Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

educare slow 1

educare slow 2

educare slow 3

educare slow 4

Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

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Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck

Allattamento prolungato, cosleeping, maternità ad alto contatto: stili di accudimento e “intrusione educativa”

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“Vivimi senza paura
Anche se hai tutto il mondo contro
Lascia l´apparenza e prendi il senso
E ascolta quello che ho qui dentro”
-Laura Pausini-

Una donna cammina in un supermercato, con il suo carrello della spesa, fra le corsie. Lo riempie  con i suoi prodotti preferiti. Alla cassa, un’ altra donna le si avvicina, guarda il carrello, e la apostrofa dicendole: “ma perchè ha comprato questi cereali? Non sa che quegli altri fanno meglio alla salute? E come mai gli assorbenti con le ali? Perchè il caffè decaffeinato? Non sa che il cioccolato fondente è migliore di quello al latte?”

Non proseguo oltre, credo tutti abbiate pensato nella migliore delle ipotesi che la signora è una gran rompiscatole, nella peggiore, che è una matta scatenata  🙂

Quando si tratta di bambini, però, lo scenario cambia: è esperienza comune di ogni mamma, infatti, che qualche signora le si sia avvicinata, ai giardinetti, al supermercato, in coda alla posta ecc, fornendo suggerimenti non richiesti: “ma non gli mette/toglie il cappellino? Fa caldo! Guardi che è messo storto! Ma non è grande per il ciuccio? Ma gli dà già il biscotto?” ecc..
Negli anni, mi sono data una spiegazione di questo strano fenomeno: i bambini non appartengono solo ai propri genitori, ma anche “alla comunità”..sono il futuro della specie, patrimonio comune, ed in questo senso, ci si può sentire in dovere/diritto di dare un consiglio, un indirizzo, di suggerire una linea educativa.
A volte però, questo genere di suggerimenti, sfocia in discussioni agguerrite… noi mamme siamo creature multiformi…sappiamo essere affettuose ed accudenti, capaci di cantare ninne nanne con voce flautata ed essere fatine di miele e zucchero per i nostri bambini..ma pronte a difernderci con le unghie e con i denti se qualcuno mette in discussione il nostro stile educativo.
Anche perchè quello stile spesso non è improvvisato, ma ce siamo studiato, lo abbiamo letto sui manuali, lo abbiamo pensato e voluto fortemente, e guai a metterlo in discussione.
Da psicologa che si occupa di prima infanzia, ho osservato però che l’adesione ad un metodo, qualora sia intesa in modo rigido, può creare delle forzature, dei casi in cui una linea educativa “di massima” viene invece assolutizzata e  diventa una bandiera, quasi una fede…volevo quindi provare a fare il punto su quali possano essere le cose importanti, dal punto di vista psicologico , in merito agli stili di accudimento.
Per farlo, faccio un passo indietro fino ad arrivare alla mia amata teoria dell’attaccamento: è ormai dimostrato da corposissimi studi e letteratura in merito, che un buon contatto, una relazione positiva fra chi eroga le cure, detto ‘caregiver’ (mamma o papà) e il bambino, nei primissimi anni di vita, è fonte di benessere psichico e predispone a buone e soddisfacenti relazioni in età adulta.
Al contrario, un attaccamento non sereno nella primissima infanzia,  predispone a disturbi psicologici e relazioni affettive disfunzionali. 😦
Quindi, sappiamo che in effetti l’attenzione su come accudire il proprio bambino nei primi mesi/anni di vita, non è affatto immotivata.

Ma quale, fra le mille scelte che si possono fare, garantisce il maggior benessere nella relazione madre-bambino?

Lettone sì, lettone no? Allattamento ad oltranza o guai a superare i sei mesi? Ciuccio= il male assoluto oppure ciuccio= salvezza totale?
Quale scelta è quella giusta?
La mia risposta è: nessuna A PRIORI, ovvero nessuna che prescinda dall’osservazione del clima emotivo relazionale e del feedback fornito dalla coppia madre-bambino.
Facciamo degli esempi: il tenere il bambino nel lettone (co-sleeping) è un’abitudine radicata in moltissimi paesi del mondo, favorisce l’allattamento al seno perchè il bambino è sempre a disposizione, favorisce l’instaurarsi di un rapporto fisico ed affettivo (il bambino è a portata di coccole)..ma questo vale SEMPRE?
Io credo che sia piuttosto rischioso rispondere di sì. Credo che l’atteggiamento con cui il genitore  E IL BAMBINO (che non può parlare ma può dare un sacco di segnali per far capire la sua attitudine) vivono quella pratica educativa, sia fondamentale.
Al genitore fa piacere? Al genitore pesa? Il genitore riposa a sufficienza? Ha mal di schiena al mattino? Come è il suo umore?
E il bambino? Sembra contento? Scalcia o sembra insofferente? Riposa bene?

Insomma, avete capito.

Cioè, se lo scopo è UNA BUONA RELAZIONE, serena, affettiva, bisogna che quella pratica, quale che sia, renda i genitori e il bambino sereni e tranquilli. L’alto contatto quasi sempre facilita la buona relazione, ma in situazioni particolari, può anche non essere così.
Occorre valutare caso per caso dandosi il tempo di osservarsi ed osservare il proprio bambino.
La stessa cosa per l’allattamento al seno: l’OMS lo consiglia vivamente come alimento ESCLUSIVO fino almeno a sei mesi, e poi a richiesta ancora fino a due anni e oltre.
Ciò non significa che si debba sentirsi spinti ad allattare per forza..e non sto parlando di problemi o difficoltà temporanee, che tutte le mamme possono passare (alzi la mano una mamma che non abbia avuto dei momenti di stanchezza o sconforto!!) e che quasi sempre possono essere risolte rivolgendosi ad un buon consultorio o ad una consulente della leache league..se però nonostante i suggerimenti l’allattamento viene vissuto come un’ imposizione ed una sofferenza continue, occorre riflettere su quale sia la priorità..meglio una mamma felice e tranquilla, o una mamma che allatta fra le lacrime e provando in ogni momento rabbia e/o frustrazione?

Purtroppo le intrusioni educative,  quelle della signora ai giardini, di zie, nonne, suocere, quelle dei media, dei social, perfino della manualistica e degli “esperti”, non sempre aiutano, anzi possono essere addirittura di ostacolo, specie con mamme che per loro tratti di personalità ci tengono molto a fare le cose bene e perseguire un modello educativo, il che è un’ottima cosa, se non diventa una gabbia che impedisce di osservare la relazione.
Oltretutto ci sono esperti parimenti titolati che portano pareri diversi fra di loro, confondendo ancora di più le neo-mamme.
Certo, alcuni argomenti sui quali c’è molta ricerca e letteratura univoca esistono…ad esempio: non è vero che un bambino che sta molto vicino a mamma e papà non diventa autonomo, anzi, è proprio il contrario: la presenza di una “base sicura” (quindi un rapporto stabile e vicino con mamma e papà), è statisticamente correlato a bambini più autonomi ed esplorativi.
Idem per i risvegli notturni, la necessità di allattamento a richiesta, il lettone: studi importanti dimostrano che un neonato che cerca la prossimità fisica con la madre, e si sveglia spesso piangendo e chiedendo di ciucciare, è un bambino SANO, perchè si sta garantendo la sopravvivenza. Ricordiamoci che siamo mammiferi e primati, e ci siamo evoluti da sempre, aggrappandoci alla pelliccia di mamma. 🙂
Inoltre, chi dice che dopo i sei mesi il latte diventa acqua, dice una cosa scientificamente assurda: il latte è sempre latte, è un alimento che cambia la sua composizione a seconda delle esigenze del bambino adattandosi, in un complesso sistema di domanda-offerta; cambia a seconda delle ore del giorno e dell’età del nostro bambino; ha una percentuale di acqua al suo interno, certo, ma non è minimamente paragonabile all’acqua.
Oppure lo svezzamento: già in un precedente post ho spiegato che è un passaggio importante e delicato, che è dimostrato che non vi sia necessità di alcun alimento aggiuntivo oltre al latte almeno fino ai sei mesi, o anche fino a quando il bambino non abbia competenze motorie sufficienti per reggersi seduto, e che si può fare in modo dolce, lasciando che il bambino assaggi gradualmente i vari alimenti, senza togliergli completamente il seno dall’oggi al domani, esponendolo ad un (seppur magari piccolo) trauma.

Gli argomenti sono molti…informarsi e fare scelte consapevoli su salute, sonno, alimentazione, è importantissimo, ma non può essere slegato dal caso singolo…i bambini sono tutti diversi…non ci può essere la cosa giusta da fare che sia standard: chi ha due figli può confermare: uno ama la fascia, l’altro il passeggino, uno non ha mai preso il ciuccio, l’altro lo usa per consolarsi..gli esempi sono infiniti.

Una volta, uno psicoanalista mio supervisore mi disse: studia, studia con impegno i manuali, la teoria, le ricerche, fanne tesoro…ma quando sei a contatto col paziente dimenticatela, ascolta il controtransfert (le sensazioni “di pancia” interne all’analista).

Il mio consiglio è lo stesso…informatevi, approfondite, leggete…ma soprattutto ascoltatevi, interrogate l’istinto, ogni tanto fate piazza pulita di tutti gli insegnamenti e i condizionamenti e sintonizzatevi su ciò che fa stare bene voi e il vostro bambino.

Se avete difficoltà, ricordatevi che lo psicologo può coadiuvarvi in questo processo, in quanto non fonisce “insegnamenti” ma vi aiuta a fare luce su quelli che sono i desideri e le tendenze più profonde della vostra psiche 🙂

 

Bibliografia essenziale:

Ammaniti M. & Stern D.N.(a cura di) (1992): Attaccamento e psicoanalisi, Laterza, Bari.
-Bowlby, J.(1982): Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Bowlby, J.(1989):Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Sunderland M. (2007). Il tuo bambino, come educarlo e capirlo. Tecniche nuove, Milano,

Sitografia:

http://www.lllitalia.org/

http://www.autosvezzamento.it/

Specchio, specchio delle mie brame…ovvero come insegnare l’autostima ai bambini

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“Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
– Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispondeva:
– Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità. “

Cosa c’entra la celebre fiaba di Biancaneve con il processo di costruzione dell’autostima?

Per spiegarvelo, vi faccio due esempi che appartengono alla quotidianità:

  1. Un  bambino piccolo è ai giardini, in braccio alla mamma su una panchina; si avvicina un estraneo (magari per chiedere un’informazione): il bambino istintivamente guarderà la madre ed osserverà la sua mimica facciale ed i suoi atteggiamenti, per capire se deve temere o meno l’avvicinarsi di questa figura sconosciuta. Se la mamma è tranquilla e serena, il bambino non piangerà. Se la mamma, anche senza dire nulla di particolare, riterrà quell’individuo un pericolo, il bambino quasi certamente si metterà a piangere.
  2. Un bambino che ha imparato da poco a camminare, cade. La prima cosa che farà (ovvio, se non si tratta di una caduta troppo dolorosa), sarà guardare la mamma: se la mamma gli andrà incontro molto spaventata, magari urlando, il bambino certamente piangerà. Se la mamma gli si avvicinerà con calma, sorridendo ed aiutandolo ad alzarsi, molto probabilmente il piccolo non piangerà.

I bambini quindi in ogni contesto relazionale ascoltano, osservano ed elaborano le informazioni verbali e non verbali fornite dai genitori e dalle altre figure di riferimento, per inferire da esse svariate informazioni, che spaziano dalla pericolosità o meno di una situazione, alla misura del proprio valore.
Noi adulti siamo per loro un vero e proprio specchio parlante, che restituisce informazioni e risponde alle loro domande sul mondo e su se stessi:
“…specchio, specchio delle mie brame: questo signore è bravo o cattivo?”
“specchio, specchio delle mie brame: questa cosa che sta succedendo è brutta o no?”
E anche:
“..specchio, specchio delle mie brame, ma come sono io? Sono bravo? Sono intelligente? Sono bello? Sono capace?”

Capite quindi come questo processo di rispecchiamento può incidere sulla costruzione dell’autostima.
Ma cosa significa esattamente?

L’autostima, ovvero il processo di valutazione soggettiva del proprio valore personale, si struttura e costruisce fin dalla nascita.
Ogni bambino infatti, a partire dal suo ingresso al mondo, utilizza i genitori e gli adulti affettivamente significativi, per ottenere informazioni sulla realtà esterna e su se stesso, al fine di connotarsi e strutturare il proprio sè, capire chi è, insomma.
Può accadere che, per svariati motivi, il senso di autostima del bambino non si sviluppi adeguatamente: a volte i genitori stessi hanno essi stessi una bassa autostima e sono insicuri, a volte i genitori, seppur amorevoli, non riescono a sintonizzarsi sugli effettivi bisogni del bambino, alimentando uno stato di sfiducia in sé e nelle proprie capacità, altre volte sono eccessivamente perfezionisti ed hanno aspettative irrealistiche circa le prestazioni del bambino, a volte infine sono presenti difficoltà oggettive del bambino (es dislessia o altro disturbo specifico di apprendimento), che se non adeguatamente affrontate possono contribuire ad inficiare le prestazioni scolastiche ed abbassare l’autostima.
Quando accade questo, lo specchio rimanda al bambino immagini che lui percepisce come poco comprensibili o negative, e se questo rispecchiamento accade di continuo,  il bambino si convince che quelle caratteristiche gli appartengono, pertanto LE CONSOLIDA.
Ci sono alcuni atteggiamenti che possiamo notare, e che sono campanelli d’allarme che segnalano un problema di autostima: ad esempio bambini rinunciatari, che si tirano indietro e rifiutano di affrontare compiti a loro assegnati in contesti scolastici, sportivi, familiari, specie quando i compiti proposti sono inerenti a competizioni o sfide (tanto non ci riesco); bambini che idealizzano adulti o coetanei attribuendo loro qualità eccessive (lui è più bravo/bello/intelligente/capace di me); bambini che si isolano in contesti sociali e che durante i giochi e i disegni mettono in scena aspetti di disprezzo e svalutazione, o al contrario bambini che assumono atteggiamenti aggressivi ed apparentemente spavaldi, da “bullo”, anch’essi indicatori di reazioni compensative ad uno scarso senso del valore.
Che cosa fare se ci si accorge che il proprio bambino ha un problema di autostima?
Facile (a dirsi!): bisogna trasformarsi in uno specchio benevolo, uno specchio in cui il bambino possa vedersi come portatore di aspetti positivi, in modo che possa credere che davvero queste caratteristiche di valore gli appartengono, che sono sue, e che può consolidarle sempre di più.
Ma come si fa in pratica?
Vi sono atteggiamenti ai quali prestare attenzione in quanto consolidano una scarsa fiducia sé:

  • per prima cosa evitare etichette, generalizzazioni, frasi che non si riferiscono ad un momento specifico di difficoltà, ma che fanno capire al bambino che una certa caratteristica è sua, stabile ed immutabile nel tempo (es:“sei SEMPRE il SOLITO imbranato”, “OGNI VOLTA che fai così sbagli”, “non riesci MAI a combinarne una giusta”, ecc);
  • in secondo luogo evitare di dare al bambino compiti non chiari, generici, o inadeguati alla sua età (es non dire ad un bambino “non allontanarti”, meglio dire “puoi arrivare fino a lì”, indicandogli un punto preciso);
  •  infine evitare di rispondere agli insuccessi del bambino con atteggiamenti di insofferenza (non considerare il bambino, voltargli le spalle, sbuffare) o umilianti (rimproverare il bambino in pubblico, confrontarlo con coetanei o fratelli).

Importante invece è porsi nei confronti del bambino in un’ottica di guida, come una figura solida, adulta e saggia che può insegnargli a superare le difficoltà, promuovendo la sua autonomia, guidandolo nel raggiungimento di tappe progressive (“vieni, ti faccio vedere”, “prova a fare così” “oggi non sei riuscito ma imparerai”), e sostenendolo e gratificandolo per i suoi successi (“hai visto che sei capace a..”); predisporre attività o compiti nei quali il bambino può riuscire, sperimentando così le sue capacità.

In ultimo ma non per importanza, ricordarsi che l’autostima germoglia soprattutto a partire da un’accettazione INCONDIZIONATA e non legata alle prestazioni; spesso in terapia “prescrivo” ai genitori 5 minuti al giorno di coccole e lodi sganciate da qualunque successo ottenuto dal bambino, non riferite a nulla se non al bambino così com’è (“il mio piccolino adorato, quando eri nella pancia e immaginavo di avere un bambino lo immaginavo PROPRIO COME TE, sono così contenta che sia tu il mio bambino”.)

Qui sotto potete trovare il link dell’intervista che ho rilasciato a lastampa.it su questo argomento:

http://www.lastampa.it/2013/08/09/societa/mamme/bambini/3-5-anni/come-insegnare-ai-bambini-lautostima-2Z1gr5myoV0zdvC9IHGBWL/pagina.html

Buon rispecchiamento e alla prossima 🙂

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Competizione, alleanza e identificazione multipla nella consultazione psicologica con i bambini

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Per introdurre il tema di oggi, voglio condividere con voi un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, che è stata decisiva nella mia formazione di giovane psicoterapeuta.
Assistevo, in qualità di specializzanda tirocinante, ad un primo colloquio, tenuto dalla mia tutor; una mamma “portava” sua figlia dodicenne dalla psicologa, perché la ragazzina aveva problemi scolastici, comportamentali, di socializzazione.
Io dovevo solo osservare il colloquio e scrivere le mie annotazioni.
Questa mamma, con la figlia presente, iniziò a parlarne con affermazioni estremamente squalificanti: “ecco dottoressa, vede, mia figlia è così, è stupida, è una buona a nulla, è imbranata, non è capace di fare niente…ecc”.
Grosse lacrime solcavano il volto della ragazzina, che piangeva in silenzio mentre la madre continuava a descriverla in modo negativo ed umiliante.
Io mi sentivo malissimo…mi ero immediatamente identificata con la ragazzina, che mi appariva fragile ed indifesa, avevo un groppo alla gola e provavo una rabbia indescrivibile nei confronti di quella signora.
Stringevo la penna con le dita senza riuscire ad appuntare nulla sul block notes, e speravo solo che il colloquio finisse in fretta.
La tutor, ad un certo punto, chiese alla mamma: “ma insomma signora, ce l’avrà pure qualcosa di buono questa ragazza?”
E la madre, dopo aver squadrato la figlia lentamente, da capo a piedi, rispose: “NO, in effetti no, nulla”.
Io mi sentii morire, trattenevo a stento le lacrime e la voglia di dire qualcosa a quella signora, i miei occhi esprimevano il più profondo disprezzo.

Ma, per fortuna, non ero io a condurre il colloquio.

La mia tutor si alzò, fece il giro della scrivania (non glielo avevo mai visto fare in precedenza), mise una mano sulla spalla della signora, e le disse, in tono realmente accogliente:  “signora, Lei deve essere una mamma davvero in difficoltà, per essere arrivata a pensare questo di sua figlia”.
La signora inaspettatamente si mise a piangere, abbandonando la difesa rigida e sprezzante che aveva mantenuto fino a quel momento.
Da lì in poi si intraprese un proficuo lavoro terapeutico in cui la mamma analizzò i motivi che la avevano allontanata così tanto da sua figlia, e ricostruì con lei un rapporto positivo ed affettuoso.
La signora non saltò mai una seduta.
Se il colloquio lo avessi tenuto io, non credo sarebbe mai più tornata.

Da quest’episodio (in seguito discusso a lungo durante le supervisioni) imparai moltissimo sulla mia professione: è necessario, quando c’è più di un interlocutore (con i minori, perché ovviamente i genitori sono coinvolti nella terapia), ma anche ad esempio in ambito scolastico, quando ci sono dei punti di vista contrastanti tra famiglia e insegnanti, utilizzare l’identificazione multipla, ovvero la capacità di sapersi mettere nei panni di ENTRAMBI gli interlocutori.
Nel caso descritto prima, certo, io avrei potuto mettermi dalla parte della ragazzina e sostenerla, ma avrei fatto un lavoro parziale, incompleto, monco; sarei stata in competizione con la mamma ( -io capisco tua figlia meglio di te- ), e non sarei riuscita a fare da tramite; l’alleanza terapeutica avrebbe riguardato SOLO UN LATO di un rapporto che invece era fatto da DUE interlocutori, e quindi la ricostruzione di una strada, di un collegamento, di un ponte fra le due parti, non sarebbe stato possibile.

Come spiega la grande psicoanalista Dina Vallino, che ha approfondito per lunghi anni il tema della “consultazione partecipata”, ovvero il lavoro di consultazione psicologica congiunta di bambini e genitori: “l’atteggiamento mentale del terapeuta, durante il primo colloquio, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi e giudicanti”.
Il compito del terapeuta, all’inizio, non deve essere quello di “capire“ il bambino, ma di accogliere e rielaborare il pensiero di un genitore dominato dall’ angoscia di non riuscire a gestire le difficoltà del proprio figlio.
La stessa cosa deve avvenire ogni volta che ci sono più interlocutori…vi faccio un esempio per me quotidiano, lavorando nelle scuole: mi capita di dover incontrare educatrici o insegnanti di bambini che hanno necessità particolari (bambini con problemi alimentari, con disturbi di apprendimento, o con altro genere di disagi o difficoltà psicologiche)….nello spiegare agli insegnanti quali sono le necessità del singolo bambino, devo “allearmi” ANCHE con loro, non posso dimenticarmi del contesto, del fatto che hanno una classe intera con altri bambini, del fatto che hanno dei vincoli organizzativi ed interni, devo quindi lavorare il più possibile per tenere in mente entrambe le necessità e trovare STRATEGIE OPERATIVE CONDIVISE, che vadano nell’ interesse del minore ma che tengano conto anche delle altre persone e delle risorse reali.

Per poter imparare a fare ciò, oltre all’approfondimento e allo studio dei testi, è importantissima e fondamentale la preparazione individuale del terapeuta attraverso l’analisi personale; solo questo genere di lavoro su di sè permette infatti allo psicologo di assumere un atteggiamento non giudicante e di non confondere le identificazioni interne, necessarie alla costruzione dell’alleanza terapeutica, alla “collusione”, ovvero al “dare ragione” ad una parte piuttosto che all’altra (sicuro indice di fallimento terapeutico).

Che ne pensate?

Lavoro di squadra…o no?????  😉

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BIBLIOGRAFIA
Vallino D.(1998) Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi di un bambino. Borla. Roma

Compiti a casa & poiane – Parte 1

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SCENA 1 (elementari-medie)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il bambino DOVREBBE fare i compiti…
“Gigetto, fai i compiti”
“Dopo, mamma”
….passa un’ora (lego, cartoni, carte di Yu- Gi-Oh, cartoni, lego)
“Gigetto, adesso fai i compiti!” (Tono già leggermente alterato)
“Sì mamma, ora li inizio”
…..’passa un’altra mezz’ora (tablet, gormiti, cartoni)
“Puoi dire a TUO figlio di fare i compiti?”
“Gigetto, fai i compiti ORA!” (Tono imperativo da pater-familias)
…………………………..(nessuna risposta)…………………..
“Gigetto!!” (Urlando, si alza dal divano e va a prendere il figlio in camera).
Segue lite da manuale….grida, pianti, rimproveri.
Epilogo:
Mamma e/o papà abbandonano le loro attività, scuotendo la testa; Gigetto controvoglia si siede al tavolo, ancora singhiozzando per la scenata, uno dei due genitori a fianco a lui:
“allora, apri il libro, a pag 45, ora scrivi, qui, no hai sbagliato cancella, ma stai ascoltando? Dai, riscrivi, su avanti ora prendi la penna rossa, dai adesso scrivi…”

SCENA 2 (medie-superiori)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il ragazzo DOVREBBE fare i compiti…
“Gigione, fai i compiti”
“Ok, mamma” (si chiude in camera, modalità: DO NOT DISTURB, E’ IN CORSO LA FISSIONE DELL’ATOMO)
Seguono fasi fondamentali del pomeriggio di studio:
-Preparazione postazione di lavoro (mettere a posto i pennarelli in ordine di colore, estrarre i libri, impilarli, creare una torre, notare che la torre tende a cadere, temperare le matite, accorgersi che si è persa la matita nera, cercarla, preparare evidenziatori di vari colori, provarli per vedere se sono scarichi): 45 min;
-Preparazione social network per non sentirsi soli nel duro lavoro dello studente (accensione facebook, ask, cellulare pronto su whatsapp): 15 min;
-Controllo dei suddetti social network per non perdersi importanti notizie di eventi occorsi negli ultimi 5 minuti: 30 min;
-Preparazione vettovaglie da sgranocchiare studiando, al fine di sostenere il fisico e recuperare le energie perse (succo, merendine, snack, caramelle varie): 10 min;
-Inizio lettura argomento studio con sottolineatura: 5 min
-Pausa per recuperare la stanchezza (play-station, nintendo, wii, social network, ipod): 50 min
“Gigione, hai studiato?”
“Sì mamma”
Epilogo:
Sul diario, scritto in rosso:
Interrogazione di storia: Gigione si presenta impreparato, pur affermando di aver studiato, voto: 3

Vi ci ritrovate?
Quali siete dei due scenari?
Siete genitori “poiane”, che stanno addosso ai ragazzi per farli studiare, oppure li lasciate soli ad affrontare il panico da scrivania?
Come si fa, quando i nostri ragazzi non vogliono studiare? E’ meglio incalzarli, col rischio che deleghino sempre a noi, o lasciarli stare, col rischio che non studino niente?

Argomento molto complesso, lo dividerò in più post perché sarebbe troppo lungo.

Partiamo da una considerazione..sulla motivazione allo studio incidono molti fattori diversi, alcuni legati alla personalità, alcuni legati all’ambiente (casalingo, scolastico, sociale), alcuni alla maturazione cognitiva.
Escludiamo per il momento difficoltà specifiche come ad esempio i disturbi di apprendimento o altro, e concentriamoci su un alunno “normale” (le virgolette sono d’obbligo: come diceva Basaglia” visto da vicino, nessuno è normale”)
Cos’è che supporta la motivazione e la buona riuscita del percorso scolastico?
Ci sono dei fattori ambientali facilitanti: fornire un buon esempio (vedere i genitori che leggono o studiano funziona molto di più che ripetere al bambino che deve leggere o studiare), leggere al bambino fin da piccolo, ancora prima dei tre anni, quando il cervello è al massimo delle sue potenzialità di “assorbimento” (le ricerche lo hanno dimostrato in modo inequivocabile), avere la fortuna di poter contare, in classe, su una valida maestra.
Ma quando si è a casa?
Fare o non fare i compiti con il bambino?
Se l’obiettivo è solo quello di “far entrare in testa”, volenti o nolenti, le cose imparate a scuola, allora può anche andare bene fare i compiti con un genitore.
Io sono però convinta che ci siano altri obiettivi PIU’ IMPORTANTI del semplice acquisire delle conoscenze, ovvero:

–          Far sì che il bambino impari ad organizzarsi in modo autonomo un lavoro che deve svolgere; pensando ad un futuro lavorativo, la dote più richiesta non è certo quella di saper scrivere sotto dettatura, poiana alle spalle, bensì quella di saper valutare quanto tempo occorre per fare un lavoro, organizzarlo e svolgerlo in autonomia, rispettando i tempi concordati);
–          Far sì che il bambino sviluppi una motivazione INTRINSECA allo studio e non ESTRINSECA (faccio i compiti perché sono una cosa mia che mi piace, non perché mamma o la maestra mi obbligano o mi premiano/puniscono). La motivazione intrinseca è un buon indicatore di successo scolastico;
–          Far sì che il bambino sviluppi un senso di autostima e autoefficacia (riesco ad eseguire e completare da solo un lavoro che mi è stato affidato, sono competente)
–          Dare un feedback alle maestre in merito al loro operato (se i compiti sono sempre tutti giusti perché sono stati corretti dai genitori, le insegnanti si rendono meno conto di quali cose è necessario rispiegare).
Se teniamo a mente questi obiettivi, risulta chiaro come l’aiuto costante dei genitori durante i compiti assegnati a casa, non sia per nulla proficuo.
Io invece consiglio di:
–          Parlare chiaramente al bambino del fatto che i compiti sono una cosa SUA, lui ne è il CAPO, e sono una cosa molto importante (valorizzando anche la scuola, non dire che è una scocciatura ecc);
–          Aiutarlo ad immaginare come può organizzarsi per farli (es perché non li dividi, metà oggi e metà domani..ecc), il che non vuol dire organizzargli in toto il lavoro;
–          Se il bambino vuole seguire una sua modalità organizzativa, LASCIARLO FARE, anche correndo il rischio che non riesca a finirli; se questo accade, non mortificare il bambino con frasi come “ecco, hai visto, te l’avevo detto che non li finivi”, ma sostenerlo nel suo tentativo dicendo frasi come “oggi non ti sei organizzato bene, la prossima volta sicuramente farai meglio” (La volta successiva invitarlo a tenere conto di quanto accaduto nel tentativo precedente)
–          Assicurarsi che il bambino abbia la tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro (niente fratelli che disturbano, musica o tv accesa ecc)
–          Proporre al bambino al termine dei compiti di guardare insieme il lavoro che avrà svolto e lodarlo per il fatto che l’ha svolto in autonomia;
–          Proporsi al bambino come interlocutore per le lezioni da imparare ORALMENTE (“mi dici la poesia, mi vuoi ripetere la lezione di geografia?”, ecc) oppure come aiuto nei casi in cui il bambino non abbia compreso una regola, limitarsi a spiegare la regola o la consegna, poi lasciar continuare il bambino da solo.

Nella seconda parte del post affronterò meglio il tema della motivazione e del metodo di studio, riferendomi anche ai ragazzi più grandi..nel frattempo..che ne pensate?

Capricci, querce e teoria della mente

capricci

Incredibile ma vero, uno dei motivi principali di accesso alla consulenza psicologica sono i capricci.
La cosa sembrerà strana, eppure e’ reale..può capitare che i genitori si trovino davvero in difficoltà nella gestione di questi momenti, capita che il capriccio diventi oggetto di lite con i nonni o fra i genitori stessi, perché non ci si trova d’accordo su come affrontarlo e si adottano strategie discordanti. Provo quindi ad infilarmi in questo ginepraio e a dire cosa ne penso.
Per capriccio intendiamo solitamente un rifiuto o un desiderio/richiesta espressa da parte del bambino in maniera ostinata, con pianto, grida, urla, richiesta che appare essere particolarmente duratura e resistente a qualsiasi tentativo di conciliazione o convincimento da parte del genitore.
Ciò che spesso mette in difficoltà, e’ il non capire se il bambino stia facendo un capriccio vero e proprio, quindi legato ad un desiderio pretestuoso ed effimero, o se invece il bambino sia realmente in difficoltà, perché mamme e papà ritengono che nel primo caso sia necessario “tenere duro”, e nel secondo si debba invece accontentare il bambino.
Io credo che la risposta sia (quasi) sempre: entrambe le cose.
Iniziamo a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti; il capriccio in quanto tale, va di pari passo con l’acquisizione di un senso di sè. Un bambino inconsapevole di essere un individuo separato, non fa capricci, esprime solo disagi. Un lattante che piange, lo fa perchè e’ il suo modo di comunicare un disagio, ma non fa capricci, pertanto è inutile, se non dannoso, provare ad estinguerli con tecniche educative.
Il capriccio vero e proprio emerge invece intorno ai due anni (non a caso vengono definiti TT terrible two), quando appunto il bambino inizia a differenziarsi dalla madre. E’ esperienza comune che la mamma dica un NO e il bambino SI DISPERI, in modo talvolta ritenuto eccessivo o spropositato rispetto al no ricevuto. Il motivo e’ che tramite quel NO, il bambino esperisce la SEPARATEZZA, tocca con mano che la mamma è diversa da lui e ha una mente divisa dalla sua, che pensa cose diverse. Sono i pensieri che mostrano l’avvento di una primaria forma di TEORIA DELLA MENTE, ovvero la capacita di noi umani di pensare a cosa pensa un altro e di rendersi conto che pur esistendo un’unica realtà, persone diverse in tempi diversi possono rappresentarsela in maniera differente. Tale importantissima competenza verrà poi via via perfezionata fino ai 4-5 anni.
Quindi il bambino non piange solo per il no, ma anche perchè ogni no rappresenta un piccolo strappo, un passetto di distanza dall’illusione di essere un tutt’uno con la mamma.
Questo mette ancora più in crisi il povero genitore! Oddio, allora il no farà davvero male al bambino!
Ma no, state tranquilli, non e’ così.
Per capire il motivo, introduco quello che in psicologia si chiama il PIANO DI REALTA’ (ovvero semplicemente: la realtà!), e vi faccio un piccolo esempio. Mettiamo che domani vi chiamino al CERN per lavorare sui bosoni. Siccome ritengo piuttosto improbabile che il mio blog venga letto da qualche fisico nucleare, credo che vi sentireste piuttosto in ansia ed impreparati, di fronte a questa richiesta. Credo che il pensiero di dover fare qualcosa che sapete di non essere in grado di fare, vi agiterebbe moltissimo. Forse vi arrabbiereste anche, perchè accidenti, quel lavoro lì dovrebbe farlo qualcun altro.
Ecco, per un bambino piccolo è la stessa cosa. Loro sanno di non essere assolutamente in grado di auto-gestirsi e di occuparsi di se stessi, ed il limite dato dal genitore rassicura, perché fa toccare loro con mano che non viaggiano su una nave senza nocchiero, ma che saldamente al timone c’e’ un genitore che sa guidare la nave, oh che bello e che relax, sapere di essere nelle mani di una persona competente, che sa gestire venti, tempeste, rallentamenti e accelerazioni (no, non quelle dei bosoni).
Questo ci fa capire che la prima chiave di volta per gestire i capricci e’ una parola che piace tanto a noi psicologi: la RELAZIONE: i bambini, come noi del resto, non accettano di far timonare la loro nave da qualcuno di cui non si fidano ciecamente e col quale non sono in contatto. Se non ci credete fate una prova: tenete a mente una cosa che avete chiesto spesso ai vostri bambini, senza successo; prendetevi uno spazio per giocare con loro, al lego, alle bamboline, alla casetta…poi riprovate a chiedere la stessa cosa e tornate qui sul blog a dirmi se la risposta e stata diversa.
Inoltre, una buona relazione rassicura il bambino su ciò che dicevamo prima riguardo alla separatezza: un buon rifornimento affettivo ed un surplus di coccole e conferme lo aiutano a superare la paura del distacco.
Purtroppo però, il semplice instaurarsi di una buona relazione, anche se importante, non basta…sarebbe stato troppo facile 🙂 e qui si inserisce la parola chiave dell’educazione, quando si ha a che fare con i capricci…questa parola è CREDIBILITA’. Se siete credibili, siete quasi a cavallo. Se non siete credibili, i bambini lo fiuteranno e non smetteranno di deliziarvi con varie scene e richieste..anche perche avranno visto che se si impegnano ed insistono abbastanza, la tecnica funziona.
Vi faccio alcuni esempi, leggendoli vi prego, non sentitevi giudicati, perché vi confesso già a priori che molte di queste cose sono successe anche a me, come genitore (credevate forse che le mamme psicologhe fossero immuni?).

1 cercare di far smettere di urlare i vostri figli, urlando a vostra volta

2 cercare di far capire che non devono continuare a rispondere, continuando a ripeterglielo

3 minacciare una punizione, e non rispettarla perché siete troppo stanchi

4 cercare di estinguere un comportamento violento utilizzando gli schiaffi o gli sculaccioni.

Vedete anche voi le incongruenze? Notate che se a parole date un messaggio, tutto il resto della vostra comunicazione esprime il contrario, e che quindi non siete coerenti nè credibili?
Come agire,quindi?
La prima cosa da fare di fronte ai capricci, e’ la solita: un passo indietro, anzi, due o tre.

Il primo, per ascoltarvi: se siete troppo stanchi, avete avuto una giornata terribile al lavoro, avete mal di testa o non siete in forma, e vi rendete conto che non ce la farete ad affrontare un braccio di ferro, siate permissivi DA SUBITO; meglio un si, stasera puoi guardare la tv, detto alla prima richiesta, che un no che poi diventa un ni e alla fine un si.
Siamo umani, umanamente limitati, meglio saperlo.
Secondo passo indietro: esaminate lo stile educativo dei vostri genitori:erano severi? Inflessibili? Permissivi? Distratti? Invadenti? Anche qui, meglio saperlo, i modelli interni sono subdoli e si ripropongono quando meno ve lo aspettate, specie nei momenti di stress e tensione.
Terzo passo indietro: osservate vostro figlio/a: perchè sta facendo questo capriccio? Cosa vi sta chiedendo veramente?

Fatto ciò, potete provare ad applicare qualche strategia.
Date poche regole, quelle per voi più importanti, ma CHIARE ED ESPLICITATE; anche ad un bambino molto piccolo si può descrivere una regola, e su queste poche regole siate coerenti, ferrei, zen, immobili, trasformatevi in una quercia, non serve gridare o alzare la voce, il bambino deve capire che siete solidi, e il limite che avete posto, purchè sensato ed adatto all’età del bambino, non è oggetto di contrattazione.
Molto spesso i genitori utilizzano lo schema che ho illustrato nel grafico sottostante: la cosa che mamma o papà desiderano ottenere dal bambino viene richiesta X volte, ripetuta, ripetuta, ripetuta, in un’escalation di rabbia progressiva che arriva al punto di non ritorno…a quel punto viene dato uno stop {un grido forte, una sculacciata ecc), e l’escalation si interrompe, con lacrime e sensi di colpa da tutte e due le parti, il bambino perchè si è accorto di aver fatto perdere il controllo alla mamma (quindi deve essere davvero un bambino incontrollabile e cattivo), e la mamma perchè  ha trattato malissimo il suo piccolo.

grafico

Ma vi siete mai chiesti PERCHE’ voi ripetete quella cosa così tante volte?

Qual è realmente il motivo? La ripetizione ha mai avuto successo? Sperate che fra la prima e la ventesima volta accada un miracolo, che la luce divina dell’obbedienza investa il vostro bambino e che lui cambi idea e vi dica di si? Pensate che non abbia capito la richiesta e ritenete necessario ripetergliela? Vi dò una notizia che in cuor vostro sapete da sempre: vostro figlio ha capito ciò che gli avete chiesto gia’ alla ripetizione nr 1, i più svegli (la maggior parte), addirittura prima, dal vostro tono e dalla vostra comunicazione non verbale.
Quindi, spiegate ciò che volete una prima volta, in modo calmo e chiaro; spiegatelo una seconda volta (così, perché siete magnanimi e volete dare a vostro figlio il beneficio del dubbio), ma poi basta ripetere, e’ il momento di diventare quercia, inamovibili, ricordatevi, voi avete il bastone della saggezza e non siete ricattabili o convincibili.
Certo, c’e’ una piccolissima controindicazione a questo metodo, applicarlo presuppone TEMPO, perchè magari per ottenere che nostro figlio si lavi semplicemente i denti dovrete stare lì e resistere, resistere alle lusinghe, agli attacchi, alla stanchezza, alle lacrime, e far passare dei minuti che non sempre abbiamo a disposizione (penso ai capricci del mattino, quando bisogna uscire per andare a scuola o al lavoro).
Vi capisco, ma sappiate che il tempo ‘perso’ e’ in realta’ investito, perchè molti capricci, così, si estingueranno.
Certo ci sono situazioni particolarmente difficili, con bambini un po’ più grandi, quali quelle ad esempio del disturbo oppositivo provocatorio o della ribellione adolescenziale..vi prometto di prendermi il tempo di affrontare anche questi argomenti, che so che stanno a cuore a molte mamme.

Nel frattempo, parola d’ordine…quercia 😉

Torrita di Siena-20121209-00779