Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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Renatino & Kiaramella – Una favola per imparare a mangiare bene!!

 

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C’era una volta, in un paese molto vicino a questo, un bambino di nome Renato, anche se tutti lo chiamavano Renatino.
Lo chiamavano così perché era magro… magro… ma così magro che si doveva tenere su i pantaloni con le mani mentre camminava e, quando c’era un vento forte, doveva camminare vicino ai muri, se no veniva sbatacchiato a destra e a sinistra. La mamma ogni settimana lo metteva sulla bilancia, e la bilancia segnava sempre 19 kg e 300. Passavano i giorni e i mesi, ma lui non aumentava nemmeno di un grammo.Ogni mattina, quando si svegliava, Renatino andava verso la camera di mamma e papà e scopriva che….

…vi interessa sapere come prosegue la storia??

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Alcune persone mi dicono che non lo trovano disponibile su Amazon, potete trovarlo anche qui:

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🙂 🙂 🙂

 

 

 

Bibliografia del seminario: “Curare e prendersi cura”

prendersi cura 1prendersi cura 2 - Copiaprendersi cura 3 - Copiaprendersi cura 4 - Copiaprendersi cura 5prendersi cura 8 prendersi cura 6prendersi cura 7

Bibliografia:

  • Ariely, D., Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, Milano, 2008.
  • Del Corno, F., Lang, M., Taindelli, G. – Il medico, il paziente e le loro medicine. Psicologia dei farmaci, Franco Angeli
  • Faillo, M., Silva, F.,“Consumatori liberi di scegliere?”, Consumatori, Diritti e Mercato, 2/2009.
  • Gigerenzer, G., Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Cortina Raffaello,
  • Main, M., Kaplan, N. e Cassidy, J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: A move to the level of representation; trad. it.: La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: Il livello rappresentazionale, in Riva Crugnola, C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.
  • Novarese, M., Wilson, C.M., “Being in the Right Place: A Natural Field Experiment of Order Effects”, Economics Paper Downloads, Mimeo, 2010.
  • Novarese, Rizzello, Economia sperimentale, Mondadori 2004
  • Rumiati, Rumiati, R. e Savadori, L. (1999), Percezione del rischio e rischio tecnologico-professionale, Risorsa Uomo, 6, 7-22.
    Savadori, L., Rumiati, R., Bonini, N. e Pedon, A. (1998), Percezione del rischio: esperti vs. non esperti, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, 3-4, 387-405.
  • Salecl, R., La tirannia della scelta, Laterza, Bari, 2010
  • Slovic, P. (1987) Perception of riskScience, 236, 280-285.
  • Slovic, P., Fischhoff, B. e Lichtenstein, S., (1980), Facts and fears: Understanding perceived risks, in Rumiati, R. e Bonini, N., Le decisioni degli esperti, Il Mulino, Bologna, 1996.
  • Thaler, R.H., e Sunstein C.R., Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano, 2009.
  • Vermigli, P., Raschielli S., Rossi E., Roazzi A. (2009). Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise, Giornale di Psicologia, 3 (1), 23-37.

Bibliografia del seminario “cosa metto nello zainetto?”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla logopedista Mara Novajra, grazie soprattutto per la partecipazione attiva, si è creata davvero una bella atmosfera di discussione fertile 🙂

Ecco qui alcune slides (impossibile condensare qui tutti gli argomenti..) e la bibliografia del seminario.

Ci vediamo GIOVEDI’ 5/03 alle 20,45 con la pediatra Anna Bracone e il seminario su come affrontare le malattie di comunità.

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Letture utili e materiali

  • Edizioni Erickson:
  • Giocare con le parole
  • Giocare con le parole 2 (prima e seconda parte)
  • Materiali IPDA per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento
  • SR 4-5 (prove per l’individuazione delle abilità di base nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria
  • Sequenze temporali
  • Primi voli (apprendere con il metodo analogico alla scuola dell’infanzia)
  • Laboratorio grafomotorio
  • Sviluppare l’attenzione e l’autoregolazione
  • Giornalini vari:
  • “Focus Pico”
  • “G-baby”
  • Giornalini da ritagliare, incollare, seguire percorsi, cercare immagini, cercare le differenze, unire i puntini, raccontare, ascoltare
  • Materiali:
  • Carta e matite, forbici, colla, scotch, giornali, pitture, pennelli
  • Costruzioni
  • Materiale per gioco simbolico (scatola dei travestimenti ad esempio)
  • Libri vari
  • Giochi di società (es. le carte della serie Djeco)

Bibliografia

  • Alberto Pellai- “Si va a scuola. Prepararsi ai primi giorni in classe“- Ed. Erickson
  • Franceschini T. e Parisi S., Tersicore va a scuolaEdizioni UNiversitarie ROMA
  • Giorgi R., Vallario L., Fallimento scolastico, fallimento sociale. Riflessioni critiche su dispersione scolastica e devianza giovanile, “AIPG Newsletter, Associazione Italiana Psicologia Giuridica”, 6, luglio-settembre, 2001, pp. 7-8.
  • Mansutti L., Giorgi R., Uno “strappo” con la realtà: l’abbandono scolastico, Atti del convegno “Strumenti di intervento, ricerca, prospettive future”, Ordine degli Psicologi della Toscana, Firenze 17 ottobre 200
  • Montessori – La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano 1952
  • Paolo Fasce – Pensieri sottobanco.La scuola raccontata alla mia gatta-, Domingo Paola (a cura di)- Ed. Erickson
  • Reuven Feuerstein, Y. Rand, J.E. Rynders, Non accettarmi come sono, Sansoni Editore, Firenze.

Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

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Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

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Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck

Gian Burrasca da raggiungere: il disturbo oppositivo e provocatorio e la storia di Susanna

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“Appena arrivato mi è toccato naturalmente di sentire una gran predica del Prèside in presenza alla mamma che sospirava e ripeteva le solite frasi che dicono i genitori in queste circostanze:
– Lei ha proprio ragione… Sì, è cattivo… Dovrebbe esser grato, invece, ai professori che son così buoni… Ma ora ha promesso di correggersi… Dio voglia che la lezione gli frutti!… Staremo a vedere… Speriamo bene…
Io ho tenuto sempre la testa bassa e ho detto sempre di sì; ma da ultimo mi son seccato di far quella figura da mammalucco e quando il Prèside ha detto sgranando gli occhi dietro le lenti e sbuffando come un mantice:
– Vergogna, mettere il soprannome ai professori che si sacrificano per voi!
– E io allora che dovrei dire, – ho risposto. – Tutti mi chiamano Gian Burrasca!
– Ti chiamano così perché sei peggio della grandine! – ha esclamato mia madre.
– E poi tu sei un ragazzo! – ha aggiunto il Prèside.
La sinfonia è sempre questa: i ragazzi devono portar rispetto a tutti, ma nessuno è obbligato a portar rispetto ai ragazzi…” -Vamba – Il Giornalino di Gian Burrasca-

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti.
La piccola Gian Burrasca di cui vi racconto oggi, è una di queste bambine.
Ha 5 anni e si chiama Susanna;  le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!) 🙂
Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.
Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina.

E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri..-bella e triste- è la prima cosa che penso.
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
-Ottimo- penso…dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata..ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.
In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle..inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione. La ignoro.
Continuo a frugare  e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla,  parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino..tiro fuori le immagini..insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.
Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita <3

Ma perché Susanna fa così tanta fatica ad affidarsi ad un adulto?
E perché una bimba intelligente come lei, si comporta in modo da attirare su di se’ critiche, sgridate, punizioni?
Si può parlare, in questo caso, di disturbo oppositivo provocatorio? Di cosa si tratta?

Proviamo a capire insieme la natura di questo disagio.

Dal DSM (il manuale che classifica tutti i disturbi psicologici), “la diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.” (Vuol dire che influiscono sulle relazioni con adulti e coetanei, rendendo difficile la convivenza).
Il manuale indica anche alcuni criteri tramite i quali capire se un bambino può essere considerato portatore di questo disturbo…il bambino in questione:

  • spesso va in collera?
  • spesso litiga con gli adulti?
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti?
  • spesso irrita deliberatamente le persone?
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento?
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri?
  • è spesso arrabbiato e rancoroso?
  • è spesso dispettoso e vendicativo?

Se mentalmente abbiamo risposto ‘sì’ ad alcune domande, o addirittura a tutte, e se questi “sintomi” non sono legati ad un momento temporaneo, ma sono persistenti e si ripetono ogni giorno, causando disagio in casa e a scuola, possiamo essere in presenza del DOP.
Le cause di questo disagio sono state a lungo studiate, e prendono in considerazione vari aspetti.
Il primo aspetto da considerare, riguarda il temperamento del bambino stesso: certi bambini sono più sensibili di altri, hanno un grado di attivazione (arousal) più elevato, sentono le emozioni, in particolare la rabbia, in modo più intenso e dirompente.
Il secondo aspetto riguarda invece lo stile genitoriale; si è visto infatti che alcune modalità educative (es: permissivismo, incoerenza, rifiuto, disinteresse, uso eccessivo delle punizioni, iperprotezione) , favoriscono una cattiva gestione dell’aggressività.
Nella mia esperienza clinica, ciò che accade più comunemente, è un “incastro” fra bambino sensibile e genitori che non hanno ancora trovato uno stile educativo coerente.
(Può accadere quando i genitori non hanno risolto dei nodi che riguardano i loro stessi genitori, o quando non c’è un punto di vista comune sulle pratiche educative, o in situazioni di conflitto e disaccordo, ad esempio durante una separazione).
Quindi cosa accade, realmente?
Un bambino già un po’ difficile e “tosto”di suo, sollecita nel genitore vissuti forti, che si agganciano a elementi della storia personale e che gli rendono difficile gestire il bambino; spinti dalla forza di questi vissuti, i genitori commettono, in buona fede, errori educativi, che anziché risolvere il problema, lo inaspriscono, creando un circolo vizioso di malessere.
Non è colpa del bambino, non è colpa di mamma e papà…ma di fatto, tutti stanno male.
L’errore più comune di un genitore (o di un insegnante) troppo invischiato nella situazione,quindi comprensibilmente frustrato ed arrabbiato, è quello di considerare il bambino come intenzionalmente “cattivo” , quindi di agire come se i comportamenti rabbiosi fossero controllati dal bambino e diretti “appositamente” a loro; pensandola in questo modo, non sentono di riuscire a poter gestire tali comportamenti e credono che sia una cattiva disposizione d’animo del bambino, a farli comportare così, e che questa cosa non passerà perché è intenzionale e fa parte della natura del bambino.
In realtà, il bambino non “controlla” proprio nulla, non è contento di apparire in quel modo a genitori, insegnanti, coetanei, si sente invaso da queste brutte sensazioni e non ha idea di come fare per gestirle. E’ molto triste e umiliato.
Sentendosi dire da più persone di essere cattivo ed ingestibile, si convincerà che è così, che non è degno d’amore, e questa auto-percezione negativa, peggiorerà i suoi comportamenti.
I genitori, d’altro canto, si sentono giustamente spossati di fronte a problemi che hanno provato a lungo a risolvere senza successo, e non sentono di avere alcun potere sul bambino.
Quando ciò accade è bene rivolgersi ad uno specialista (non stiamo parlando di saltuari momenti di sconforto che passiamo tutti, da genitori, in cui ci sembra di non gestire i nostri figli..ma di quando questi momenti sono la quotidianità, si ripetono tutti i giorni, spesso inasprendosi sempre di più).

La terapia con un bambino che vive questo genere di disagio,  si fonda su alcuni capisaldi:

1-      raggiungere il bambino (il bambino non si fida, non si fida di se stesso né di voi, quindi occorrerà del tempo)

2-      offrirgli comprensione (comprensione non significa permettere al bambino di fare tutto ciò che vuole, ma significa fargli capire che sappiamo che non è contento di comportarsi così e che questa cosa lo rende triste)

3-      lavorare sul rispecchiamento e sull’autostima (vedi post QUI )

4-      se possibile, inserire il bambino in un gruppo terapeutico, per lavorare sulla socializzazione, la collaborazione con i pari, l’apprendimento delle regole.

Tali tappe, però non possono prescindere dal lavorare congiuntamente con i genitori; il disagio coinvolge infatti tutta la famiglia (ricordate la sorella di Susanna?), i genitori vanno adeguatamente supportati nella gestione della frustrazione e della rabbia, nell’elaborazione di vissuti personali legati alla loro storia familiare, e all’individuazione di strategie educative efficaci e funzionanti.
Le strategie andranno tarate sul singolo bambino, sull’età, sulla situazione familiare e scolastica; come suggerimenti di base, valgono quelli del post precedenti, in particolare quello sull’ aggressività e sui capricci

Se avete storie di piccoli Giannino Stoppani o Susanne, consigli da chiedere, critiche da fare, siete i benvenuti 🙂

P.S Susanna, così come Francesco nel post degli attacchi di panico, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy 🙂

Il passo del gambero: regressioni & Co

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“Fai un passo indietro, per saltare più lontano” – Anonimo

Le tappe di crescita raggiunte dai figli sono momenti emozionanti per ogni genitore: chi non si ricorda i primi passetti traballanti? La gioia nel sentire le prime paroline? Quanto orgoglio ci riempie nel notare che abilità che sembravano impensabili, a poco a poco vengono raggiunte dai nostri piccoli?
Bambini che dormivano solo abbarbicati a mamma o papà, che si addormentano da soli nel loro lettino; bambini che tolgono il ciuccio; bambini che dopo mille pipì sparse sul pavimento finalmente imparano ad usare il vasino, con soddisfazione e applausi da parte di tutta la famiglia. Esperienza comune ad ognuno di noi, TRUE STORY, come si dice adesso.:-)
Siamo abituati, come adulti, a pensare che questo genere di acquisizioni siano stabili, che quindi, una volta raggiunta una competenza, non sia più possibile “perderla”. In linea di massima funziona proprio così, ma in particolari casi invece, le competenze possono vacillare e ci possono essere dei periodi in cui si “torna indietro” con le acquisizioni.
Capacità che sembravano consolidate, all’improvviso sembrano scomparire, anziché avanzare si va a ritroso, a passo di gambero.
Ma perché questo accade?
Le cause possono essere svariate, ma ruotano tutte attorno ad un’esperienza che il bambino vive come importante, se non addirittura traumatica.
Molto spesso, queste situazioni hanno a che fare con una variazione dei rapporti e delle disponibilità dei genitori (es: rientro al lavoro della mamma, la nascita di un fratellino, l’inserimento al nido o alla scuola dell’infanzia); possono anche riguardare eventi più seri come una separazione, l’ospedalizzazione del bambino stesso o di uno dei genitori, un lutto, una malattia o un fenomeno inatteso e spaventante come un terremoto.
Il bambino tramite questi comportamenti, richiede aiuto per superare questo momento di difficoltà, e lo fa cercando di tornare indietro alla fase precedente dello sviluppo, in cui tutto era tranquillo e l’attenzione dei genitori era dedicata maggiormente a lui.
Le regressioni più frequenti riguardano:

  • il linguaggio: balbuzie o peggioramento generale del modo di parlare;
  • il controllo sfinterico: enuresi notturna o difficoltà a trattenere cacca e pipì anche di giorno
  • il comportamento: capricci, manifestazioni di tristezza o aggressività;
  • il sonno: difficoltà di addormentamento o risvegli notturni
  • le paure: improvviso manifestarsi di paure, diurne o notturne.

Tutti questi disturbi possono essere correlati anche con altri aspetti (ad esempio l’incremento delle paure può essere un aspetto assolutamente normale, in un bambino che cresce, perché man mano che lo sviluppo cognitivo aumenta, aumenta anche la comprensione del mondo nelle sue varie sfaccettature, comprese quelle “cattive”).
Ma cosa fare se invece vi accorgete che sono correlati proprio ad un evento specifico?

  • La prima cosa da fare è non colpevolizzare il bambino per la regressione che sta avendo: non è una cosa che “fa apposta”, ma una manifestazione di disagio, e come tale va interpretata e trattata. Quindi è importante non sgridare il bambino, non umiliarlo, non dirgli frasi come “adesso sei grande e non dovresti fare queste cose”…anche perché, se il tentativo del bambino è quello di “tornare piccolo”, queste frasi possono essere controproducenti e consolidare il comportamento anziché estinguerlo;
  • dare la possibilità al bambino di parlare di ciò che lo turba; ciò che spaventa non è quasi mai un evento in se’, ma la mancata possibilità di elaborarlo: è importante quindi cercare di creare un clima relazionale che permetta al bambino di esprimere anche i sentimenti negativi (la naturale gelosia per un fratellino appena nato, il disappunto o l’ansia perché mamma torna al lavoro, lo spavento per un’operazione in ospedale ecc). Per far ciò, è fondamentale PREPARARE il bambino (quando possibile), agli avvenimenti, spiegandogli nel modo più semplice e sincero possibile cosa sta accadendo e cosa accadrà, ed aiutandolo ad esprimere cosa ne pensa e come si sente.
  • L’espressione dei vissuti del bambino può essere facilitata a parole, ma anche attraverso il gioco simbolico (con bambole, pupazzi o altri oggetti), o attraverso la lettura di storie che riguardano quel tema..se è la storia giusta lo capirete, perché vostro figlio vi chiederà di raccontarla ancora, ancora e ancora (il che vuol dire che funziona). Quando è nato il mio figlio più piccolo, leggevo al grande il libro di Pappamolla (http://www.ibs.it/code/9788883621741/blake-stephanie/pappamolla.html), e lui mi chiedeva di rileggerglielo mille volte al giorno! 🙂
  • Incoraggiare il bambino dando per scontato che recupererà l’abilità che ha perso “adesso non ti è riuscito di fare questa cosa (dormire, trattenere la pipì, stare senza ciuccio ecc), ma tu la hai già imparata e mamma è sicura che presto ti riuscirà di nuovo”, per trasmettergli fiducia nelle sue possibilità;
  • L’ultimo suggerimento, è quello di fornire al bambino che sta avendo una regressione, una possibilità aggiuntiva, rispetto al solito, di fare un “rifornimento affettivo”. Quindi prevedere dei momenti in cui si possa dedicare un po’ di tempo al bambino, magari in forma esclusiva, con coccole, abbracci, giochi o letture insieme.

Il presupposto fondamentale resta, da parte del genitore, essere il primo a non perdere la calma e a fidarsi del fatto che, una volta passato il momento di difficoltà, la competenza verrà recuperata da parte del bambino.
Un atteggiamento il più possibile positivo, aiuterà certamente il bambino a superare l’impasse.
A volte, se la regressione sembra perdurare, può essere utile consultare uno specialista, che vi può aiutare ad individuare le modalità di gestione che funzionano meglio, in ogni caso è sempre utile ricordarsi che lo sviluppo dei nostri bambini è UN PERCORSO, e che a volte è difficile accorgersi in tempo reale dell’utilità di ciò che facciamo oggi..semini gettati in questo momento, potrebbero richiedere tempo e germogliare più avanti, l’importante è continuare a credere che germoglieranno, ed avere fiducia che i nostri piccoli gamberi si trasformeranno in scattanti e preziose aragoste 😉 🙂

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Riconoscere ed affrontare gli attacchi di panico: la storia di Francesco

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Buongiorno e buon anno cari amici,
riprendiamo le nostre conversazioni psicologiche parlando di un disturbo diffuso e piuttosto pesante: gli attacchi di panico.
Mi chiedono in tanti di spiegare qualcosa in più su questo genere di problema e su come affrontarlo, specie quando riguarda bambini o adolescenti.
Per farlo, vi racconto una storia realmente accaduta.

Un giorno ero nello spogliatoio della piscina con i miei figli..un luogo che qualsiasi mamma che lo abbia frequentato può descrivere come un girone dantesco…un caldo infernale, il figlio grande che deve lavarsi, vestirsi ed asciugarsi ed è completamente passivo e distratto, molle come un burattino; il piccolo che invece è attivo come una molla e corre qua e là bagnandosi le calze, sudando..io che cerco di gestire la cosa.
Quel giorno, poco prima, mentre ero sugli spalti intenta a rincorrere il piccolo e ad evitare che si sfracellasse sulle gradinate, avevo notato che un bimbo di un altro corso aveva “bevuto” un po’ di acqua mentre si tuffava, e si era messo a tossire e a piangere. Non ci avevo fatto molto caso perché sono cose che possono capitare, in piscina, specie ai più piccoli.
Ma dopo 10 minuti, a lezione finita, avevo trovato nello spogliatoio quello stesso bambino, seduto con la mamma vicino a lui, che continuava a tossire in modo convulso e a tentare di introdurre aria..mi sembrava molto agitato e spaventato, tossiva sempre più forte, la mamma era anch’essa molto agitata e stava valutando se chiamare il 118..continuava a dire “non capisco come sia possibile!!Non dovrebbe più tossire!!Ha bevuto pochissimo!!”.
Guardavo quel bambino e tutto nel suo atteggiamento mi indicava che stava avendo un attacco di panico..gli occhi terrorizzati, la tosse che sembrava più “sforzata” che vera…la “fame d’aria”…valutai per un attimo di farmi i fatti miei ma l’istinto psico fu insopprimibile. 🙂
Chiesi alla signora se potevo avvicinarmi e come si chiamava il bambino.
Francesco, mi disse….
Mi inginocchiai davanti a lui e gli dissi: “Francesco, prima hai bevuto e per un attimo non sei riuscito a respirare..ti sei molto spaventato…questo spavento non ti è ancora passato, ti è rimasto nel corpo e ti fa tossire..ma ora puoi respirare..guarda, dammi una manina..mettila sulla pancia (lo aiutai a posare una mano sulla sua pancia)…vedi come si gonfia come un palloncino? E’ perché dentro c’è l’aria, quindi stai respirando. Prova a respirare piano col naso, vedi che la pancia si gonfia..poi si sgonfia….è l’aria che entra ed esce…senti? Hai avuto proprio ragione a spaventarti, prima, ma respiri bene, adesso.”
La tosse cessò praticamente in modo istantaneo.
La mamma mi guardò sbalordita, come se avesse visto un marziano verde con dieci occhi o Brad Pitt in costume (preferisco quest’ultima ipotesi) 😉
“Come ha fatto????” mi chiese?
Ne seguì una lunga conversazione al bar della piscina, in cui spiegai qual era il mio lavoro; la signora mi raccontò che queste cose erano iniziate da quando la sorella di Francesco si era “strozzata” con un boccone di mozzarella a tavola, in sua presenza, e tutti si erano spaventati moltissimo.
Lei stessa aveva aiutato la figlia a liberarsi dal boccone ma poi era semi-svenuta.
Da quel giorno Francesco aveva iniziato a masticare ogni boccone di cibo anche per un quarto d’ora prima di deglutirlo, e in occasione di altri spaventi, aveva manifestato sintomi somatici simili a quelli accaduti quel giorno, con tosse e difficoltà a respirare.
Inoltre, già da piccolino, Francesco aveva mostrato di essere incline alle somatizzazioni..gli succedeva di strofinarsi gli occhi con la mano come se non ci vedesse…la visita oculistica aveva sentenziato che non c’era alcun problema di vista e che si trattava di un tic nervoso, avevano suggerito di ignorarlo, che sarebbe sparito da solo, e così era accaduto.
La mamma mi disse che era da un po’ di tempo che aveva in mente di far aiutare Francesco da uno psicologo, e fu sollevata quando le fornii il nominativo di una mia collega (non lo presi in carico io stessa perché era una persona che incontravo settimanalmente, in piscina, e che avrei incontrato ancora per molto tempo).

Ma perché certe volte le cose si esprimono in modo somatico?
Perché vengono gli attacchi di panico?
E come si possono aiutare bambini o adulti che ne soffrono?
La chiave di volta, è il riconoscimento e la validazione dell’esperienza emotiva.
Molto spesso, le manifestazioni somatiche dell’ansia sono collegate al mancato riconoscimento delle emozioni e alla conseguente difficoltà di gestione delle stesse.
Ci sono famiglie in cui, per svariati motivi, l’espressione dell’emotività è disincentivata, bandita…in effetti in consultazione mi è capitato di incontrare genitori poco affettivi, molto razionali e distanti dal mondo interno dei loro figli.. più spesso però ho conosciuto genitori amorevoli, che con l’illusione di tutelare i loro bambini, avevano scelto di non esprimere mai le loro emozioni di fronte a loro, specie se negative..a parole magari invitavano i figli a parlare dei loro sentimenti, ma con l’esempio mostravano che esprimere sofferenza o paura era tabù.
In questi casi invito sempre i genitori a parlare di più ai loro figli di come stanno, anche a dire quando sono tristi per qualcosa o arrabbiati (senza naturalmente caricare i bambini di preoccupazioni non adatte alla loro età).

In effetti, se come individui non riusciamo a sintonizzarci con ciò che proviamo, le sensazioni corporee legate ad un’ attivazione emotiva possono apparire estranee e molto invasive..
Una paziente (adulta), mi diceva: “dottoressa sento qualcosa di forte ma…non so spiegare esattamente cosa mi capita, però sto malissimo…ho paura, mi sembra di essere sul punto di morire….e invece gli altri mi dicono di stare tranquilla, che non mi sta succedendo nulla..in pratica secondo loro, ciò che sto provando non ha senso!!” (ricordate la mamma di Francesco: “non dovrebbe più tossire!!” )
..capite come queste minimizzazioni possano rendere l’esperienza dell’attacco di panico ancora più incomprensibile e terribile..si perviene ad un punto tale di spavento nel quale l’unico desiderio è che questa brutta esperienza non si ripeta, e come sa bene chi soffre di questo disturbo, si può arrivare a non uscire più nemmeno di casa, per paura di essere in una situazione in cui l’episodio si ripete di nuovo. Il solo pensiero dell’attacco di panico innesca un’attivazione fisiologica (ansia anticipatoria), che viene letta come segnale dell’imminente attacco, aumentando la paura anziché diminuirla e guidando il comportamento verso l’evitamento, il ritiro.

Ma cosa si può fare, allora?

Intanto, convalidare l’esperienza emotiva che sta accadendo: tutto ha un senso ed è utile, nella psiche, compresa la paura.
Senza provare paura saremmo fritti!! Ci sono persone con malattie genetiche rarissime oppure che hanno avuto dei traumi all’encefalo, incapaci di provare paura, e solitamente la cosa non finisce bene…La paura in sé non è una cosa sbagliata. (lo dicevamo anche della rabbia, nel post del bacino di Giuda).
Però deve essere integrata con altre componenti emotive e cognitive…non può farla da padrona influenzando comportamenti e decisioni. Vi faccio un esempio:
Se sono su un pedalò in mare con una persona che non sa nuotare, la nostra paura di poter cadere in acqua sarà completamente diversa, poiché per quella persona c’è un pericolo oggettivo di sopravvivenza, mentre per me c’è solo la possibilità di farmi un bel bagno al largo.
Se io fossi terrorizzata dal pensiero di cadere in acqua, pur sapendo perfettamente nuotare, ci sarebbe qualcosa che non va…vorrebbe dire che la paura, anziché semplicemente svolgere la sua funzione evolutiva di segnalazione di un possibile pericolo, ha preso il sopravvento su tutto il resto.
Se poi, per il timore di poter eventualmente cadere in acqua, rinunciassi alle vacanze, e il mio ragazzo, esasperato, mi lasciasse per questo, capite come la mia vita si starebbe organizzando totalmente intorno a quell’unico denominatore?

Se ciò accade, si deve provare ad aiutare la persona a rientrare in possesso dei meccanismi di riconoscimento e gestione dell’attivazione emotiva.
Quindi bisognerebbe cercare di evitare di dire a qualcuno che sta male “non ti sta succedendo nulla”..meglio piuttosto dire la verità: “stai avendo un attacco di panico (se è un bambino: stai avendo una crisi di spavento), è molto brutto ma ti è già successo e sai che non morirai, proviamo a trovare dei modi di affrontarlo insieme”.
Bisogna aiutare la persona a capire COSA sta provando, PERCHE’ si attiva in quel modo, e dare un senso, un’integrazione, a ciò che accade, e soprattutto lavorare con lui, perché capisca che quell’esperienza non è qualcosa di insensato, che arriva dall’esterno ad invaderlo e basta, ma che genera dal suo interno e come tale, come tutte le altre emozioni, PUO’ ESSERE GESTITO. E’ una cosa che si puo’ imparare, per fortuna.:-)
Quindi, aumentare il lessico emotivo ed incentivare l’auto-osservazione, sia attuale che nel ricordo delle esperienze passate, in modo da stimolare collegamenti fra esperienze vissute solo in maniera razionale, e la relativa e spesso misconosciuta componente corporea.
Anche già solo comprendere che ciò che accade è un attacco di panico, diminuisce la
paura..ricordate come si è calmato Francesco?
Ai bambini dico la verità: “può succedere che i pensieri brutti, le preoccupazioni, le cose che abbiamo nella testa e nel cuoricino, se non riusciamo a dirle, ci facciano qualche dispetto e vadano a finire nel corpo, così possiamo sentirle…ma ci sembrano cose così strane e sconosciute, paurose…vedrai che però, allenandoci un po’insieme, possiamo imparare ad ascoltarle, a capirle e a spiegarle meglio” (Le emozioni si potranno esprimere con le parole, ma anche attraverso giochi, disegni, rappresentazioni di vario genere).

Nella terapia si possono affiancare anche “tecniche” di gestione dell’attacco di panico vero e proprio (controllare la respirazione ad esempio)..ma se non si lavora sul resto, sono tecniche poco efficaci, perché agiscono solo a livello del sintomo ma non affrontano la causa…è come prendere la tachipirina se c’è un’infezione in corso..la febbre scende, ma il problema non è affatto risolto. (Anzi).

Può capitare a tutti di avere dei momenti di ansia, anche intensa, ma è necessario rivolgersi ad uno specialista se:
• Le manifestazioni di panico sono talmente intense da condizionare la vita scolastica/lavorativa/affettiva;
• Le manifestazioni sono accompagnate da altre somatizzazioni (dermatite, psoriasi, gastrite, asma);
• Le manifestazioni non sono relative ad un periodo circoscritto ma perdurano nel tempo, anche in momenti di tranquillità;
• Le manifestazioni hanno carattere crescente (prima una volta al mese, poi due, poi più volte a settimana ecc)

Che ne pensate?