Riconoscere ed affrontare gli attacchi di panico: la storia di Francesco

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Buongiorno e buon anno cari amici,
riprendiamo le nostre conversazioni psicologiche parlando di un disturbo diffuso e piuttosto pesante: gli attacchi di panico.
Mi chiedono in tanti di spiegare qualcosa in più su questo genere di problema e su come affrontarlo, specie quando riguarda bambini o adolescenti.
Per farlo, vi racconto una storia realmente accaduta.

Un giorno ero nello spogliatoio della piscina con i miei figli..un luogo che qualsiasi mamma che lo abbia frequentato può descrivere come un girone dantesco…un caldo infernale, il figlio grande che deve lavarsi, vestirsi ed asciugarsi ed è completamente passivo e distratto, molle come un burattino; il piccolo che invece è attivo come una molla e corre qua e là bagnandosi le calze, sudando..io che cerco di gestire la cosa.
Quel giorno, poco prima, mentre ero sugli spalti intenta a rincorrere il piccolo e ad evitare che si sfracellasse sulle gradinate, avevo notato che un bimbo di un altro corso aveva “bevuto” un po’ di acqua mentre si tuffava, e si era messo a tossire e a piangere. Non ci avevo fatto molto caso perché sono cose che possono capitare, in piscina, specie ai più piccoli.
Ma dopo 10 minuti, a lezione finita, avevo trovato nello spogliatoio quello stesso bambino, seduto con la mamma vicino a lui, che continuava a tossire in modo convulso e a tentare di introdurre aria..mi sembrava molto agitato e spaventato, tossiva sempre più forte, la mamma era anch’essa molto agitata e stava valutando se chiamare il 118..continuava a dire “non capisco come sia possibile!!Non dovrebbe più tossire!!Ha bevuto pochissimo!!”.
Guardavo quel bambino e tutto nel suo atteggiamento mi indicava che stava avendo un attacco di panico..gli occhi terrorizzati, la tosse che sembrava più “sforzata” che vera…la “fame d’aria”…valutai per un attimo di farmi i fatti miei ma l’istinto psico fu insopprimibile. 🙂
Chiesi alla signora se potevo avvicinarmi e come si chiamava il bambino.
Francesco, mi disse….
Mi inginocchiai davanti a lui e gli dissi: “Francesco, prima hai bevuto e per un attimo non sei riuscito a respirare..ti sei molto spaventato…questo spavento non ti è ancora passato, ti è rimasto nel corpo e ti fa tossire..ma ora puoi respirare..guarda, dammi una manina..mettila sulla pancia (lo aiutai a posare una mano sulla sua pancia)…vedi come si gonfia come un palloncino? E’ perché dentro c’è l’aria, quindi stai respirando. Prova a respirare piano col naso, vedi che la pancia si gonfia..poi si sgonfia….è l’aria che entra ed esce…senti? Hai avuto proprio ragione a spaventarti, prima, ma respiri bene, adesso.”
La tosse cessò praticamente in modo istantaneo.
La mamma mi guardò sbalordita, come se avesse visto un marziano verde con dieci occhi o Brad Pitt in costume (preferisco quest’ultima ipotesi) 😉
“Come ha fatto????” mi chiese?
Ne seguì una lunga conversazione al bar della piscina, in cui spiegai qual era il mio lavoro; la signora mi raccontò che queste cose erano iniziate da quando la sorella di Francesco si era “strozzata” con un boccone di mozzarella a tavola, in sua presenza, e tutti si erano spaventati moltissimo.
Lei stessa aveva aiutato la figlia a liberarsi dal boccone ma poi era semi-svenuta.
Da quel giorno Francesco aveva iniziato a masticare ogni boccone di cibo anche per un quarto d’ora prima di deglutirlo, e in occasione di altri spaventi, aveva manifestato sintomi somatici simili a quelli accaduti quel giorno, con tosse e difficoltà a respirare.
Inoltre, già da piccolino, Francesco aveva mostrato di essere incline alle somatizzazioni..gli succedeva di strofinarsi gli occhi con la mano come se non ci vedesse…la visita oculistica aveva sentenziato che non c’era alcun problema di vista e che si trattava di un tic nervoso, avevano suggerito di ignorarlo, che sarebbe sparito da solo, e così era accaduto.
La mamma mi disse che era da un po’ di tempo che aveva in mente di far aiutare Francesco da uno psicologo, e fu sollevata quando le fornii il nominativo di una mia collega (non lo presi in carico io stessa perché era una persona che incontravo settimanalmente, in piscina, e che avrei incontrato ancora per molto tempo).

Ma perché certe volte le cose si esprimono in modo somatico?
Perché vengono gli attacchi di panico?
E come si possono aiutare bambini o adulti che ne soffrono?
La chiave di volta, è il riconoscimento e la validazione dell’esperienza emotiva.
Molto spesso, le manifestazioni somatiche dell’ansia sono collegate al mancato riconoscimento delle emozioni e alla conseguente difficoltà di gestione delle stesse.
Ci sono famiglie in cui, per svariati motivi, l’espressione dell’emotività è disincentivata, bandita…in effetti in consultazione mi è capitato di incontrare genitori poco affettivi, molto razionali e distanti dal mondo interno dei loro figli.. più spesso però ho conosciuto genitori amorevoli, che con l’illusione di tutelare i loro bambini, avevano scelto di non esprimere mai le loro emozioni di fronte a loro, specie se negative..a parole magari invitavano i figli a parlare dei loro sentimenti, ma con l’esempio mostravano che esprimere sofferenza o paura era tabù.
In questi casi invito sempre i genitori a parlare di più ai loro figli di come stanno, anche a dire quando sono tristi per qualcosa o arrabbiati (senza naturalmente caricare i bambini di preoccupazioni non adatte alla loro età).

In effetti, se come individui non riusciamo a sintonizzarci con ciò che proviamo, le sensazioni corporee legate ad un’ attivazione emotiva possono apparire estranee e molto invasive..
Una paziente (adulta), mi diceva: “dottoressa sento qualcosa di forte ma…non so spiegare esattamente cosa mi capita, però sto malissimo…ho paura, mi sembra di essere sul punto di morire….e invece gli altri mi dicono di stare tranquilla, che non mi sta succedendo nulla..in pratica secondo loro, ciò che sto provando non ha senso!!” (ricordate la mamma di Francesco: “non dovrebbe più tossire!!” )
..capite come queste minimizzazioni possano rendere l’esperienza dell’attacco di panico ancora più incomprensibile e terribile..si perviene ad un punto tale di spavento nel quale l’unico desiderio è che questa brutta esperienza non si ripeta, e come sa bene chi soffre di questo disturbo, si può arrivare a non uscire più nemmeno di casa, per paura di essere in una situazione in cui l’episodio si ripete di nuovo. Il solo pensiero dell’attacco di panico innesca un’attivazione fisiologica (ansia anticipatoria), che viene letta come segnale dell’imminente attacco, aumentando la paura anziché diminuirla e guidando il comportamento verso l’evitamento, il ritiro.

Ma cosa si può fare, allora?

Intanto, convalidare l’esperienza emotiva che sta accadendo: tutto ha un senso ed è utile, nella psiche, compresa la paura.
Senza provare paura saremmo fritti!! Ci sono persone con malattie genetiche rarissime oppure che hanno avuto dei traumi all’encefalo, incapaci di provare paura, e solitamente la cosa non finisce bene…La paura in sé non è una cosa sbagliata. (lo dicevamo anche della rabbia, nel post del bacino di Giuda).
Però deve essere integrata con altre componenti emotive e cognitive…non può farla da padrona influenzando comportamenti e decisioni. Vi faccio un esempio:
Se sono su un pedalò in mare con una persona che non sa nuotare, la nostra paura di poter cadere in acqua sarà completamente diversa, poiché per quella persona c’è un pericolo oggettivo di sopravvivenza, mentre per me c’è solo la possibilità di farmi un bel bagno al largo.
Se io fossi terrorizzata dal pensiero di cadere in acqua, pur sapendo perfettamente nuotare, ci sarebbe qualcosa che non va…vorrebbe dire che la paura, anziché semplicemente svolgere la sua funzione evolutiva di segnalazione di un possibile pericolo, ha preso il sopravvento su tutto il resto.
Se poi, per il timore di poter eventualmente cadere in acqua, rinunciassi alle vacanze, e il mio ragazzo, esasperato, mi lasciasse per questo, capite come la mia vita si starebbe organizzando totalmente intorno a quell’unico denominatore?

Se ciò accade, si deve provare ad aiutare la persona a rientrare in possesso dei meccanismi di riconoscimento e gestione dell’attivazione emotiva.
Quindi bisognerebbe cercare di evitare di dire a qualcuno che sta male “non ti sta succedendo nulla”..meglio piuttosto dire la verità: “stai avendo un attacco di panico (se è un bambino: stai avendo una crisi di spavento), è molto brutto ma ti è già successo e sai che non morirai, proviamo a trovare dei modi di affrontarlo insieme”.
Bisogna aiutare la persona a capire COSA sta provando, PERCHE’ si attiva in quel modo, e dare un senso, un’integrazione, a ciò che accade, e soprattutto lavorare con lui, perché capisca che quell’esperienza non è qualcosa di insensato, che arriva dall’esterno ad invaderlo e basta, ma che genera dal suo interno e come tale, come tutte le altre emozioni, PUO’ ESSERE GESTITO. E’ una cosa che si puo’ imparare, per fortuna.:-)
Quindi, aumentare il lessico emotivo ed incentivare l’auto-osservazione, sia attuale che nel ricordo delle esperienze passate, in modo da stimolare collegamenti fra esperienze vissute solo in maniera razionale, e la relativa e spesso misconosciuta componente corporea.
Anche già solo comprendere che ciò che accade è un attacco di panico, diminuisce la
paura..ricordate come si è calmato Francesco?
Ai bambini dico la verità: “può succedere che i pensieri brutti, le preoccupazioni, le cose che abbiamo nella testa e nel cuoricino, se non riusciamo a dirle, ci facciano qualche dispetto e vadano a finire nel corpo, così possiamo sentirle…ma ci sembrano cose così strane e sconosciute, paurose…vedrai che però, allenandoci un po’insieme, possiamo imparare ad ascoltarle, a capirle e a spiegarle meglio” (Le emozioni si potranno esprimere con le parole, ma anche attraverso giochi, disegni, rappresentazioni di vario genere).

Nella terapia si possono affiancare anche “tecniche” di gestione dell’attacco di panico vero e proprio (controllare la respirazione ad esempio)..ma se non si lavora sul resto, sono tecniche poco efficaci, perché agiscono solo a livello del sintomo ma non affrontano la causa…è come prendere la tachipirina se c’è un’infezione in corso..la febbre scende, ma il problema non è affatto risolto. (Anzi).

Può capitare a tutti di avere dei momenti di ansia, anche intensa, ma è necessario rivolgersi ad uno specialista se:
• Le manifestazioni di panico sono talmente intense da condizionare la vita scolastica/lavorativa/affettiva;
• Le manifestazioni sono accompagnate da altre somatizzazioni (dermatite, psoriasi, gastrite, asma);
• Le manifestazioni non sono relative ad un periodo circoscritto ma perdurano nel tempo, anche in momenti di tranquillità;
• Le manifestazioni hanno carattere crescente (prima una volta al mese, poi due, poi più volte a settimana ecc)

Che ne pensate?

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