Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

varicella

 

Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

Intelligenza, lodi e difficoltà scolastiche; la storia di Christian

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Bravo! Bravo tesoro, come sei stato bravo!

Quante volte noi genitori diciamo queste cose ai nostri figli nell’intento di consolidare la loro autostima e far sentire loro tutto il nostro appoggio?
Purtroppo non sempre le lodi, soprattutto quando relative alla persona in toto e non semplicemente ad una strategia messa in atto, hanno quest’effetto.

Per spiegarvi il perchè, vi racconto la storia di Christian.

Christian ha 14 anni, e viene portato da me dalla sua famiglia perché prossimo alla bocciatura…la famiglia non si spiega come sia possibile, perché Christian è sempre stato il primo della classe, il bambino più intelligente al nido, alla materna, alle elementari e alle medie.
Durante l’anamnesi, i genitori mi raccontano che il loro figlio è sempre stato considerato un po’ un bambino prodigio: ha imparato a parlare prestissimo e con grande proprietà di linguaggio, ha iniziato a leggere da solo a 4 anni: in autonomia si è preso un libro scritto a caratteri stampatello ed ha iniziato a leggerlo a voce alta, suscitando lo sbalordimento dei suoi genitori; fin dall’asilo nido è stato sempre riportato dalle insegnanti che dal punto di vista cognitivo era molto più avanti degli altri; le maestre della scuola dell’infanzia ripetevano continuamente ai genitori che Christian finiva le schede proposte in tre secondi, loro se lo coccolavano e lo chiamavano “il nostro assistente”.
Anche alla scuola primaria non c’è stato nessun problema: Christian era sempre il primo, addirittura le insegnanti gli davano 10 al primo quadrimestre, a differenza di quanto usavano fare di solito, perché non era proprio possibile dargli un voto inferiore.
Stessa storia alle medie: i genitori raccontano con imbarazzo (e malcelato orgoglio) che mentre loro facevano fatica a farlo staccare dai libri, i genitori dei suoi compagni si lamentavano spesso perché i figli non leggevano abbastanza.
Christian in effetti è un divoratore seriale di libri, legge e memorizza con facilità, ma non è bravo solo nelle materie umanistiche..non ha mai avuto problemi nemmeno nelle materie scientifiche.

I genitori quindi sono rimasti molto perplessi e stupiti, di fronte alla progressiva debacle di Christian al primo anno del liceo classico al quale lui si è iscritto; i voti hanno iniziato a calare pesantemente, loro se ne sono accorti tardi perché Christian non diceva nulla ed ha nascosto i voti fino a quando ha potuto; i genitori, tranquilli perché abituati al fatto che il figlio andasse sempre bene, non hanno controllato il registro elettronico più di tanto, ed hanno capito la gravità della situazione solo quando sono stati convocati a scuola. Ormai l’anno scolastico volge al termine, ed i professori hanno parlato chiaramente alla famiglia dicendo che sarà bocciato; hanno anche sottolineato il fatto che il ragazzino è piuttosto immaturo ed arrogante, altra informazione che li ha lasciati molto stupiti, abituati com’erano a sentirlo sempre lodare.

Conosco Christian e cerco di capire che cosa sia successo: Christian è un ragazzino molto carino, simpaticissimo, la sua intelligenza brillante mi è chiara fin dai primi cinque minuti di seduta, nei quali riesce al volo a capire qualsiasi cosa della quale stiamo parlando; ha ironia, perspicacia, è in grado di accedere al piano simbolico della conversazione; condividiamo anche passioni ed interessi letterari (Agatha Christie), per cui l’aggancio con lui è molto semplice.
Gli chiedo se ha capito quale sia il suo problema e lui dice di no, anche perché la classe gli piace, i compagni sono gentili e lui è ben inserito, i professori non così bravi (a suo dire), ma comunque non c’è un clima pesante.
Per capire meglio gli propongo di sottoporlo al test wisc che misura il Q.I., Christian accetta senza problemi, sicuro di sé.

Dal test risulta in effetti un QI di 143, nettamente sopra la media.

Inizio quindi a capire meglio che cosa sia accaduto.
Il ragazzo è sempre stato abituato a fidarsi della sua dotazione intellettiva, considerandola come una qualità fissa: qualsiasi compito gli è sempre stato facile, non ha mai avuto bisogno di soffermarsi a studiare: mentre i compagni dovevano andare a casa e provare e riprovare un esercizio, lui lo eseguiva nell’intervallo in due minuti senza alcun problema; non ha mai studiato più di tanto a casa le materie orali, perché solo ascoltando la spiegazione a scuola lui le memorizzava e alle interrogazioni, anche grazie alla proprietà di linguaggio acquisita con la lettura, aveva sempre ottimi voti. I genitori lo hanno sempre molto lodato per questo portando i suoi voti ad esempio, parlandone con i nonni, gli zii, facendogli un sacco di regali e facendogli i complimenti per la sua ‘grande testa’. (Anche piena di folti riccioli 🙂 )
Quando però il compito è cresciuto (il liceo classico scelto da Christian comporta una mole di studio non indifferente), e lui ha dovuto in qualche modo iniziare ad impegnarsi, si è scoperto completamente non in grado, ed anziché mettersi lì poco per volta e provare ad incrementare le sue capacità, si è sentito minato nella dote della quale si fidava di più (la sua testa) ed è entrato completamente in crisi.

Che cosa è successo quindi? Cerchiamo di capirlo insieme.

L’intelligenza e le teorie del sé legate ad essa sono state studiate da molti autori (ad esempio Carol Dweck), e si sono scoperte un sacco di cose interessanti.
Le ricerche ci mostrano che esistono due modalità fondamentali di considerare la propria intelligenza:

  • la prima viene chiamata teoria entitaria o fissa, ed è proprio quella che aveva Christian, cioè pensare che l’intelligenza sia un fatto acquisito, innato, non modificabile, molto collegato alla prestazione: l’autostima e la percezione di sé si configurano quindi come un riflesso dei voti alti che si prendono o delle lodi, che diventano l’unica cosa che importa (e che mette ansia);
  • la seconda invece, è quella incrementale o di crescita: consiste nel considerare l’intelligenza come un qualcosa che si può allenare ed espandere, quindi si può sentirsi bene nello sfidare i propri limiti, si ha il desiderio non di cogliere “tutto e subito” ma di incrementare sempre di più le cose che si sanno, gli errori vengono considerati utili, ci si basa non sulla prestazione ma sulla padronanza, e non si è così attenti ai risultati numerici à l’autostima è legata alla percezione di stare aumentando le proprie capacità tramite buone strategie.

Come potete immaginare, Christian è molto lontano da questa seconda mentalità; occorre che io e lui intraprendiamo un lavoro per fargli capire e modificare la percezione di se stesso, in modo che la sua dotazione intellettiva possa esprimersi al meglio; Christian ha bisogno di imparare come fare per stare attento, per sedersi e stare un po’ di tempo fermo a provare e riprovare a fare una cosa che non gli riesce al volo, di imparare come fare a non provare frustrazione quando un compito non è per lui immediatamente accessibile, perché non è per nulla abituato.

Per fortuna il buon clima fra noi consente una ottima collaborazione, che passa anche dall’elaborare i vissuti faticosi di Christian legati al dover mettere in discussione un qualità per lui fino a poco tempo fa percepita come fondante ed immutabile.

Anche i suoi genitori partecipano al percorso, li incontro periodicamente per mettere a punto con loro nuove modalità di supporto per il figlio, occorre che smettano di dirgli continuamente che è bravo ed intelligente, ma piuttosto incentivino il suo impegno.

Proviamo quindi a tenere presente quanto emerge: cerchiamo di lodare i bambini per il loro impegno e per il fatto che stanno migliorando le loro capacità ed adottando strategie più funzionali, piuttosto che invece mettere loro etichette fisse come “SEI intelligente, SEI sveglio, SEI bravo”.

Il compito più difficile è farlo con i bambini plusdotati, perché è difficile lodare l’impegno in bambini che, a tutti gli effetti, fino ad un certo punto NON SI IMPEGNANO!
Infatti molto spesso il problema sorge quando la richiesta scolastica cresce…la letteratura è piena di abbandoni scolastici di ragazzi plusdotati.
In questo caso, è importante e affiancare alla scuola delle attività, magari sportive, nelle quali il ragazzo o la ragazza non siano immediatamente capaci, in modo che imparino l’importanza di allenarsi, di considerare gli errori una cosa importante dalle quali apprendere, di perseverare e considerare se stessi come un sistema mobile, in continua espansione ed evoluzione.

Un altro suggerimento utile può essere quello di interrogarci noi in primis: quante volte, come genitori, specie in questa epoca nella quale i “LIKE” sono importanti, ci ‘vantiamo’ del successo dei nostri figli, specie in termini di prestazioni e voti?
Comprendo benissimo, da mamma, che il cuore si riempie di orgoglio ad avere un ragazzo che va bene a scuola, ma stiamo attenti alle insidie che questa tipologia di comportamento sottende: rischiamo di passare ai nostri figli un messaggio sbagliato, e di non aiutarli ad allenare quella competenza fondamentale che consiste nel desiderare di sfidare i propri limiti con entusiasmo al fine di apprendere sempre di più, impegnandosi anche a partire dagli errori, preziosa occasione per rivedere le proprie strategie e mettersi alla prova.

Che ne pensate?

Bibliografia:

Dweck, C.S. (2000) – “Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo”. Erikson. Trento

Dweck, C.S. -“The Perils and Promises of Praise” in Educational Leadership, October 2007 (Vol. 65, #2, p. 34-39), full article available at http://www.ascd.org

P.S. Come sempre, a tutela della privacy, Christian è un nome di fantasia 😉

Bibliografia del seminario: “Curare e prendersi cura”

prendersi cura 1prendersi cura 2 - Copiaprendersi cura 3 - Copiaprendersi cura 4 - Copiaprendersi cura 5prendersi cura 8 prendersi cura 6prendersi cura 7

Bibliografia:

  • Ariely, D., Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, Milano, 2008.
  • Del Corno, F., Lang, M., Taindelli, G. – Il medico, il paziente e le loro medicine. Psicologia dei farmaci, Franco Angeli
  • Faillo, M., Silva, F.,“Consumatori liberi di scegliere?”, Consumatori, Diritti e Mercato, 2/2009.
  • Gigerenzer, G., Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Cortina Raffaello,
  • Main, M., Kaplan, N. e Cassidy, J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: A move to the level of representation; trad. it.: La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: Il livello rappresentazionale, in Riva Crugnola, C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.
  • Novarese, M., Wilson, C.M., “Being in the Right Place: A Natural Field Experiment of Order Effects”, Economics Paper Downloads, Mimeo, 2010.
  • Novarese, Rizzello, Economia sperimentale, Mondadori 2004
  • Rumiati, Rumiati, R. e Savadori, L. (1999), Percezione del rischio e rischio tecnologico-professionale, Risorsa Uomo, 6, 7-22.
    Savadori, L., Rumiati, R., Bonini, N. e Pedon, A. (1998), Percezione del rischio: esperti vs. non esperti, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, 3-4, 387-405.
  • Salecl, R., La tirannia della scelta, Laterza, Bari, 2010
  • Slovic, P. (1987) Perception of riskScience, 236, 280-285.
  • Slovic, P., Fischhoff, B. e Lichtenstein, S., (1980), Facts and fears: Understanding perceived risks, in Rumiati, R. e Bonini, N., Le decisioni degli esperti, Il Mulino, Bologna, 1996.
  • Thaler, R.H., e Sunstein C.R., Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano, 2009.
  • Vermigli, P., Raschielli S., Rossi E., Roazzi A. (2009). Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise, Giornale di Psicologia, 3 (1), 23-37.

Compiti a casa & poiane – Parte 1

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SCENA 1 (elementari-medie)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il bambino DOVREBBE fare i compiti…
“Gigetto, fai i compiti”
“Dopo, mamma”
….passa un’ora (lego, cartoni, carte di Yu- Gi-Oh, cartoni, lego)
“Gigetto, adesso fai i compiti!” (Tono già leggermente alterato)
“Sì mamma, ora li inizio”
…..’passa un’altra mezz’ora (tablet, gormiti, cartoni)
“Puoi dire a TUO figlio di fare i compiti?”
“Gigetto, fai i compiti ORA!” (Tono imperativo da pater-familias)
…………………………..(nessuna risposta)…………………..
“Gigetto!!” (Urlando, si alza dal divano e va a prendere il figlio in camera).
Segue lite da manuale….grida, pianti, rimproveri.
Epilogo:
Mamma e/o papà abbandonano le loro attività, scuotendo la testa; Gigetto controvoglia si siede al tavolo, ancora singhiozzando per la scenata, uno dei due genitori a fianco a lui:
“allora, apri il libro, a pag 45, ora scrivi, qui, no hai sbagliato cancella, ma stai ascoltando? Dai, riscrivi, su avanti ora prendi la penna rossa, dai adesso scrivi…”

SCENA 2 (medie-superiori)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il ragazzo DOVREBBE fare i compiti…
“Gigione, fai i compiti”
“Ok, mamma” (si chiude in camera, modalità: DO NOT DISTURB, E’ IN CORSO LA FISSIONE DELL’ATOMO)
Seguono fasi fondamentali del pomeriggio di studio:
-Preparazione postazione di lavoro (mettere a posto i pennarelli in ordine di colore, estrarre i libri, impilarli, creare una torre, notare che la torre tende a cadere, temperare le matite, accorgersi che si è persa la matita nera, cercarla, preparare evidenziatori di vari colori, provarli per vedere se sono scarichi): 45 min;
-Preparazione social network per non sentirsi soli nel duro lavoro dello studente (accensione facebook, ask, cellulare pronto su whatsapp): 15 min;
-Controllo dei suddetti social network per non perdersi importanti notizie di eventi occorsi negli ultimi 5 minuti: 30 min;
-Preparazione vettovaglie da sgranocchiare studiando, al fine di sostenere il fisico e recuperare le energie perse (succo, merendine, snack, caramelle varie): 10 min;
-Inizio lettura argomento studio con sottolineatura: 5 min
-Pausa per recuperare la stanchezza (play-station, nintendo, wii, social network, ipod): 50 min
“Gigione, hai studiato?”
“Sì mamma”
Epilogo:
Sul diario, scritto in rosso:
Interrogazione di storia: Gigione si presenta impreparato, pur affermando di aver studiato, voto: 3

Vi ci ritrovate?
Quali siete dei due scenari?
Siete genitori “poiane”, che stanno addosso ai ragazzi per farli studiare, oppure li lasciate soli ad affrontare il panico da scrivania?
Come si fa, quando i nostri ragazzi non vogliono studiare? E’ meglio incalzarli, col rischio che deleghino sempre a noi, o lasciarli stare, col rischio che non studino niente?

Argomento molto complesso, lo dividerò in più post perché sarebbe troppo lungo.

Partiamo da una considerazione..sulla motivazione allo studio incidono molti fattori diversi, alcuni legati alla personalità, alcuni legati all’ambiente (casalingo, scolastico, sociale), alcuni alla maturazione cognitiva.
Escludiamo per il momento difficoltà specifiche come ad esempio i disturbi di apprendimento o altro, e concentriamoci su un alunno “normale” (le virgolette sono d’obbligo: come diceva Basaglia” visto da vicino, nessuno è normale”)
Cos’è che supporta la motivazione e la buona riuscita del percorso scolastico?
Ci sono dei fattori ambientali facilitanti: fornire un buon esempio (vedere i genitori che leggono o studiano funziona molto di più che ripetere al bambino che deve leggere o studiare), leggere al bambino fin da piccolo, ancora prima dei tre anni, quando il cervello è al massimo delle sue potenzialità di “assorbimento” (le ricerche lo hanno dimostrato in modo inequivocabile), avere la fortuna di poter contare, in classe, su una valida maestra.
Ma quando si è a casa?
Fare o non fare i compiti con il bambino?
Se l’obiettivo è solo quello di “far entrare in testa”, volenti o nolenti, le cose imparate a scuola, allora può anche andare bene fare i compiti con un genitore.
Io sono però convinta che ci siano altri obiettivi PIU’ IMPORTANTI del semplice acquisire delle conoscenze, ovvero:

–          Far sì che il bambino impari ad organizzarsi in modo autonomo un lavoro che deve svolgere; pensando ad un futuro lavorativo, la dote più richiesta non è certo quella di saper scrivere sotto dettatura, poiana alle spalle, bensì quella di saper valutare quanto tempo occorre per fare un lavoro, organizzarlo e svolgerlo in autonomia, rispettando i tempi concordati);
–          Far sì che il bambino sviluppi una motivazione INTRINSECA allo studio e non ESTRINSECA (faccio i compiti perché sono una cosa mia che mi piace, non perché mamma o la maestra mi obbligano o mi premiano/puniscono). La motivazione intrinseca è un buon indicatore di successo scolastico;
–          Far sì che il bambino sviluppi un senso di autostima e autoefficacia (riesco ad eseguire e completare da solo un lavoro che mi è stato affidato, sono competente)
–          Dare un feedback alle maestre in merito al loro operato (se i compiti sono sempre tutti giusti perché sono stati corretti dai genitori, le insegnanti si rendono meno conto di quali cose è necessario rispiegare).
Se teniamo a mente questi obiettivi, risulta chiaro come l’aiuto costante dei genitori durante i compiti assegnati a casa, non sia per nulla proficuo.
Io invece consiglio di:
–          Parlare chiaramente al bambino del fatto che i compiti sono una cosa SUA, lui ne è il CAPO, e sono una cosa molto importante (valorizzando anche la scuola, non dire che è una scocciatura ecc);
–          Aiutarlo ad immaginare come può organizzarsi per farli (es perché non li dividi, metà oggi e metà domani..ecc), il che non vuol dire organizzargli in toto il lavoro;
–          Se il bambino vuole seguire una sua modalità organizzativa, LASCIARLO FARE, anche correndo il rischio che non riesca a finirli; se questo accade, non mortificare il bambino con frasi come “ecco, hai visto, te l’avevo detto che non li finivi”, ma sostenerlo nel suo tentativo dicendo frasi come “oggi non ti sei organizzato bene, la prossima volta sicuramente farai meglio” (La volta successiva invitarlo a tenere conto di quanto accaduto nel tentativo precedente)
–          Assicurarsi che il bambino abbia la tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro (niente fratelli che disturbano, musica o tv accesa ecc)
–          Proporre al bambino al termine dei compiti di guardare insieme il lavoro che avrà svolto e lodarlo per il fatto che l’ha svolto in autonomia;
–          Proporsi al bambino come interlocutore per le lezioni da imparare ORALMENTE (“mi dici la poesia, mi vuoi ripetere la lezione di geografia?”, ecc) oppure come aiuto nei casi in cui il bambino non abbia compreso una regola, limitarsi a spiegare la regola o la consegna, poi lasciar continuare il bambino da solo.

Nella seconda parte del post affronterò meglio il tema della motivazione e del metodo di studio, riferendomi anche ai ragazzi più grandi..nel frattempo..che ne pensate?