Specchio, specchio delle mie brame…ovvero come insegnare l’autostima ai bambini

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“Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
– Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispondeva:
– Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità. “

Cosa c’entra la celebre fiaba di Biancaneve con il processo di costruzione dell’autostima?

Per spiegarvelo, vi faccio due esempi che appartengono alla quotidianità:

  1. Un  bambino piccolo è ai giardini, in braccio alla mamma su una panchina; si avvicina un estraneo (magari per chiedere un’informazione): il bambino istintivamente guarderà la madre ed osserverà la sua mimica facciale ed i suoi atteggiamenti, per capire se deve temere o meno l’avvicinarsi di questa figura sconosciuta. Se la mamma è tranquilla e serena, il bambino non piangerà. Se la mamma, anche senza dire nulla di particolare, riterrà quell’individuo un pericolo, il bambino quasi certamente si metterà a piangere.
  2. Un bambino che ha imparato da poco a camminare, cade. La prima cosa che farà (ovvio, se non si tratta di una caduta troppo dolorosa), sarà guardare la mamma: se la mamma gli andrà incontro molto spaventata, magari urlando, il bambino certamente piangerà. Se la mamma gli si avvicinerà con calma, sorridendo ed aiutandolo ad alzarsi, molto probabilmente il piccolo non piangerà.

I bambini quindi in ogni contesto relazionale ascoltano, osservano ed elaborano le informazioni verbali e non verbali fornite dai genitori e dalle altre figure di riferimento, per inferire da esse svariate informazioni, che spaziano dalla pericolosità o meno di una situazione, alla misura del proprio valore.
Noi adulti siamo per loro un vero e proprio specchio parlante, che restituisce informazioni e risponde alle loro domande sul mondo e su se stessi:
“…specchio, specchio delle mie brame: questo signore è bravo o cattivo?”
“specchio, specchio delle mie brame: questa cosa che sta succedendo è brutta o no?”
E anche:
“..specchio, specchio delle mie brame, ma come sono io? Sono bravo? Sono intelligente? Sono bello? Sono capace?”

Capite quindi come questo processo di rispecchiamento può incidere sulla costruzione dell’autostima.
Ma cosa significa esattamente?

L’autostima, ovvero il processo di valutazione soggettiva del proprio valore personale, si struttura e costruisce fin dalla nascita.
Ogni bambino infatti, a partire dal suo ingresso al mondo, utilizza i genitori e gli adulti affettivamente significativi, per ottenere informazioni sulla realtà esterna e su se stesso, al fine di connotarsi e strutturare il proprio sè, capire chi è, insomma.
Può accadere che, per svariati motivi, il senso di autostima del bambino non si sviluppi adeguatamente: a volte i genitori stessi hanno essi stessi una bassa autostima e sono insicuri, a volte i genitori, seppur amorevoli, non riescono a sintonizzarsi sugli effettivi bisogni del bambino, alimentando uno stato di sfiducia in sé e nelle proprie capacità, altre volte sono eccessivamente perfezionisti ed hanno aspettative irrealistiche circa le prestazioni del bambino, a volte infine sono presenti difficoltà oggettive del bambino (es dislessia o altro disturbo specifico di apprendimento), che se non adeguatamente affrontate possono contribuire ad inficiare le prestazioni scolastiche ed abbassare l’autostima.
Quando accade questo, lo specchio rimanda al bambino immagini che lui percepisce come poco comprensibili o negative, e se questo rispecchiamento accade di continuo,  il bambino si convince che quelle caratteristiche gli appartengono, pertanto LE CONSOLIDA.
Ci sono alcuni atteggiamenti che possiamo notare, e che sono campanelli d’allarme che segnalano un problema di autostima: ad esempio bambini rinunciatari, che si tirano indietro e rifiutano di affrontare compiti a loro assegnati in contesti scolastici, sportivi, familiari, specie quando i compiti proposti sono inerenti a competizioni o sfide (tanto non ci riesco); bambini che idealizzano adulti o coetanei attribuendo loro qualità eccessive (lui è più bravo/bello/intelligente/capace di me); bambini che si isolano in contesti sociali e che durante i giochi e i disegni mettono in scena aspetti di disprezzo e svalutazione, o al contrario bambini che assumono atteggiamenti aggressivi ed apparentemente spavaldi, da “bullo”, anch’essi indicatori di reazioni compensative ad uno scarso senso del valore.
Che cosa fare se ci si accorge che il proprio bambino ha un problema di autostima?
Facile (a dirsi!): bisogna trasformarsi in uno specchio benevolo, uno specchio in cui il bambino possa vedersi come portatore di aspetti positivi, in modo che possa credere che davvero queste caratteristiche di valore gli appartengono, che sono sue, e che può consolidarle sempre di più.
Ma come si fa in pratica?
Vi sono atteggiamenti ai quali prestare attenzione in quanto consolidano una scarsa fiducia sé:

  • per prima cosa evitare etichette, generalizzazioni, frasi che non si riferiscono ad un momento specifico di difficoltà, ma che fanno capire al bambino che una certa caratteristica è sua, stabile ed immutabile nel tempo (es:“sei SEMPRE il SOLITO imbranato”, “OGNI VOLTA che fai così sbagli”, “non riesci MAI a combinarne una giusta”, ecc);
  • in secondo luogo evitare di dare al bambino compiti non chiari, generici, o inadeguati alla sua età (es non dire ad un bambino “non allontanarti”, meglio dire “puoi arrivare fino a lì”, indicandogli un punto preciso);
  •  infine evitare di rispondere agli insuccessi del bambino con atteggiamenti di insofferenza (non considerare il bambino, voltargli le spalle, sbuffare) o umilianti (rimproverare il bambino in pubblico, confrontarlo con coetanei o fratelli).

Importante invece è porsi nei confronti del bambino in un’ottica di guida, come una figura solida, adulta e saggia che può insegnargli a superare le difficoltà, promuovendo la sua autonomia, guidandolo nel raggiungimento di tappe progressive (“vieni, ti faccio vedere”, “prova a fare così” “oggi non sei riuscito ma imparerai”), e sostenendolo e gratificandolo per i suoi successi (“hai visto che sei capace a..”); predisporre attività o compiti nei quali il bambino può riuscire, sperimentando così le sue capacità.

In ultimo ma non per importanza, ricordarsi che l’autostima germoglia soprattutto a partire da un’accettazione INCONDIZIONATA e non legata alle prestazioni; spesso in terapia “prescrivo” ai genitori 5 minuti al giorno di coccole e lodi sganciate da qualunque successo ottenuto dal bambino, non riferite a nulla se non al bambino così com’è (“il mio piccolino adorato, quando eri nella pancia e immaginavo di avere un bambino lo immaginavo PROPRIO COME TE, sono così contenta che sia tu il mio bambino”.)

Qui sotto potete trovare il link dell’intervista che ho rilasciato a lastampa.it su questo argomento:

http://www.lastampa.it/2013/08/09/societa/mamme/bambini/3-5-anni/come-insegnare-ai-bambini-lautostima-2Z1gr5myoV0zdvC9IHGBWL/pagina.html

Buon rispecchiamento e alla prossima 🙂

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