: “ma perchè ha comprato questi cereali? Non sa che quegli altri fanno meglio alla salute? E come mai gli assorbenti con le ali? Perchè il caffè decaffeinato? Non sa che il cioccolato fondente è migliore di quello al latte?”

Non proseguo oltre, credo tutti abbiate pensato nella migliore delle ipotesi che la signora è una gran rompiscatole, nella peggiore, che è una matta scatenata  🙂

Quando si tratta di bambini, però, lo scenario cambia: è esperienza comune di ogni mamma, infatti, che qualche signora le si sia avvicinata, ai giardinetti, al supermercato, in coda alla posta ecc, fornendo suggerimenti non richiesti: “ma non gli mette/toglie il cappellino? Fa caldo! Guardi che è messo storto! Ma non è grande per il ciuccio? Ma gli dà già il biscotto?” ecc..
Negli anni, mi sono data una spiegazione di questo strano fenomeno: i bambini non appartengono solo ai propri genitori, ma anche “alla comunità”..sono il futuro della specie, patrimonio comune, ed in questo senso, ci si può sentire in dovere/diritto di dare un consiglio, un indirizzo, di suggerire una linea educativa.
A volte però, questo genere di suggerimenti, sfocia in discussioni agguerrite… noi mamme siamo creature multiformi…sappiamo essere affettuose ed accudenti, capaci di cantare ninne nanne con voce flautata ed essere fatine di miele e zucchero per i nostri bambini..ma pronte a difernderci con le unghie e con i denti se qualcuno mette in discussione il nostro stile educativo.
Anche perchè quello stile spesso non è improvvisato, ma ce siamo studiato, lo abbiamo letto sui manuali, lo abbiamo pensato e voluto fortemente, e guai a metterlo in discussione.
Da psicologa che si occupa di prima infanzia, ho osservato però che l’adesione ad un metodo, qualora sia intesa in modo rigido, può creare delle forzature, dei casi in cui una linea educativa “di massima” viene invece assolutizzata e  diventa una bandiera, quasi una fede…volevo quindi provare a fare il punto su quali possano essere le cose importanti, dal punto di vista psicologico , in merito agli stili di accudimento.
Per farlo, faccio un passo indietro fino ad arrivare alla mia amata teoria dell’attaccamento: è ormai dimostrato da corposissimi studi e letteratura in merito, che un buon contatto, una relazione positiva fra chi eroga le cure, detto ‘caregiver’ (mamma o papà) e il bambino, nei primissimi anni di vita, è fonte di benessere psichico e predispone a buone e soddisfacenti relazioni in età adulta.
Al contrario, un attaccamento non sereno nella primissima infanzia,  predispone a disturbi psicologici e relazioni affettive disfunzionali. 😦
Quindi, sappiamo che in effetti l’attenzione su come accudire il proprio bambino nei primi mesi/anni di vita, non è affatto immotivata.

Ma quale, fra le mille scelte che si possono fare, garantisce il maggior benessere nella relazione madre-bambino?

Lettone sì, lettone no? Allattamento ad oltranza o guai a superare i sei mesi? Ciuccio= il male assoluto oppure ciuccio= salvezza totale?
Quale scelta è quella giusta?
La mia risposta è: nessuna A PRIORI, ovvero nessuna che prescinda dall’osservazione del clima emotivo relazionale e del feedback fornito dalla coppia madre-bambino.
Facciamo degli esempi: il tenere il bambino nel lettone (co-sleeping) è un’abitudine radicata in moltissimi paesi del mondo, favorisce l’allattamento al seno perchè il bambino è sempre a disposizione, favorisce l’instaurarsi di un rapporto fisico ed affettivo (il bambino è a portata di coccole)..ma questo vale SEMPRE?
Io credo che sia piuttosto rischioso rispondere di sì. Credo che l’atteggiamento con cui il genitore  E IL BAMBINO (che non può parlare ma può dare un sacco di segnali per far capire la sua attitudine) vivono quella pratica educativa, sia fondamentale.
Al genitore fa piacere? Al genitore pesa? Il genitore riposa a sufficienza? Ha mal di schiena al mattino? Come è il suo umore?
E il bambino? Sembra contento? Scalcia o sembra insofferente? Riposa bene?

Insomma, avete capito.

Cioè, se lo scopo è UNA BUONA RELAZIONE, serena, affettiva, bisogna che quella pratica, quale che sia, renda i genitori e il bambino sereni e tranquilli. L’alto contatto quasi sempre facilita la buona relazione, ma in situazioni particolari, può anche non essere così.
Occorre valutare caso per caso dandosi il tempo di osservarsi ed osservare il proprio bambino.
La stessa cosa per l’allattamento al seno: l’OMS lo consiglia vivamente come alimento ESCLUSIVO fino almeno a sei mesi, e poi a richiesta ancora fino a due anni e oltre.
Ciò non significa che si debba sentirsi spinti ad allattare per forza..e non sto parlando di problemi o difficoltà temporanee, che tutte le mamme possono passare (alzi la mano una mamma che non abbia avuto dei momenti di stanchezza o sconforto!!) e che quasi sempre possono essere risolte rivolgendosi ad un buon consultorio o ad una consulente della leache league..se però nonostante i suggerimenti l’allattamento viene vissuto come un’ imposizione ed una sofferenza continue, occorre riflettere su quale sia la priorità..meglio una mamma felice e tranquilla, o una mamma che allatta fra le lacrime e provando in ogni momento rabbia e/o frustrazione?

Purtroppo le intrusioni educative,  quelle della signora ai giardini, di zie, nonne, suocere, quelle dei media, dei social, perfino della manualistica e degli “esperti”, non sempre aiutano, anzi possono essere addirittura di ostacolo, specie con mamme che per loro tratti di personalità ci tengono molto a fare le cose bene e perseguire un modello educativo, il che è un’ottima cosa, se non diventa una gabbia che impedisce di osservare la relazione.
Oltretutto ci sono esperti parimenti titolati che portano pareri diversi fra di loro, confondendo ancora di più le neo-mamme.
Certo, alcuni argomenti sui quali c’è molta ricerca e letteratura univoca esistono…ad esempio: non è vero che un bambino che sta molto vicino a mamma e papà non diventa autonomo, anzi, è proprio il contrario: la presenza di una “base sicura” (quindi un rapporto stabile e vicino con mamma e papà), è statisticamente correlato a bambini più autonomi ed esplorativi.
Idem per i risvegli notturni, la necessità di allattamento a richiesta, il lettone: studi importanti dimostrano che un neonato che cerca la prossimità fisica con la madre, e si sveglia spesso piangendo e chiedendo di ciucciare, è un bambino SANO, perchè si sta garantendo la sopravvivenza. Ricordiamoci che siamo mammiferi e primati, e ci siamo evoluti da sempre, aggrappandoci alla pelliccia di mamma. 🙂
Inoltre, chi dice che dopo i sei mesi il latte diventa acqua, dice una cosa scientificamente assurda: il latte è sempre latte, è un alimento che cambia la sua composizione a seconda delle esigenze del bambino adattandosi, in un complesso sistema di domanda-offerta; cambia a seconda delle ore del giorno e dell’età del nostro bambino; ha una percentuale di acqua al suo interno, certo, ma non è minimamente paragonabile all’acqua.
Oppure lo svezzamento: già in un precedente post ho spiegato che è un passaggio importante e delicato, che è dimostrato che non vi sia necessità di alcun alimento aggiuntivo oltre al latte almeno fino ai sei mesi, o anche fino a quando il bambino non abbia competenze motorie sufficienti per reggersi seduto, e che si può fare in modo dolce, lasciando che il bambino assaggi gradualmente i vari alimenti, senza togliergli completamente il seno dall’oggi al domani, esponendolo ad un (seppur magari piccolo) trauma.

Gli argomenti sono molti…informarsi e fare scelte consapevoli su salute, sonno, alimentazione, è importantissimo, ma non può essere slegato dal caso singolo…i bambini sono tutti diversi…non ci può essere la cosa giusta da fare che sia standard: chi ha due figli può confermare: uno ama la fascia, l’altro il passeggino, uno non ha mai preso il ciuccio, l’altro lo usa per consolarsi..gli esempi sono infiniti.

Una volta, uno psicoanalista mio supervisore mi disse: studia, studia con impegno i manuali, la teoria, le ricerche, fanne tesoro…ma quando sei a contatto col paziente dimenticatela, ascolta il controtransfert (le sensazioni “di pancia” interne all’analista).

Il mio consiglio è lo stesso…informatevi, approfondite, leggete…ma soprattutto ascoltatevi, interrogate l’istinto, ogni tanto fate piazza pulita di tutti gli insegnamenti e i condizionamenti e sintonizzatevi su ciò che fa stare bene voi e il vostro bambino.

Se avete difficoltà, ricordatevi che lo psicologo può coadiuvarvi in questo processo, in quanto non fonisce “insegnamenti” ma vi aiuta a fare luce su quelli che sono i desideri e le tendenze più profonde della vostra psiche 🙂

 

Bibliografia essenziale:

Ammaniti M. & Stern D.N.(a cura di) (1992): Attaccamento e psicoanalisi, Laterza, Bari.
-Bowlby, J.(1982): Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Bowlby, J.(1989):Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Sunderland M. (2007). Il tuo bambino, come educarlo e capirlo. Tecniche nuove, Milano,

Sitografia:

http://www.lllitalia.org/

http://www.autosvezzamento.it/

Gian Burrasca da raggiungere: il disturbo oppositivo e provocatorio e la storia di Susanna

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“Appena arrivato mi è toccato naturalmente di sentire una gran predica del Prèside in presenza alla mamma che sospirava e ripeteva le solite frasi che dicono i genitori in queste circostanze:
– Lei ha proprio ragione… Sì, è cattivo… Dovrebbe esser grato, invece, ai professori che son così buoni… Ma ora ha promesso di correggersi… Dio voglia che la lezione gli frutti!… Staremo a vedere… Speriamo bene…
Io ho tenuto sempre la testa bassa e ho detto sempre di sì; ma da ultimo mi son seccato di far quella figura da mammalucco e quando il Prèside ha detto sgranando gli occhi dietro le lenti e sbuffando come un mantice:
– Vergogna, mettere il soprannome ai professori che si sacrificano per voi!
– E io allora che dovrei dire, – ho risposto. – Tutti mi chiamano Gian Burrasca!
– Ti chiamano così perché sei peggio della grandine! – ha esclamato mia madre.
– E poi tu sei un ragazzo! – ha aggiunto il Prèside.
La sinfonia è sempre questa: i ragazzi devono portar rispetto a tutti, ma nessuno è obbligato a portar rispetto ai ragazzi…” -Vamba – Il Giornalino di Gian Burrasca-

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti.
La piccola Gian Burrasca di cui vi racconto oggi, è una di queste bambine.
Ha 5 anni e si chiama Susanna;  le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!) 🙂
Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.
Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina.

E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri..-bella e triste- è la prima cosa che penso.
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
-Ottimo- penso…dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata..ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.
In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle..inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione. La ignoro.
Continuo a frugare  e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla,  parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino..tiro fuori le immagini..insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.
Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita

Ma perché Susanna fa così tanta fatica ad affidarsi ad un adulto?
E perché una bimba intelligente come lei, si comporta in modo da attirare su di se’ critiche, sgridate, punizioni?
Si può parlare, in questo caso, di disturbo oppositivo provocatorio? Di cosa si tratta?

Proviamo a capire insieme la natura di questo disagio.

Dal DSM (il manuale che classifica tutti i disturbi psicologici), “la diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.” (Vuol dire che influiscono sulle relazioni con adulti e coetanei, rendendo difficile la convivenza).
Il manuale indica anche alcuni criteri tramite i quali capire se un bambino può essere considerato portatore di questo disturbo…il bambino in questione:

  • spesso va in collera?
  • spesso litiga con gli adulti?
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti?
  • spesso irrita deliberatamente le persone?
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento?
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri?
  • è spesso arrabbiato e rancoroso?
  • è spesso dispettoso e vendicativo?

Se mentalmente abbiamo risposto ‘sì’ ad alcune domande, o addirittura a tutte, e se questi “sintomi” non sono legati ad un momento temporaneo, ma sono persistenti e si ripetono ogni giorno, causando disagio in casa e a scuola, possiamo essere in presenza del DOP.
Le cause di questo disagio sono state a lungo studiate, e prendono in considerazione vari aspetti.
Il primo aspetto da considerare, riguarda il temperamento del bambino stesso: certi bambini sono più sensibili di altri, hanno un grado di attivazione (arousal) più elevato, sentono le emozioni, in particolare la rabbia, in modo più intenso e dirompente.
Il secondo aspetto riguarda invece lo stile genitoriale; si è visto infatti che alcune modalità educative (es: permissivismo, incoerenza, rifiuto, disinteresse, uso eccessivo delle punizioni, iperprotezione) , favoriscono una cattiva gestione dell’aggressività.
Nella mia esperienza clinica, ciò che accade più comunemente, è un “incastro” fra bambino sensibile e genitori che non hanno ancora trovato uno stile educativo coerente.
(Può accadere quando i genitori non hanno risolto dei nodi che riguardano i loro stessi genitori, o quando non c’è un punto di vista comune sulle pratiche educative, o in situazioni di conflitto e disaccordo, ad esempio durante una separazione).
Quindi cosa accade, realmente?
Un bambino già un po’ difficile e “tosto”di suo, sollecita nel genitore vissuti forti, che si agganciano a elementi della storia personale e che gli rendono difficile gestire il bambino; spinti dalla forza di questi vissuti, i genitori commettono, in buona fede, errori educativi, che anziché risolvere il problema, lo inaspriscono, creando un circolo vizioso di malessere.
Non è colpa del bambino, non è colpa di mamma e papà…ma di fatto, tutti stanno male.
L’errore più comune di un genitore (o di un insegnante) troppo invischiato nella situazione,quindi comprensibilmente frustrato ed arrabbiato, è quello di considerare il bambino come intenzionalmente “cattivo” , quindi di agire come se i comportamenti rabbiosi fossero controllati dal bambino e diretti “appositamente” a loro; pensandola in questo modo, non sentono di riuscire a poter gestire tali comportamenti e credono che sia una cattiva disposizione d’animo del bambino, a farli comportare così, e che questa cosa non passerà perché è intenzionale e fa parte della natura del bambino.
In realtà, il bambino non “controlla” proprio nulla, non è contento di apparire in quel modo a genitori, insegnanti, coetanei, si sente invaso da queste brutte sensazioni e non ha idea di come fare per gestirle. E’ molto triste e umiliato.
Sentendosi dire da più persone di essere cattivo ed ingestibile, si convincerà che è così, che non è degno d’amore, e questa auto-percezione negativa, peggiorerà i suoi comportamenti.
I genitori, d’altro canto, si sentono giustamente spossati di fronte a problemi che hanno provato a lungo a risolvere senza successo, e non sentono di avere alcun potere sul bambino.
Quando ciò accade è bene rivolgersi ad uno specialista (non stiamo parlando di saltuari momenti di sconforto che passiamo tutti, da genitori, in cui ci sembra di non gestire i nostri figli..ma di quando questi momenti sono la quotidianità, si ripetono tutti i giorni, spesso inasprendosi sempre di più).

La terapia con un bambino che vive questo genere di disagio,  si fonda su alcuni capisaldi:

1-      raggiungere il bambino (il bambino non si fida, non si fida di se stesso né di voi, quindi occorrerà del tempo)

2-      offrirgli comprensione (comprensione non significa permettere al bambino di fare tutto ciò che vuole, ma significa fargli capire che sappiamo che non è contento di comportarsi così e che questa cosa lo rende triste)

3-      lavorare sul rispecchiamento e sull’autostima (vedi post QUI )

4-      se possibile, inserire il bambino in un gruppo terapeutico, per lavorare sulla socializzazione, la collaborazione con i pari, l’apprendimento delle regole.

Tali tappe, però non possono prescindere dal lavorare congiuntamente con i genitori; il disagio coinvolge infatti tutta la famiglia (ricordate la sorella di Susanna?), i genitori vanno adeguatamente supportati nella gestione della frustrazione e della rabbia, nell’elaborazione di vissuti personali legati alla loro storia familiare, e all’individuazione di strategie educative efficaci e funzionanti.
Le strategie andranno tarate sul singolo bambino, sull’età, sulla situazione familiare e scolastica; come suggerimenti di base, valgono quelli del post precedenti, in particolare quello sull’ aggressività e sui capricci

Se avete storie di piccoli Giannino Stoppani o Susanne, consigli da chiedere, critiche da fare, siete i benvenuti 🙂

P.S Susanna, così come Francesco nel post degli attacchi di panico, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy 🙂

Il passo del gambero: regressioni & Co

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“Fai un passo indietro, per saltare più lontano” – Anonimo

Le tappe di crescita raggiunte dai figli sono momenti emozionanti per ogni genitore: chi non si ricorda i primi passetti traballanti? La gioia nel sentire le prime paroline? Quanto orgoglio ci riempie nel notare che abilità che sembravano impensabili, a poco a poco vengono raggiunte dai nostri piccoli?
Bambini che dormivano solo abbarbicati a mamma o papà, che si addormentano da soli nel loro lettino; bambini che tolgono il ciuccio; bambini che dopo mille pipì sparse sul pavimento finalmente imparano ad usare il vasino, con soddisfazione e applausi da parte di tutta la famiglia. Esperienza comune ad ognuno di noi, TRUE STORY, come si dice adesso.:-)
Siamo abituati, come adulti, a pensare che questo genere di acquisizioni siano stabili, che quindi, una volta raggiunta una competenza, non sia più possibile “perderla”. In linea di massima funziona proprio così, ma in particolari casi invece, le competenze possono vacillare e ci possono essere dei periodi in cui si “torna indietro” con le acquisizioni.
Capacità che sembravano consolidate, all’improvviso sembrano scomparire, anziché avanzare si va a ritroso, a passo di gambero.
Ma perché questo accade?
Le cause possono essere svariate, ma ruotano tutte attorno ad un’esperienza che il bambino vive come importante, se non addirittura traumatica.
Molto spesso, queste situazioni hanno a che fare con una variazione dei rapporti e delle disponibilità dei genitori (es: rientro al lavoro della mamma, la nascita di un fratellino, l’inserimento al nido o alla scuola dell’infanzia); possono anche riguardare eventi più seri come una separazione, l’ospedalizzazione del bambino stesso o di uno dei genitori, un lutto, una malattia o un fenomeno inatteso e spaventante come un terremoto.
Il bambino tramite questi comportamenti, richiede aiuto per superare questo momento di difficoltà, e lo fa cercando di tornare indietro alla fase precedente dello sviluppo, in cui tutto era tranquillo e l’attenzione dei genitori era dedicata maggiormente a lui.
Le regressioni più frequenti riguardano:

  • il linguaggio: balbuzie o peggioramento generale del modo di parlare;
  • il controllo sfinterico: enuresi notturna o difficoltà a trattenere cacca e pipì anche di giorno
  • il comportamento: capricci, manifestazioni di tristezza o aggressività;
  • il sonno: difficoltà di addormentamento o risvegli notturni
  • le paure: improvviso manifestarsi di paure, diurne o notturne.

Tutti questi disturbi possono essere correlati anche con altri aspetti (ad esempio l’incremento delle paure può essere un aspetto assolutamente normale, in un bambino che cresce, perché man mano che lo sviluppo cognitivo aumenta, aumenta anche la comprensione del mondo nelle sue varie sfaccettature, comprese quelle “cattive”).
Ma cosa fare se invece vi accorgete che sono correlati proprio ad un evento specifico?

  • La prima cosa da fare è non colpevolizzare il bambino per la regressione che sta avendo: non è una cosa che “fa apposta”, ma una manifestazione di disagio, e come tale va interpretata e trattata. Quindi è importante non sgridare il bambino, non umiliarlo, non dirgli frasi come “adesso sei grande e non dovresti fare queste cose”…anche perché, se il tentativo del bambino è quello di “tornare piccolo”, queste frasi possono essere controproducenti e consolidare il comportamento anziché estinguerlo;
  • dare la possibilità al bambino di parlare di ciò che lo turba; ciò che spaventa non è quasi mai un evento in se’, ma la mancata possibilità di elaborarlo: è importante quindi cercare di creare un clima relazionale che permetta al bambino di esprimere anche i sentimenti negativi (la naturale gelosia per un fratellino appena nato, il disappunto o l’ansia perché mamma torna al lavoro, lo spavento per un’operazione in ospedale ecc). Per far ciò, è fondamentale PREPARARE il bambino (quando possibile), agli avvenimenti, spiegandogli nel modo più semplice e sincero possibile cosa sta accadendo e cosa accadrà, ed aiutandolo ad esprimere cosa ne pensa e come si sente.
  • L’espressione dei vissuti del bambino può essere facilitata a parole, ma anche attraverso il gioco simbolico (con bambole, pupazzi o altri oggetti), o attraverso la lettura di storie che riguardano quel tema..se è la storia giusta lo capirete, perché vostro figlio vi chiederà di raccontarla ancora, ancora e ancora (il che vuol dire che funziona). Quando è nato il mio figlio più piccolo, leggevo al grande il libro di Pappamolla (http://www.ibs.it/code/9788883621741/blake-stephanie/pappamolla.html), e lui mi chiedeva di rileggerglielo mille volte al giorno! 🙂
  • Incoraggiare il bambino dando per scontato che recupererà l’abilità che ha perso “adesso non ti è riuscito di fare questa cosa (dormire, trattenere la pipì, stare senza ciuccio ecc), ma tu la hai già imparata e mamma è sicura che presto ti riuscirà di nuovo”, per trasmettergli fiducia nelle sue possibilità;
  • L’ultimo suggerimento, è quello di fornire al bambino che sta avendo una regressione, una possibilità aggiuntiva, rispetto al solito, di fare un “rifornimento affettivo”. Quindi prevedere dei momenti in cui si possa dedicare un po’ di tempo al bambino, magari in forma esclusiva, con coccole, abbracci, giochi o letture insieme.

Il presupposto fondamentale resta, da parte del genitore, essere il primo a non perdere la calma e a fidarsi del fatto che, una volta passato il momento di difficoltà, la competenza verrà recuperata da parte del bambino.
Un atteggiamento il più possibile positivo, aiuterà certamente il bambino a superare l’impasse.
A volte, se la regressione sembra perdurare, può essere utile consultare uno specialista, che vi può aiutare ad individuare le modalità di gestione che funzionano meglio, in ogni caso è sempre utile ricordarsi che lo sviluppo dei nostri bambini è UN PERCORSO, e che a volte è difficile accorgersi in tempo reale dell’utilità di ciò che facciamo oggi..semini gettati in questo momento, potrebbero richiedere tempo e germogliare più avanti, l’importante è continuare a credere che germoglieranno, ed avere fiducia che i nostri piccoli gamberi si trasformeranno in scattanti e preziose aragoste 😉 🙂

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