Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

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“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( http://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e http://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Riconoscere ed affrontare gli attacchi di panico: la storia di Francesco

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Buongiorno e buon anno cari amici,
riprendiamo le nostre conversazioni psicologiche parlando di un disturbo diffuso e piuttosto pesante: gli attacchi di panico.
Mi chiedono in tanti di spiegare qualcosa in più su questo genere di problema e su come affrontarlo, specie quando riguarda bambini o adolescenti.
Per farlo, vi racconto una storia realmente accaduta.

Un giorno ero nello spogliatoio della piscina con i miei figli..un luogo che qualsiasi mamma che lo abbia frequentato può descrivere come un girone dantesco…un caldo infernale, il figlio grande che deve lavarsi, vestirsi ed asciugarsi ed è completamente passivo e distratto, molle come un burattino; il piccolo che invece è attivo come una molla e corre qua e là bagnandosi le calze, sudando..io che cerco di gestire la cosa.
Quel giorno, poco prima, mentre ero sugli spalti intenta a rincorrere il piccolo e ad evitare che si sfracellasse sulle gradinate, avevo notato che un bimbo di un altro corso aveva “bevuto” un po’ di acqua mentre si tuffava, e si era messo a tossire e a piangere. Non ci avevo fatto molto caso perché sono cose che possono capitare, in piscina, specie ai più piccoli.
Ma dopo 10 minuti, a lezione finita, avevo trovato nello spogliatoio quello stesso bambino, seduto con la mamma vicino a lui, che continuava a tossire in modo convulso e a tentare di introdurre aria..mi sembrava molto agitato e spaventato, tossiva sempre più forte, la mamma era anch’essa molto agitata e stava valutando se chiamare il 118..continuava a dire “non capisco come sia possibile!!Non dovrebbe più tossire!!Ha bevuto pochissimo!!”.
Guardavo quel bambino e tutto nel suo atteggiamento mi indicava che stava avendo un attacco di panico..gli occhi terrorizzati, la tosse che sembrava più “sforzata” che vera…la “fame d’aria”…valutai per un attimo di farmi i fatti miei ma l’istinto psico fu insopprimibile. 🙂
Chiesi alla signora se potevo avvicinarmi e come si chiamava il bambino.
Francesco, mi disse….
Mi inginocchiai davanti a lui e gli dissi: “Francesco, prima hai bevuto e per un attimo non sei riuscito a respirare..ti sei molto spaventato…questo spavento non ti è ancora passato, ti è rimasto nel corpo e ti fa tossire..ma ora puoi respirare..guarda, dammi una manina..mettila sulla pancia (lo aiutai a posare una mano sulla sua pancia)…vedi come si gonfia come un palloncino? E’ perché dentro c’è l’aria, quindi stai respirando. Prova a respirare piano col naso, vedi che la pancia si gonfia..poi si sgonfia….è l’aria che entra ed esce…senti? Hai avuto proprio ragione a spaventarti, prima, ma respiri bene, adesso.”
La tosse cessò praticamente in modo istantaneo.
La mamma mi guardò sbalordita, come se avesse visto un marziano verde con dieci occhi o Brad Pitt in costume (preferisco quest’ultima ipotesi) 😉
“Come ha fatto????” mi chiese?
Ne seguì una lunga conversazione al bar della piscina, in cui spiegai qual era il mio lavoro; la signora mi raccontò che queste cose erano iniziate da quando la sorella di Francesco si era “strozzata” con un boccone di mozzarella a tavola, in sua presenza, e tutti si erano spaventati moltissimo.
Lei stessa aveva aiutato la figlia a liberarsi dal boccone ma poi era semi-svenuta.
Da quel giorno Francesco aveva iniziato a masticare ogni boccone di cibo anche per un quarto d’ora prima di deglutirlo, e in occasione di altri spaventi, aveva manifestato sintomi somatici simili a quelli accaduti quel giorno, con tosse e difficoltà a respirare.
Inoltre, già da piccolino, Francesco aveva mostrato di essere incline alle somatizzazioni..gli succedeva di strofinarsi gli occhi con la mano come se non ci vedesse…la visita oculistica aveva sentenziato che non c’era alcun problema di vista e che si trattava di un tic nervoso, avevano suggerito di ignorarlo, che sarebbe sparito da solo, e così era accaduto.
La mamma mi disse che era da un po’ di tempo che aveva in mente di far aiutare Francesco da uno psicologo, e fu sollevata quando le fornii il nominativo di una mia collega (non lo presi in carico io stessa perché era una persona che incontravo settimanalmente, in piscina, e che avrei incontrato ancora per molto tempo).

Ma perché certe volte le cose si esprimono in modo somatico?
Perché vengono gli attacchi di panico?
E come si possono aiutare bambini o adulti che ne soffrono?
La chiave di volta, è il riconoscimento e la validazione dell’esperienza emotiva.
Molto spesso, le manifestazioni somatiche dell’ansia sono collegate al mancato riconoscimento delle emozioni e alla conseguente difficoltà di gestione delle stesse.
Ci sono famiglie in cui, per svariati motivi, l’espressione dell’emotività è disincentivata, bandita…in effetti in consultazione mi è capitato di incontrare genitori poco affettivi, molto razionali e distanti dal mondo interno dei loro figli.. più spesso però ho conosciuto genitori amorevoli, che con l’illusione di tutelare i loro bambini, avevano scelto di non esprimere mai le loro emozioni di fronte a loro, specie se negative..a parole magari invitavano i figli a parlare dei loro sentimenti, ma con l’esempio mostravano che esprimere sofferenza o paura era tabù.
In questi casi invito sempre i genitori a parlare di più ai loro figli di come stanno, anche a dire quando sono tristi per qualcosa o arrabbiati (senza naturalmente caricare i bambini di preoccupazioni non adatte alla loro età).

In effetti, se come individui non riusciamo a sintonizzarci con ciò che proviamo, le sensazioni corporee legate ad un’ attivazione emotiva possono apparire estranee e molto invasive..
Una paziente (adulta), mi diceva: “dottoressa sento qualcosa di forte ma…non so spiegare esattamente cosa mi capita, però sto malissimo…ho paura, mi sembra di essere sul punto di morire….e invece gli altri mi dicono di stare tranquilla, che non mi sta succedendo nulla..in pratica secondo loro, ciò che sto provando non ha senso!!” (ricordate la mamma di Francesco: “non dovrebbe più tossire!!” )
..capite come queste minimizzazioni possano rendere l’esperienza dell’attacco di panico ancora più incomprensibile e terribile..si perviene ad un punto tale di spavento nel quale l’unico desiderio è che questa brutta esperienza non si ripeta, e come sa bene chi soffre di questo disturbo, si può arrivare a non uscire più nemmeno di casa, per paura di essere in una situazione in cui l’episodio si ripete di nuovo. Il solo pensiero dell’attacco di panico innesca un’attivazione fisiologica (ansia anticipatoria), che viene letta come segnale dell’imminente attacco, aumentando la paura anziché diminuirla e guidando il comportamento verso l’evitamento, il ritiro.

Ma cosa si può fare, allora?

Intanto, convalidare l’esperienza emotiva che sta accadendo: tutto ha un senso ed è utile, nella psiche, compresa la paura.
Senza provare paura saremmo fritti!! Ci sono persone con malattie genetiche rarissime oppure che hanno avuto dei traumi all’encefalo, incapaci di provare paura, e solitamente la cosa non finisce bene…La paura in sé non è una cosa sbagliata. (lo dicevamo anche della rabbia, nel post del bacino di Giuda).
Però deve essere integrata con altre componenti emotive e cognitive…non può farla da padrona influenzando comportamenti e decisioni. Vi faccio un esempio:
Se sono su un pedalò in mare con una persona che non sa nuotare, la nostra paura di poter cadere in acqua sarà completamente diversa, poiché per quella persona c’è un pericolo oggettivo di sopravvivenza, mentre per me c’è solo la possibilità di farmi un bel bagno al largo.
Se io fossi terrorizzata dal pensiero di cadere in acqua, pur sapendo perfettamente nuotare, ci sarebbe qualcosa che non va…vorrebbe dire che la paura, anziché semplicemente svolgere la sua funzione evolutiva di segnalazione di un possibile pericolo, ha preso il sopravvento su tutto il resto.
Se poi, per il timore di poter eventualmente cadere in acqua, rinunciassi alle vacanze, e il mio ragazzo, esasperato, mi lasciasse per questo, capite come la mia vita si starebbe organizzando totalmente intorno a quell’unico denominatore?

Se ciò accade, si deve provare ad aiutare la persona a rientrare in possesso dei meccanismi di riconoscimento e gestione dell’attivazione emotiva.
Quindi bisognerebbe cercare di evitare di dire a qualcuno che sta male “non ti sta succedendo nulla”..meglio piuttosto dire la verità: “stai avendo un attacco di panico (se è un bambino: stai avendo una crisi di spavento), è molto brutto ma ti è già successo e sai che non morirai, proviamo a trovare dei modi di affrontarlo insieme”.
Bisogna aiutare la persona a capire COSA sta provando, PERCHE’ si attiva in quel modo, e dare un senso, un’integrazione, a ciò che accade, e soprattutto lavorare con lui, perché capisca che quell’esperienza non è qualcosa di insensato, che arriva dall’esterno ad invaderlo e basta, ma che genera dal suo interno e come tale, come tutte le altre emozioni, PUO’ ESSERE GESTITO. E’ una cosa che si puo’ imparare, per fortuna.:-)
Quindi, aumentare il lessico emotivo ed incentivare l’auto-osservazione, sia attuale che nel ricordo delle esperienze passate, in modo da stimolare collegamenti fra esperienze vissute solo in maniera razionale, e la relativa e spesso misconosciuta componente corporea.
Anche già solo comprendere che ciò che accade è un attacco di panico, diminuisce la
paura..ricordate come si è calmato Francesco?
Ai bambini dico la verità: “può succedere che i pensieri brutti, le preoccupazioni, le cose che abbiamo nella testa e nel cuoricino, se non riusciamo a dirle, ci facciano qualche dispetto e vadano a finire nel corpo, così possiamo sentirle…ma ci sembrano cose così strane e sconosciute, paurose…vedrai che però, allenandoci un po’insieme, possiamo imparare ad ascoltarle, a capirle e a spiegarle meglio” (Le emozioni si potranno esprimere con le parole, ma anche attraverso giochi, disegni, rappresentazioni di vario genere).

Nella terapia si possono affiancare anche “tecniche” di gestione dell’attacco di panico vero e proprio (controllare la respirazione ad esempio)..ma se non si lavora sul resto, sono tecniche poco efficaci, perché agiscono solo a livello del sintomo ma non affrontano la causa…è come prendere la tachipirina se c’è un’infezione in corso..la febbre scende, ma il problema non è affatto risolto. (Anzi).

Può capitare a tutti di avere dei momenti di ansia, anche intensa, ma è necessario rivolgersi ad uno specialista se:
• Le manifestazioni di panico sono talmente intense da condizionare la vita scolastica/lavorativa/affettiva;
• Le manifestazioni sono accompagnate da altre somatizzazioni (dermatite, psoriasi, gastrite, asma);
• Le manifestazioni non sono relative ad un periodo circoscritto ma perdurano nel tempo, anche in momenti di tranquillità;
• Le manifestazioni hanno carattere crescente (prima una volta al mese, poi due, poi più volte a settimana ecc)

Che ne pensate?

Rischiatutto!! Insuccesso scolastico, ansia da prestazione e DSA

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“Signore e signori fiato alle trombe e benvenuti al Rischiatutto! Ecco a voi la domanda di oggi..guardate questa foto..questo e’ Gigetto…ve lo descrivo: e’ un bambino di nove anni..molto simpatico..gioca con gli altri, va a scuola…ma quando deve fare i compiti, e’ un disastro. Non c’è verso, non vuole studiare, cerca di evitare le interrogazioni, le insegnanti dicono che e’ pigro e svogliato.. a volte se ne inventa addirittura qualcuna per non andare a scuola o comunque per saltare compiti, verifiche o interrogazioni…dimenticare il libro o il diario..perdere la penna…insomma le prova tutte..insegnanti e i genitori concordano su una cosa..POTREBBE FARE DI PIU’!
E allora cari signori ecco la nostra domanda: secondo voi Gigetto ha:
1) un disturbo specifico di apprendimento
2) delle difficoltà emotive
3) un rallentamento dello sviluppo
Rispondete signori!La uno, la due o la treee? Rischiatutto!”

Beh…se non sappiamo rispondere a questa domanda, Gigetto qualcosa di importante lo rischia.
Vi ci ritrovate?Mamme ed insegnanti?
Vi è successo di non saper dare una spiegazione, di fronte ad un problema di apprendimento?
Io  da professionista, ho ormai sviluppato un’ idiosincrasia per la frase “potrebbe fare di più”…a volte, in modo provocatorio, mi verrebbe da rispondere “certo, potremmo tutti, fare di più!”
Tutti noi, possiamo fare di più. Io stessa, potrei, ma ognuno di noi si confronta con il quotidiano, con momenti, periodi, contesti, ambiti in cui riesce a dare il meglio, oppure no.
Il problema non è il “fare”ma il capire perché non si riesce a dare il meglio, perchè a volte quello che dovrebbe essere il naturale processo di apprendimento (la spinta ad imparare è innata) non funziona, e quali sono i fattori che lo ostacolano.
Eh sì, perchè a scuola si può non riuscire per tanti motivi…
Escludiamo (per il momento) le situazioni di oggettivo svantaggio socio-culturale, semplicemente perché di solito queste situazioni sono già note, seguite dai servizi, le insegnanti ne sono a conoscenza e possono tenerne conto.
Quali possono essere allora gli altri ostacoli?

Si può riuscire benissimo a studiare, ma avere ansia da prestazione e non riuscire ad esternare ciò che si sa;
Si può avere la testa piena di pensieri, fantasie, preoccupazioni, magari perchè mamma e papà si stanno separando, sta arrivando un fratellino, un genitore non sta bene o ha perso il lavoro, e non riuscire a trattenere in mente nulla;
Si può avere un dsa, un disturbo specifico di apprendimento, e non riuscire ad apprendere in una singola materia;
Si può avere un rallentamento nello sviluppo cognitivo, che non va di pari passo con l’età anagrafica.

Quindi insomma, basta capire quale sia il motivo della difficoltà ed applicare la soluzione! Eh..magari fosse così semplice…il punto è che stiamo parlando di ragazzini, di PERSONE, non di etichette diagnostiche, e che in tutti i disturbi di apprendimento c’è COMORBILITA’.
Questo parolone significa che c’è sempre una contaminazione, una coesistenza di aspetti cognitivi ed aspetti emotivi.
Per farvi capire meglio, vi faccio un esempio:

Il bambino A e’ dislessico, ma non lo sa. I suoi compagni iniziano ad imparare a leggere..prima in modo timido ed incerto, poi sempre più sicuro. Studiano delle cose leggendole sul sussidiario e se le ricordano. Lui no, proprio leggere non gli riesce. Teme di fare una brutta figura davanti a tutti..ma perchè quella cosa non gli viene? Inizia ad avere il dubbio di essere stupido, di avere qualcosa che non va, a sentirsi agitato ed insicuro. Quando può, cerca di evitare le interrogazioni, se deve essere interrogato o leggere ad alta voce va in ansia, diventa rosso come un peperone. I compagni ridono. I voti calano. Gli viene sempre più ansia. Anche il solo pensiero lo fa sentire a disagio…magari fa il bullo per compensare, così i compagni non gli daranno fastidio.

Il bambino B invece, soffre di ansia. Vede i compagni che parlano davanti a tutti e li invidia..ma come fanno ad essere cosi spavaldi? A lui, parlare davanti ad altre persone, spaventa a morte. Nella sua testa le cose le sa…ma davanti ad altri, a tutti, alla classe che lo guarda, non se la sente…le parole non gli escono..se gli chiedono qualcosa, diventa rosso come un peperone. Cerca di evitare le interrogazioni il più possibile, i voti calano.

Vedete come, pur avendo origine da fattori diversi, gli aspetti emotivi e di apprendimento si intersecano? Vedete come apparentemente i due bambini hanno un comportamento simile? Evitanti, distratti, con i voti che si abbassano, magari aggressivi in certi momenti, descritti come pigri o che “potrebbero fare di più”?
E allora, se il funzionamento, la manifestazione esterna, non sempre corrisponde alla struttura interna, come possiamo fare per capire?
Fortunatamente, gli strumenti ci sono.
Intanto, se ci troviamo di fronte ad un problema di apprendimento, è bene come a solito fare un passo indietro e porsi alcune domande, che possono aiutarci a creare un primo discrimine:

-I problemi a scuola sono in una materia specifica o generalizzati?
-I problemi a scuola sono nell’orario di un’insegnante specifica?
-Il bambino in questione ha difficoltà in altri ambiti extrascolastici?
-Emergono segnali di ansia o controllo dell’ansia (tic, rituali, somatizzazioni)?
-Ci sono fattori di vita stressanti in quel momento, per il bambino?

Il secondo passo, se ancora ci riesce difficile capire cosa stia succedendo, è condividere perplessità e domande con uno specialista, in modo che possa corredarle con strumenti tecnici preziosi.
Il primo, il più importante, è il test WISC, ovvero Wechsler Intelligence Scale for Children. Il test wisc (nel gergo di noi psico, “la wisc”), è il test di intelligenza per bambini dai sei ai sedici anni utilizzato in tutto il mondo. E’ standardizzato , se parliamo di un Q.I. di 100 intendiamo lo stesso dato, in Italia come in Francia o in America, e può essere utilizzato solo da un medico o da uno psicologo iscritti all’ albo. Nessun altro può utilizzarlo, nemmeno acquistarlo. Questa limitazione deriva da fatto che il Q.I. è un dato estremamente sensibile, e l’iscrizione all’albo e’ garanzia legale di tutela della privacy ed utilizzo consapevole dei dati.
La wisc e’ fatta di 13 prove, ognuna della quale misura una parte dell’intelligenza: logica, verbale, visuo-spaziale, memoria a breve termine, a lungo termine, uditiva, ecc.
Quindi il test ci aiuta moltissimo. Intanto, ci dice se il Q.I. che troviamo è nella norma in relazione all’età, in modo da permetterci di escludere un ritardo nello sviluppo cognitivo.
Se il Q.I. e’ normale, il test ci può evidenziare che ci sono delle discrepanze fra i vari tipi di intelligenza, e far emergere delle “cadute” in prove specifiche. Tali cadute molto spesso sono indice di un dsa, disturbo specifico di apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia ecc).
Il cervello funziona bene nel suo complesso, ma in alcune prove sembra funzionare molto peggio: ad esempio nella dislessia ci sono cadute nelle prove che presuppongono l’utilizzo, per l’apprendimento del canale verbale. Se ascoltiamo un’informazione con le orecchie, la memoria la immagazzina; se la leggiamo con gli occhi, molto di meno. In questa immagine, presa dal sito http://www.aiditalia.org , potete vedere come legge un dislessico. E’ proprio difficile leggere così, no?

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Se la wisc rileva queste discrepanze fra prove, occorre approfondire con test ancora più specifici (es prove di letto-scrittura che mettono in evidenza la velocità di lettura correlazione con l’età). Le logopediste del centro Multicodex sono le nostre preziose alleate per tutta questa parte più specifica. 🙂
Se invece la wisc è nella norma e le abilità sono omogeneamente espresse, possiamo supporre un’interferenza con l’apprendimento di natura emotiva; occorrerà dunque approfondire l’aspetto psicologico, con colloqui, giochi, test emotivi (ovviamente adatti all’età del bambino).

Solo così potremo avere un quadro sfaccettato, il più possibile aderente a quella che è la realtà di ogni singolo bambino, in modo da poter predisporre percorsi di potenziamento delle abilità o di supporto alle difficoltà emotive che non siano “pacchetti pre-confezionati”, ma davvero tarati sull’individualità, tagliati su misura e quindi anche più incisivi.

In conclusione quindi, mi spiace per il povero Mike, ma quando c’è di mezzo una questione importante e interconnessa con diversi domini come l’apprendimento, non RISCHIAMO ma affidiamoci a professionisti seri e strumenti standardizzati. 🙂