Spoiler alert: cinque cose che nessuno vi dirà sull’essere mamma

Io con le mamme ci parlo ogni giorno, ascolto le loro preoccupazioni, condivido le loro lacrime, rido con loro e gioisco con loro, parlare con le mamme è la parte che preferisco del mio lavoro. ❤
Allora in questo giorno speciale, voglio dirvi un po’ di cose che ho capito. Sono cose che vanno un po’ controcorrente, rivoluzionarie, condividetele solo con persone speciali, mi piacerebbe che si creasse una piccola carboneria di ‘mammitudini’ alternative 🙂
Partiamo quindi con questi cinque spoiler!

Primo:  mantenete la bussola, non fatevi rincoglionire (termine psico-tecnico!) dalla pressione della società e degli altri, mantenete il focus su quello che è veramente importante per voi e per i vostri figli. In questa epoca social dobbiamo sempre essere tutte performanti, truccate, pettinate, sempre sorridenti, mai scazzate, efficienti ed efficaci, dobbiamo saper fare tutto e i nostri figli devono essere anche loro sempre sorridenti,  vestiti bene, non tirannici e mai capricciosi… Certo. Come no.

La verità amiche mie è che queste cose sono marginali, a vostro figlio per il compleanno non gliene frega un cavolo di avere 800 invitati, i clown, gli animatori, gli sbandieratori, i fuochi artificiali, la torta di pasta di zucchero di 7 piani (per la preparazione della quale vi siete dovute impegnare l’orologio d’oro dello zio Venanzio e smadonnato di notte di fronte a tutorial del boss delle torte) L’equazione (infallibile) del piccolo Mugnaio Bianco recita:  “per quanto scenografica e buonissima sia la torta che avete fatto, vostro figlio vi dirà SEMPRE che voleva “a totta coee steiine” (torta pan di stelle, mulino bianco, carrefour reparto biscotti, costo: €5,19). 
A vostro figlio servono amici del cuore, bimbi che può frequentare spesso e con i quali crescere e rapportarsi, serve che voi manteniate buoni rapporti con nonni e zii, cugini, servono prati per giocare a palla, giochi stupidi organizzati PER e CON loro (alcune idee incredibili ed innovative: gioco della scopa, nascondino, caccia al tesoro, rialzo, ecc).
Fregatevene di questa sovraesposizione social che rende tutti apparentemente performanti e felici, sappiate che le altre mamme sono come voi, ignorate ciò che si dice nei gruppi Whatsapp (le mamme su Whatsapp si trasformano in creature chimeriche, metà ansia e metà spammatrici di foto inutili)  e comunque i figli non vogliono delle mamme perfette, anche perché con una mamma perfetta ci si sente a propria volta in dovere di essere perfetti (ansiaaa!!), i figli vogliono delle mamme felici, realizzate, serene il più possibile, che vivano la loro vita, fatta anche di cose che non li riguardano, a meno che non vogliate crescere dei narcisi indolenti e passivi, convinti che tutto ruoti intorno a loro; datemi retta, lasciate perdere, fate un favore alle vostre future nuore e ai vostri futuri generi.

Secondo: i vostri figli hanno bisogno di voi per un sacco di cose diverse, non solo perché li coccoliate e li ammiriate nelle cose che fanno, ma anche perché sosteniate la loro crescita e li alleniate ad affrontare le difficoltà. Quindi non cercate di togliere davanti a loro tutti gli ostacoli, lasciateglieli affrontare, dategli la possibilità di scoprire la loro forza di carattere, la loro resilienza, alternate momenti in cui fate voi per loro a momenti in cui lasciate che facciano loro per loro stessi, abbiate cura di tutte e due queste parti dell’essere genitore: proteggere e allenare alla vita.
Stessa cosa dicasi per le emozioni, i bambini non hanno bisogno che gli togliate le emozioni negative (vedi anche post QUI: ), nessuno desidera essere distolto da un’emozione che prova, non dovete sempre distrarre, distogliere, razionalizzare, compensare: la vostra presenza e vicinanza anche mentre i vostri figli provano emozioni forti, è tutto ciò che serve.

Terzo: i vostri figli vi amano, non dimenticatevelo, mai, nemmeno quando vi dicono ‘brutta, cattiva, ti odio’, un genitore non è degno di essere chiamato tale se il proprio figlio non ha pensato almeno un po’ di volte ‘ti odio’, la forza che li spinge ad entrare in contrasto con noi non ha nulla a che fare con il legame, il pensare che vostri figli non vi vogliano bene insinua un tarlo shakespeariano nella vostra testa e non vi consente più di fare il vostro lavoro, di andare fino in fondo quando sentite che dovete mettere un limite e tenere duro. Ah, per inciso: il 70-80% del lavoro del genitore, ad ogni età, è semplicemente resistere resistere resistere, tenere duro, tenere duro quando abbiamo detto no e loro insistono, tenere duro quando ci sollecitano in ogni modo e testano la nostra tenuta per vedere se siamo in grado di reggerli e contenerli, fare il vigile urbano, il cane da guardia, la quercia secolare (scopri QUI il metodo quercia), essere un punto fermo, un porto sicuro nel quale approdare anche durante la burrasca.

Quarto: i bambini ci mandano segnali, in continuazione, molti di questi segnali sono mascherati, cercate di non credere al messaggio superficiale ma di leggere quello più profondo, anche quando vi stanno dicendo ti odio sei cattiva in realtà stanno dicendo ho bisogno di te, aiutami ad affrontare questo limite, aiutami a gestire queste emozioni forti, non vi fate fregare dai messaggi mascherati, perchè anche quando non sembra, loro hanno bisogno di voi, voi siete davvero importanti. Parallelamente, ricordatevi che non tutto dipende da voi,  noi mamme certamente siamo professioniste nel fare errori e ci prendiamo le nostre colpe, ma con buona pace di Freud dovete sapere che i figli nascono con un loro temperamento individuale, e nel loro percorso incontreranno educatori, insegnanti, maestre, amici, amori, preti e allenatori, compagnie ‘buone’ e ‘cattive’, persone che influenzeranno la loro crescita, rilassiamoci, non dipende sempre tutto da noi.

Quinto: se sentiamo che invece siamo proprio noi che sbagliamo alcune cose, teniamo a mente che possiamo riparare, non siamo onnipotenti, diamo per assodato che molte volte sbaglieremo o non saremo in grado di aiutarli, se ci rendiamo conto di fare degli errori ripariamoli in seguito, questo comportamento servirà loro da esempio ed apprenderanno a chiedere scusa e a rimediare agli errori. (Le future nuore ringrazieranno). Se ci accorgiamo che su certe cose sbagliamo sempre, sempre sulle stesse, andiamo a fondo nel comprenderle; a fare i genitori si impara implicitamente dai propri genitori e a volte questo comporta delle difficoltà, sappiate che non basta cercare di ‘fare il contrario di quello che faceva mia madre’, la cosa che funziona di più è prendersi uno spazio per ripensare alla propria esperienza di figlio e costruirne una narrazione alternativa, vi consiglio caldamente di farlo se vi rendete conto che ci sono dei nodi aspri che si ripetono sempre e che non riuscite a dipanare, fatelo senza paura perché rileggendo la vostra storia di figli cambierete completamente quella di genitori.

Concludo con due cose, una per i papà, i mariti e i compagni: abbiamo bisogno di voi, i figli sono impegnativi e bisogna affrontarli in assetto da falange romanaabbiamo bisogno di fare squadra, non abbiamo bisogno che ci razionalizziate le cose e spesso nemmeno che ci troviate chissà quali soluzioni a stanchezze e problemi che sono fisiologici, a volte vogliamo solo lamentarci e che voi possiate reggerlo (Sì, a volte anche il lavoro del partner è semplicemente quello di reggere).

Un suggerimento salvavita per i papà: evitate frasi come “sei sempre nervosa!”, “devono arrivarti le tue cose?” “Mi sembri tua madre!”, apprezzabili invece frasi come “tesoro riposati ci penso io ai piatti stasera”, “tesoro perché non lasciamo stare i lavori per adesso e ci sdraiamo insieme sul divano a farci due coccole?” (no, metterle una mano sulla tetta dopo 3 secondi netti non rientra nel concetto di “farsi le coccole”), “ti ho comprato il cioccolato fondente e il rum Zacapa invecchiato, te ne porto un goccetto?”.

Il mio ultimo pensiero è per una carissima amica che non riesce ad avere bambini: come tante altre donne ha vissuto più volte la gioia del test di gravidanza e la fatica di non riuscire a portarla avanti, il lutto, la speranza e la disperazione…questa amica mi ha fatto da mamma molte volte, mi ha accudita in momenti difficili come quelli in cui stavo per perdere anche io il mio bambino, mi ha coccolata, spronata, mi ha portato le schifezze perchè io potessi mangiarle a letto e si è sobbarcata fatiche perché io potessi riposare, mi ha sostenuta moralmente e operativamente, ha fatto tutto ciò in modo assolutamente naturale ed identico a quello di una madre qualsiasi. A lei e a tutte le “diversamente mamme” va il mio abbraccio più stretto in questa giornata, vi auguro di riuscire a trovare un senso per ciò che vi sta accadendo e di poter comunque esprimere tutto l’amore e la bellezza che c’è in voi.

AUGURI!!

Novità :-)

Riassumo qui le novità di questo periodo,

così chi vuole condividere può farlo da un unico link 🙂

  1. GRUPPI PSICO-EDUCAZIONALI PER GENITORI, EDUCATORI, INSEGNANTI:

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Si tratta di moduli psico-educativi (non terapeutici), basati su 50 anni di ricerca scientifica sullo sviluppo della relazione genitore-bambino, consistenti in otto incontri da 2 h .

Si tratta di incontri in piccolo gruppo (6-8 persone), che aiutano i genitori a conoscere meglio la relazione con i figli, a farli crescere in modo sicuro e con più autostima. Gli incontri sono adatti a genitori di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, sono utilissimi in caso di genitori che hanno figli con temperamento particolarmente oppositivo o ansioso, si possono svolgere già nella fase pre-parto per accogliere l’arrivo del bambino nel migliore dei modi, possono essere svolti anche non da genitori ma da persone che hanno a che fare con bambini e ragazzi (educatori, insegnanti ecc).
NON ESSENDO TERAPIA non sono adatti a situazioni di disagio particolari o specifiche, si occupano della ‘normalità’ (per quanto possa esistere questo termine!) dei rapporti genitore-figlio.

Durante il modulo si lavorerà tramite:

  • visione di un filmato suddiviso in capitoli;
  • Utilizzo di schede per l’osservazione, schemi, diapositive;
  • Confronto e discussione di gruppo rispetto alle tematiche del filmato;
  • Brevi laboratori sulle emozioni in gioco.

I gruppi saranno omogenei per età, si terranno il martedì o il venerdì, in orario da definire, due ore ogni 15 giorni, da metà marzo a metà luglio. Il luogo è la sala riunioni del mio studio, in corso IV Novembre 8 a Torino (zona santa Rita, stadio Olimpico), ma per gruppi interessati posso anche valutare di spostarmi in città della cintura torinese. I costi sono diversi se si viene da soli, in coppia (con il partner o con un’amica) o addirittura se si riesce a creare un gruppetto autonomo (es una persona con un paio di amiche e i loro mariti o con quattro o cinque amiche), scrivetemi a silviaspy@gmail.com , o in privato su facebook per maggiori informazioni. Chi è interessato dovrebbe scrivermi, il più presto possibile : SE E’ GENITORE (OPPURE EDUCATORE, INSEGNANTE, OSTETRICA ECC), in caso sia genitore L’ETA’ DEL SUO BAMBINO o dei suoi bambini, IL GIORNO E la FASCIA ORARIA DI PREFERENZA (martedì o venerdì, fasce: 9,30/11,30, 11,30-13,30, 13,30-15,30, 17,30-19,30. ).

 

2. WORKSHOP DEL FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA, PIEMONTE IN TREATMENT

Si tratta di tre workshop organizzati in sinergia con alcuni colleghi, su tematiche diverse.
La metodologia di lavoro è interattiva, con simulazioni, giochi di ruolo, esercitazioni.
Il costo unitario per ogni workshop è un costo promozionale, di 20 € a persona.
I posti sono limitati, ci si iscrive tramite il sito di psicologia festival scaricando un coupon gratuito, che consegnato al momento del seminario darà diritto alla tariffa promozionale 🙂

Il workshop “l’unione fa la forza”, pur svolgendosi al micronido (per motivi di spazio), è rivolto a genitori di bambini e ragazzi di qualsiasi età.

CLICCA QUI PER VEDERE I WORKSHOP

3. T-AP – TALKING ABOUT PSYCHOLOGY: ESSERE GENITORI NELL’ERA 2.0

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Verrò intervistata in streaming da Laura Toscano, sul tema della genitorialità nell’epoca 2.0. Si parlerà di funzioni genitoriali e di “sindrome dell’attimo fuggente”.

L’incontro è aperto a tutti ed è gratuito, sarà visibile su youtube

CLICCA QUI PER ACCEDERE AL CANALE YOUTUBE AP PIEMONTE

Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

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Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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Competizione, alleanza e identificazione multipla nella consultazione psicologica con i bambini

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Per introdurre il tema di oggi, voglio condividere con voi un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, che è stata decisiva nella mia formazione di giovane psicoterapeuta.
Assistevo, in qualità di specializzanda tirocinante, ad un primo colloquio, tenuto dalla mia tutor; una mamma “portava” sua figlia dodicenne dalla psicologa, perché la ragazzina aveva problemi scolastici, comportamentali, di socializzazione.
Io dovevo solo osservare il colloquio e scrivere le mie annotazioni.
Questa mamma, con la figlia presente, iniziò a parlarne con affermazioni estremamente squalificanti: “ecco dottoressa, vede, mia figlia è così, è stupida, è una buona a nulla, è imbranata, non è capace di fare niente…ecc”.
Grosse lacrime solcavano il volto della ragazzina, che piangeva in silenzio mentre la madre continuava a descriverla in modo negativo ed umiliante.
Io mi sentivo malissimo…mi ero immediatamente identificata con la ragazzina, che mi appariva fragile ed indifesa, avevo un groppo alla gola e provavo una rabbia indescrivibile nei confronti di quella signora.
Stringevo la penna con le dita senza riuscire ad appuntare nulla sul block notes, e speravo solo che il colloquio finisse in fretta.
La tutor, ad un certo punto, chiese alla mamma: “ma insomma signora, ce l’avrà pure qualcosa di buono questa ragazza?”
E la madre, dopo aver squadrato la figlia lentamente, da capo a piedi, rispose: “NO, in effetti no, nulla”.
Io mi sentii morire, trattenevo a stento le lacrime e la voglia di dire qualcosa a quella signora, i miei occhi esprimevano il più profondo disprezzo.

Ma, per fortuna, non ero io a condurre il colloquio.

La mia tutor si alzò, fece il giro della scrivania (non glielo avevo mai visto fare in precedenza), mise una mano sulla spalla della signora, e le disse, in tono realmente accogliente:  “signora, Lei deve essere una mamma davvero in difficoltà, per essere arrivata a pensare questo di sua figlia”.
La signora inaspettatamente si mise a piangere, abbandonando la difesa rigida e sprezzante che aveva mantenuto fino a quel momento.
Da lì in poi si intraprese un proficuo lavoro terapeutico in cui la mamma analizzò i motivi che la avevano allontanata così tanto da sua figlia, e ricostruì con lei un rapporto positivo ed affettuoso.
La signora non saltò mai una seduta.
Se il colloquio lo avessi tenuto io, non credo sarebbe mai più tornata.

Da quest’episodio (in seguito discusso a lungo durante le supervisioni) imparai moltissimo sulla mia professione: è necessario, quando c’è più di un interlocutore (con i minori, perché ovviamente i genitori sono coinvolti nella terapia), ma anche ad esempio in ambito scolastico, quando ci sono dei punti di vista contrastanti tra famiglia e insegnanti, utilizzare l’identificazione multipla, ovvero la capacità di sapersi mettere nei panni di ENTRAMBI gli interlocutori.
Nel caso descritto prima, certo, io avrei potuto mettermi dalla parte della ragazzina e sostenerla, ma avrei fatto un lavoro parziale, incompleto, monco; sarei stata in competizione con la mamma ( -io capisco tua figlia meglio di te- ), e non sarei riuscita a fare da tramite; l’alleanza terapeutica avrebbe riguardato SOLO UN LATO di un rapporto che invece era fatto da DUE interlocutori, e quindi la ricostruzione di una strada, di un collegamento, di un ponte fra le due parti, non sarebbe stato possibile.

Come spiega la grande psicoanalista Dina Vallino, che ha approfondito per lunghi anni il tema della “consultazione partecipata”, ovvero il lavoro di consultazione psicologica congiunta di bambini e genitori: “l’atteggiamento mentale del terapeuta, durante il primo colloquio, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi e giudicanti”.
Il compito del terapeuta, all’inizio, non deve essere quello di “capire“ il bambino, ma di accogliere e rielaborare il pensiero di un genitore dominato dall’ angoscia di non riuscire a gestire le difficoltà del proprio figlio.
La stessa cosa deve avvenire ogni volta che ci sono più interlocutori…vi faccio un esempio per me quotidiano, lavorando nelle scuole: mi capita di dover incontrare educatrici o insegnanti di bambini che hanno necessità particolari (bambini con problemi alimentari, con disturbi di apprendimento, o con altro genere di disagi o difficoltà psicologiche)….nello spiegare agli insegnanti quali sono le necessità del singolo bambino, devo “allearmi” ANCHE con loro, non posso dimenticarmi del contesto, del fatto che hanno una classe intera con altri bambini, del fatto che hanno dei vincoli organizzativi ed interni, devo quindi lavorare il più possibile per tenere in mente entrambe le necessità e trovare STRATEGIE OPERATIVE CONDIVISE, che vadano nell’ interesse del minore ma che tengano conto anche delle altre persone e delle risorse reali.

Per poter imparare a fare ciò, oltre all’approfondimento e allo studio dei testi, è importantissima e fondamentale la preparazione individuale del terapeuta attraverso l’analisi personale; solo questo genere di lavoro su di sè permette infatti allo psicologo di assumere un atteggiamento non giudicante e di non confondere le identificazioni interne, necessarie alla costruzione dell’alleanza terapeutica, alla “collusione”, ovvero al “dare ragione” ad una parte piuttosto che all’altra (sicuro indice di fallimento terapeutico).

Che ne pensate?

Lavoro di squadra…o no?????  😉

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BIBLIOGRAFIA
Vallino D.(1998) Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi di un bambino. Borla. Roma

Capricci, querce e teoria della mente

capricci

Incredibile ma vero, uno dei motivi principali di accesso alla consulenza psicologica sono i capricci.
La cosa sembrerà strana, eppure e’ reale..può capitare che i genitori si trovino davvero in difficoltà nella gestione di questi momenti, capita che il capriccio diventi oggetto di lite con i nonni o fra i genitori stessi, perché non ci si trova d’accordo su come affrontarlo e si adottano strategie discordanti. Provo quindi ad infilarmi in questo ginepraio e a dire cosa ne penso.
Per capriccio intendiamo solitamente un rifiuto o un desiderio/richiesta espressa da parte del bambino in maniera ostinata, con pianto, grida, urla, richiesta che appare essere particolarmente duratura e resistente a qualsiasi tentativo di conciliazione o convincimento da parte del genitore.
Ciò che spesso mette in difficoltà, e’ il non capire se il bambino stia facendo un capriccio vero e proprio, quindi legato ad un desiderio pretestuoso ed effimero, o se invece il bambino sia realmente in difficoltà, perché mamme e papà ritengono che nel primo caso sia necessario “tenere duro”, e nel secondo si debba invece accontentare il bambino.
Io credo che la risposta sia (quasi) sempre: entrambe le cose.
Iniziamo a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti; il capriccio in quanto tale, va di pari passo con l’acquisizione di un senso di sè. Un bambino inconsapevole di essere un individuo separato, non fa capricci, esprime solo disagi. Un lattante che piange, lo fa perchè e’ il suo modo di comunicare un disagio, ma non fa capricci, pertanto è inutile, se non dannoso, provare ad estinguerli con tecniche educative.
Il capriccio vero e proprio emerge invece intorno ai due anni (non a caso vengono definiti TT terrible two), quando appunto il bambino inizia a differenziarsi dalla madre. E’ esperienza comune che la mamma dica un NO e il bambino SI DISPERI, in modo talvolta ritenuto eccessivo o spropositato rispetto al no ricevuto. Il motivo e’ che tramite quel NO, il bambino esperisce la SEPARATEZZA, tocca con mano che la mamma è diversa da lui e ha una mente divisa dalla sua, che pensa cose diverse. Sono i pensieri che mostrano l’avvento di una primaria forma di TEORIA DELLA MENTE, ovvero la capacita di noi umani di pensare a cosa pensa un altro e di rendersi conto che pur esistendo un’unica realtà, persone diverse in tempi diversi possono rappresentarsela in maniera differente. Tale importantissima competenza verrà poi via via perfezionata fino ai 4-5 anni.
Quindi il bambino non piange solo per il no, ma anche perchè ogni no rappresenta un piccolo strappo, un passetto di distanza dall’illusione di essere un tutt’uno con la mamma.
Questo mette ancora più in crisi il povero genitore! Oddio, allora il no farà davvero male al bambino!
Ma no, state tranquilli, non e’ così.
Per capire il motivo, introduco quello che in psicologia si chiama il PIANO DI REALTA’ (ovvero semplicemente: la realtà!), e vi faccio un piccolo esempio. Mettiamo che domani vi chiamino al CERN per lavorare sui bosoni. Siccome ritengo piuttosto improbabile che il mio blog venga letto da qualche fisico nucleare, credo che vi sentireste piuttosto in ansia ed impreparati, di fronte a questa richiesta. Credo che il pensiero di dover fare qualcosa che sapete di non essere in grado di fare, vi agiterebbe moltissimo. Forse vi arrabbiereste anche, perchè accidenti, quel lavoro lì dovrebbe farlo qualcun altro.
Ecco, per un bambino piccolo è la stessa cosa. Loro sanno di non essere assolutamente in grado di auto-gestirsi e di occuparsi di se stessi, ed il limite dato dal genitore rassicura, perché fa toccare loro con mano che non viaggiano su una nave senza nocchiero, ma che saldamente al timone c’e’ un genitore che sa guidare la nave, oh che bello e che relax, sapere di essere nelle mani di una persona competente, che sa gestire venti, tempeste, rallentamenti e accelerazioni (no, non quelle dei bosoni).
Questo ci fa capire che la prima chiave di volta per gestire i capricci e’ una parola che piace tanto a noi psicologi: la RELAZIONE: i bambini, come noi del resto, non accettano di far timonare la loro nave da qualcuno di cui non si fidano ciecamente e col quale non sono in contatto. Se non ci credete fate una prova: tenete a mente una cosa che avete chiesto spesso ai vostri bambini, senza successo; prendetevi uno spazio per giocare con loro, al lego, alle bamboline, alla casetta…poi riprovate a chiedere la stessa cosa e tornate qui sul blog a dirmi se la risposta e stata diversa.
Inoltre, una buona relazione rassicura il bambino su ciò che dicevamo prima riguardo alla separatezza: un buon rifornimento affettivo ed un surplus di coccole e conferme lo aiutano a superare la paura del distacco.
Purtroppo però, il semplice instaurarsi di una buona relazione, anche se importante, non basta…sarebbe stato troppo facile 🙂 e qui si inserisce la parola chiave dell’educazione, quando si ha a che fare con i capricci…questa parola è CREDIBILITA’. Se siete credibili, siete quasi a cavallo. Se non siete credibili, i bambini lo fiuteranno e non smetteranno di deliziarvi con varie scene e richieste..anche perche avranno visto che se si impegnano ed insistono abbastanza, la tecnica funziona.
Vi faccio alcuni esempi, leggendoli vi prego, non sentitevi giudicati, perché vi confesso già a priori che molte di queste cose sono successe anche a me, come genitore (credevate forse che le mamme psicologhe fossero immuni?).

1 cercare di far smettere di urlare i vostri figli, urlando a vostra volta

2 cercare di far capire che non devono continuare a rispondere, continuando a ripeterglielo

3 minacciare una punizione, e non rispettarla perché siete troppo stanchi

4 cercare di estinguere un comportamento violento utilizzando gli schiaffi o gli sculaccioni.

Vedete anche voi le incongruenze? Notate che se a parole date un messaggio, tutto il resto della vostra comunicazione esprime il contrario, e che quindi non siete coerenti nè credibili?
Come agire,quindi?
La prima cosa da fare di fronte ai capricci, e’ la solita: un passo indietro, anzi, due o tre.

Il primo, per ascoltarvi: se siete troppo stanchi, avete avuto una giornata terribile al lavoro, avete mal di testa o non siete in forma, e vi rendete conto che non ce la farete ad affrontare un braccio di ferro, siate permissivi DA SUBITO; meglio un si, stasera puoi guardare la tv, detto alla prima richiesta, che un no che poi diventa un ni e alla fine un si.
Siamo umani, umanamente limitati, meglio saperlo.
Secondo passo indietro: esaminate lo stile educativo dei vostri genitori:erano severi? Inflessibili? Permissivi? Distratti? Invadenti? Anche qui, meglio saperlo, i modelli interni sono subdoli e si ripropongono quando meno ve lo aspettate, specie nei momenti di stress e tensione.
Terzo passo indietro: osservate vostro figlio/a: perchè sta facendo questo capriccio? Cosa vi sta chiedendo veramente?

Fatto ciò, potete provare ad applicare qualche strategia.
Date poche regole, quelle per voi più importanti, ma CHIARE ED ESPLICITATE; anche ad un bambino molto piccolo si può descrivere una regola, e su queste poche regole siate coerenti, ferrei, zen, immobili, trasformatevi in una quercia, non serve gridare o alzare la voce, il bambino deve capire che siete solidi, e il limite che avete posto, purchè sensato ed adatto all’età del bambino, non è oggetto di contrattazione.
Molto spesso i genitori utilizzano lo schema che ho illustrato nel grafico sottostante: la cosa che mamma o papà desiderano ottenere dal bambino viene richiesta X volte, ripetuta, ripetuta, ripetuta, in un’escalation di rabbia progressiva che arriva al punto di non ritorno…a quel punto viene dato uno stop {un grido forte, una sculacciata ecc), e l’escalation si interrompe, con lacrime e sensi di colpa da tutte e due le parti, il bambino perchè si è accorto di aver fatto perdere il controllo alla mamma (quindi deve essere davvero un bambino incontrollabile e cattivo), e la mamma perchè  ha trattato malissimo il suo piccolo.

grafico

Ma vi siete mai chiesti PERCHE’ voi ripetete quella cosa così tante volte?

Qual è realmente il motivo? La ripetizione ha mai avuto successo? Sperate che fra la prima e la ventesima volta accada un miracolo, che la luce divina dell’obbedienza investa il vostro bambino e che lui cambi idea e vi dica di si? Pensate che non abbia capito la richiesta e ritenete necessario ripetergliela? Vi dò una notizia che in cuor vostro sapete da sempre: vostro figlio ha capito ciò che gli avete chiesto gia’ alla ripetizione nr 1, i più svegli (la maggior parte), addirittura prima, dal vostro tono e dalla vostra comunicazione non verbale.
Quindi, spiegate ciò che volete una prima volta, in modo calmo e chiaro; spiegatelo una seconda volta (così, perché siete magnanimi e volete dare a vostro figlio il beneficio del dubbio), ma poi basta ripetere, e’ il momento di diventare quercia, inamovibili, ricordatevi, voi avete il bastone della saggezza e non siete ricattabili o convincibili.
Certo, c’e’ una piccolissima controindicazione a questo metodo, applicarlo presuppone TEMPO, perchè magari per ottenere che nostro figlio si lavi semplicemente i denti dovrete stare lì e resistere, resistere alle lusinghe, agli attacchi, alla stanchezza, alle lacrime, e far passare dei minuti che non sempre abbiamo a disposizione (penso ai capricci del mattino, quando bisogna uscire per andare a scuola o al lavoro).
Vi capisco, ma sappiate che il tempo ‘perso’ e’ in realta’ investito, perchè molti capricci, così, si estingueranno.
Certo ci sono situazioni particolarmente difficili, con bambini un po’ più grandi, quali quelle ad esempio del disturbo oppositivo provocatorio o della ribellione adolescenziale..vi prometto di prendermi il tempo di affrontare anche questi argomenti, che so che stanno a cuore a molte mamme.

Nel frattempo, parola d’ordine…quercia 😉

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Meli, ciliegi & Co

Aggiornato di recente1

 

No, non avete sbagliato blog 🙂
Il titolo “arboricolo” di oggi mi serve per ampliare il discorso delle aspettative, accennato nei commenti del post precedente, ed integrarlo con qualche riflessione in più.
Ci sono cose che i sacri testi (seppur importantissimi) di psicologia non spiegano, e che si imparano sul campo, lavorando con i bambini e diventando a propria volta genitori.
Una di queste è l’argomento del post di oggi.
In contrasto con ogni legge della riproduzione vegetativa, fra genitori e figli umani accade una strana magìa: una mamma melo incontra un papà melo, insieme arano il terreno, lo innaffiano e lo preparano…fanno la loro bella semina con piccoli semi di melo..inconfondibili, lucidi, a forma di goccia…attendono et….voilà, ecco che spunta un bel ciliegio!

Ovvio sbalordimento e sorpresa.

Alcuni genitori hanno più facilità ad accettare questo bizzarro incantesimo di trasfigurazione, forse per carattere, o forse perché sono essi stessi una coppia di alberi differenti e quindi non vivono la diversità in modo eccessivamente estraniante..stanno lì a osservare le foglie spuntare, vedono i fiori di colore diverso da quelli che si aspettavano, sono perfino orgogliosi perché -wow, questo alberello, che bei fiori e che bei frutti che ha-.
Altri genitori invece, sono completamente impreparati ad accogliere un ciliegio in una famiglia di meli. Sono meli da generazioni. Producono ottime mele. Magari hanno già altri figli meli. Quindi è comprensibile la loro reazione…cercano di potare le foglie a forma di melo, fanno tutto quello che si fa con i meli, addirittura tagliano via le ciliegie appena spuntate, semplicemente perché non le riconoscono, causando disagi al povero alberello…la colpa non è di nessuno, ma le cose non quadrano…e nessuno sta bene, emergono sintomi psicologici, problemi di varia natura e tanta rabbia da ambo le parti.
I genitori arrivano in consultazione “portando” in studio un bambino o un ragazzo, e chiedendo implicitamente (a volte nemmeno tanto) alla psicologa “fammelo diventare un melo!”
Quando mi accorgo che nella famiglia sta succedendo questo, devo lavorare con i genitori sul rendere consapevole tale domanda, ed esplicitare le aspettative mancate ed il relativo senso di frustrazione e fallimento, altrimenti si rischia di non comprendere il vero obiettivo della terapia: uno psicologo lavora sempre per aiutare l’individuo a sviluppare al meglio le proprie potenzialità (in questo caso quindi dovrebbe aiutare il bambino/ragazzo a diventare un ciliegio, andando esattamente nella direzione opposta rispetto al mandato dei genitori.).
Per fare un lavoro utile e produttivo occorre quindi sapersi alleare con entrambi gli attori in campo (bambino e genitori), attivando un’importante funzione chiamata IDENTIFICAZIONE MULTIPLA (ne parlerò ancora).
Una cosa che aiuta molto a non sentire un senso di estraneità e rassicura i genitori, è porre l’attenzione sul fatto che è vero che un figlio può essere un albero diverso da quello atteso, ma la terra su cui germoglia è comunque sempre quella della famiglia. Questo aiuta a sviluppare la fiducia nel fatto che i valori fondamentali vengano trasmessi e che ci saranno bei frutti, frutti validi, frutti importanti, di qualunque genere essi siano.
Pertanto, se vostro figlio/a vi sembra sviluppare delle foglie strane e poco riconoscibili, armatevi di pazienza, curiosità, e di un buon manuale di botanica….se spunta un albero davvero insolito o esotico e proprio non riuscite a sintonizzarvi, non vi capite, e questo genera distanza e sofferenza, non abbiate timore di consultare uno specialista. (In psicologia, non in agraria!) 😉