Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

images12I44SUM

 
“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

message-in-a-bottle-154178_640

Il blog diventa anche V-LOG!

Da oggi, le conversazioni psicologiche non sono solo post ma anche video!

Il primo riguarda lo spiegare nel dettaglio come funziona la psicoterapia 🙂

Spesso si immagina qualcosa di molto diverso da ciò che è in realtà..fatemi sapere, dopo aver visto il video, se è come vi aspettavate o siete rimasti sorpresi..

 

Cliccate sul link qui sotto per vedere tutti gli altri video 🙂

http://silviaspinelli.it/video-youtube/

Intelligenza, lodi e difficoltà scolastiche; la storia di Christian

1493115_10151829210675443_1674905826_n

Bravo! Bravo tesoro, come sei stato bravo!

Quante volte noi genitori diciamo queste cose ai nostri figli nell’intento di consolidare la loro autostima e far sentire loro tutto il nostro appoggio?
Purtroppo non sempre le lodi, soprattutto quando relative alla persona in toto e non semplicemente ad una strategia messa in atto, hanno quest’effetto.

Per spiegarvi il perchè, vi racconto la storia di Christian.

Christian ha 14 anni, e viene portato da me dalla sua famiglia perché prossimo alla bocciatura…la famiglia non si spiega come sia possibile, perché Christian è sempre stato il primo della classe, il bambino più intelligente al nido, alla materna, alle elementari e alle medie.
Durante l’anamnesi, i genitori mi raccontano che il loro figlio è sempre stato considerato un po’ un bambino prodigio: ha imparato a parlare prestissimo e con grande proprietà di linguaggio, ha iniziato a leggere da solo a 4 anni: in autonomia si è preso un libro scritto a caratteri stampatello ed ha iniziato a leggerlo a voce alta, suscitando lo sbalordimento dei suoi genitori; fin dall’asilo nido è stato sempre riportato dalle insegnanti che dal punto di vista cognitivo era molto più avanti degli altri; le maestre della scuola dell’infanzia ripetevano continuamente ai genitori che Christian finiva le schede proposte in tre secondi, loro se lo coccolavano e lo chiamavano “il nostro assistente”.
Anche alla scuola primaria non c’è stato nessun problema: Christian era sempre il primo, addirittura le insegnanti gli davano 10 al primo quadrimestre, a differenza di quanto usavano fare di solito, perché non era proprio possibile dargli un voto inferiore.
Stessa storia alle medie: i genitori raccontano con imbarazzo (e malcelato orgoglio) che mentre loro facevano fatica a farlo staccare dai libri, i genitori dei suoi compagni si lamentavano spesso perché i figli non leggevano abbastanza.
Christian in effetti è un divoratore seriale di libri, legge e memorizza con facilità, ma non è bravo solo nelle materie umanistiche..non ha mai avuto problemi nemmeno nelle materie scientifiche.

I genitori quindi sono rimasti molto perplessi e stupiti, di fronte alla progressiva debacle di Christian al primo anno del liceo classico al quale lui si è iscritto; i voti hanno iniziato a calare pesantemente, loro se ne sono accorti tardi perché Christian non diceva nulla ed ha nascosto i voti fino a quando ha potuto; i genitori, tranquilli perché abituati al fatto che il figlio andasse sempre bene, non hanno controllato il registro elettronico più di tanto, ed hanno capito la gravità della situazione solo quando sono stati convocati a scuola. Ormai l’anno scolastico volge al termine, ed i professori hanno parlato chiaramente alla famiglia dicendo che sarà bocciato; hanno anche sottolineato il fatto che il ragazzino è piuttosto immaturo ed arrogante, altra informazione che li ha lasciati molto stupiti, abituati com’erano a sentirlo sempre lodare.

Conosco Christian e cerco di capire che cosa sia successo: Christian è un ragazzino molto carino, simpaticissimo, la sua intelligenza brillante mi è chiara fin dai primi cinque minuti di seduta, nei quali riesce al volo a capire qualsiasi cosa della quale stiamo parlando; ha ironia, perspicacia, è in grado di accedere al piano simbolico della conversazione; condividiamo anche passioni ed interessi letterari (Agatha Christie), per cui l’aggancio con lui è molto semplice.
Gli chiedo se ha capito quale sia il suo problema e lui dice di no, anche perché la classe gli piace, i compagni sono gentili e lui è ben inserito, i professori non così bravi (a suo dire), ma comunque non c’è un clima pesante.
Per capire meglio gli propongo di sottoporlo al test wisc che misura il Q.I., Christian accetta senza problemi, sicuro di sé.

Dal test risulta in effetti un QI di 143, nettamente sopra la media.

Inizio quindi a capire meglio che cosa sia accaduto.
Il ragazzo è sempre stato abituato a fidarsi della sua dotazione intellettiva, considerandola come una qualità fissa: qualsiasi compito gli è sempre stato facile, non ha mai avuto bisogno di soffermarsi a studiare: mentre i compagni dovevano andare a casa e provare e riprovare un esercizio, lui lo eseguiva nell’intervallo in due minuti senza alcun problema; non ha mai studiato più di tanto a casa le materie orali, perché solo ascoltando la spiegazione a scuola lui le memorizzava e alle interrogazioni, anche grazie alla proprietà di linguaggio acquisita con la lettura, aveva sempre ottimi voti. I genitori lo hanno sempre molto lodato per questo portando i suoi voti ad esempio, parlandone con i nonni, gli zii, facendogli un sacco di regali e facendogli i complimenti per la sua ‘grande testa’. (Anche piena di folti riccioli 🙂 )
Quando però il compito è cresciuto (il liceo classico scelto da Christian comporta una mole di studio non indifferente), e lui ha dovuto in qualche modo iniziare ad impegnarsi, si è scoperto completamente non in grado, ed anziché mettersi lì poco per volta e provare ad incrementare le sue capacità, si è sentito minato nella dote della quale si fidava di più (la sua testa) ed è entrato completamente in crisi.

Che cosa è successo quindi? Cerchiamo di capirlo insieme.

L’intelligenza e le teorie del sé legate ad essa sono state studiate da molti autori (ad esempio Carol Dweck), e si sono scoperte un sacco di cose interessanti.
Le ricerche ci mostrano che esistono due modalità fondamentali di considerare la propria intelligenza:

  • la prima viene chiamata teoria entitaria o fissa, ed è proprio quella che aveva Christian, cioè pensare che l’intelligenza sia un fatto acquisito, innato, non modificabile, molto collegato alla prestazione: l’autostima e la percezione di sé si configurano quindi come un riflesso dei voti alti che si prendono o delle lodi, che diventano l’unica cosa che importa (e che mette ansia);
  • la seconda invece, è quella incrementale o di crescita: consiste nel considerare l’intelligenza come un qualcosa che si può allenare ed espandere, quindi si può sentirsi bene nello sfidare i propri limiti, si ha il desiderio non di cogliere “tutto e subito” ma di incrementare sempre di più le cose che si sanno, gli errori vengono considerati utili, ci si basa non sulla prestazione ma sulla padronanza, e non si è così attenti ai risultati numerici à l’autostima è legata alla percezione di stare aumentando le proprie capacità tramite buone strategie.

Come potete immaginare, Christian è molto lontano da questa seconda mentalità; occorre che io e lui intraprendiamo un lavoro per fargli capire e modificare la percezione di se stesso, in modo che la sua dotazione intellettiva possa esprimersi al meglio; Christian ha bisogno di imparare come fare per stare attento, per sedersi e stare un po’ di tempo fermo a provare e riprovare a fare una cosa che non gli riesce al volo, di imparare come fare a non provare frustrazione quando un compito non è per lui immediatamente accessibile, perché non è per nulla abituato.

Per fortuna il buon clima fra noi consente una ottima collaborazione, che passa anche dall’elaborare i vissuti faticosi di Christian legati al dover mettere in discussione un qualità per lui fino a poco tempo fa percepita come fondante ed immutabile.

Anche i suoi genitori partecipano al percorso, li incontro periodicamente per mettere a punto con loro nuove modalità di supporto per il figlio, occorre che smettano di dirgli continuamente che è bravo ed intelligente, ma piuttosto incentivino il suo impegno.

Proviamo quindi a tenere presente quanto emerge: cerchiamo di lodare i bambini per il loro impegno e per il fatto che stanno migliorando le loro capacità ed adottando strategie più funzionali, piuttosto che invece mettere loro etichette fisse come “SEI intelligente, SEI sveglio, SEI bravo”.

Il compito più difficile è farlo con i bambini plusdotati, perché è difficile lodare l’impegno in bambini che, a tutti gli effetti, fino ad un certo punto NON SI IMPEGNANO!
Infatti molto spesso il problema sorge quando la richiesta scolastica cresce…la letteratura è piena di abbandoni scolastici di ragazzi plusdotati.
In questo caso, è importante e affiancare alla scuola delle attività, magari sportive, nelle quali il ragazzo o la ragazza non siano immediatamente capaci, in modo che imparino l’importanza di allenarsi, di considerare gli errori una cosa importante dalle quali apprendere, di perseverare e considerare se stessi come un sistema mobile, in continua espansione ed evoluzione.

Un altro suggerimento utile può essere quello di interrogarci noi in primis: quante volte, come genitori, specie in questa epoca nella quale i “LIKE” sono importanti, ci ‘vantiamo’ del successo dei nostri figli, specie in termini di prestazioni e voti?
Comprendo benissimo, da mamma, che il cuore si riempie di orgoglio ad avere un ragazzo che va bene a scuola, ma stiamo attenti alle insidie che questa tipologia di comportamento sottende: rischiamo di passare ai nostri figli un messaggio sbagliato, e di non aiutarli ad allenare quella competenza fondamentale che consiste nel desiderare di sfidare i propri limiti con entusiasmo al fine di apprendere sempre di più, impegnandosi anche a partire dagli errori, preziosa occasione per rivedere le proprie strategie e mettersi alla prova.

Che ne pensate?

Bibliografia:

Dweck, C.S. (2000) – “Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo”. Erikson. Trento

Dweck, C.S. -“The Perils and Promises of Praise” in Educational Leadership, October 2007 (Vol. 65, #2, p. 34-39), full article available at http://www.ascd.org

P.S. Come sempre, a tutela della privacy, Christian è un nome di fantasia 😉

Renatino & Kiaramella – Una favola per imparare a mangiare bene!!

 

copertina 1875x2500jpg

C’era una volta, in un paese molto vicino a questo, un bambino di nome Renato, anche se tutti lo chiamavano Renatino.
Lo chiamavano così perché era magro… magro… ma così magro che si doveva tenere su i pantaloni con le mani mentre camminava e, quando c’era un vento forte, doveva camminare vicino ai muri, se no veniva sbatacchiato a destra e a sinistra. La mamma ogni settimana lo metteva sulla bilancia, e la bilancia segnava sempre 19 kg e 300. Passavano i giorni e i mesi, ma lui non aumentava nemmeno di un grammo.Ogni mattina, quando si svegliava, Renatino andava verso la camera di mamma e papà e scopriva che….

…vi interessa sapere come prosegue la storia??

Cliccate qui sotto per acquistare il libretto:

http://www.amazon.it/Renatino-Kiaramella-Silvia-Spinelli/dp/8891181269/ref=sr_1_5?ie=UTF8&qid=1428659633&sr=8-5&keywords=renatino

Alcune persone mi dicono che non lo trovano disponibile su Amazon, potete trovarlo anche qui:

http://www.lafeltrinelli.it/libri/spinelli-silvia/renatino-kiaramella/9788891181268

🙂 🙂 🙂

 

 

 

Bibliografia del seminario: “Curare e prendersi cura”

prendersi cura 1prendersi cura 2 - Copiaprendersi cura 3 - Copiaprendersi cura 4 - Copiaprendersi cura 5prendersi cura 8 prendersi cura 6prendersi cura 7

Bibliografia:

  • Ariely, D., Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, Milano, 2008.
  • Del Corno, F., Lang, M., Taindelli, G. – Il medico, il paziente e le loro medicine. Psicologia dei farmaci, Franco Angeli
  • Faillo, M., Silva, F.,“Consumatori liberi di scegliere?”, Consumatori, Diritti e Mercato, 2/2009.
  • Gigerenzer, G., Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Cortina Raffaello,
  • Main, M., Kaplan, N. e Cassidy, J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: A move to the level of representation; trad. it.: La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: Il livello rappresentazionale, in Riva Crugnola, C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.
  • Novarese, M., Wilson, C.M., “Being in the Right Place: A Natural Field Experiment of Order Effects”, Economics Paper Downloads, Mimeo, 2010.
  • Novarese, Rizzello, Economia sperimentale, Mondadori 2004
  • Rumiati, Rumiati, R. e Savadori, L. (1999), Percezione del rischio e rischio tecnologico-professionale, Risorsa Uomo, 6, 7-22.
    Savadori, L., Rumiati, R., Bonini, N. e Pedon, A. (1998), Percezione del rischio: esperti vs. non esperti, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, 3-4, 387-405.
  • Salecl, R., La tirannia della scelta, Laterza, Bari, 2010
  • Slovic, P. (1987) Perception of riskScience, 236, 280-285.
  • Slovic, P., Fischhoff, B. e Lichtenstein, S., (1980), Facts and fears: Understanding perceived risks, in Rumiati, R. e Bonini, N., Le decisioni degli esperti, Il Mulino, Bologna, 1996.
  • Thaler, R.H., e Sunstein C.R., Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano, 2009.
  • Vermigli, P., Raschielli S., Rossi E., Roazzi A. (2009). Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise, Giornale di Psicologia, 3 (1), 23-37.

Bibliografia del seminario “cosa metto nello zainetto?”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla logopedista Mara Novajra, grazie soprattutto per la partecipazione attiva, si è creata davvero una bella atmosfera di discussione fertile 🙂

Ecco qui alcune slides (impossibile condensare qui tutti gli argomenti..) e la bibliografia del seminario.

Ci vediamo GIOVEDI’ 5/03 alle 20,45 con la pediatra Anna Bracone e il seminario su come affrontare le malattie di comunità.

zainetto 1

zainetto 2ZAINETTO 3ZAINETTO 4ZAINETTO 5

ZAIETTO 6ZAINETTO 7

Letture utili e materiali

  • Edizioni Erickson:
  • Giocare con le parole
  • Giocare con le parole 2 (prima e seconda parte)
  • Materiali IPDA per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento
  • SR 4-5 (prove per l’individuazione delle abilità di base nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria
  • Sequenze temporali
  • Primi voli (apprendere con il metodo analogico alla scuola dell’infanzia)
  • Laboratorio grafomotorio
  • Sviluppare l’attenzione e l’autoregolazione
  • Giornalini vari:
  • “Focus Pico”
  • “G-baby”
  • Giornalini da ritagliare, incollare, seguire percorsi, cercare immagini, cercare le differenze, unire i puntini, raccontare, ascoltare
  • Materiali:
  • Carta e matite, forbici, colla, scotch, giornali, pitture, pennelli
  • Costruzioni
  • Materiale per gioco simbolico (scatola dei travestimenti ad esempio)
  • Libri vari
  • Giochi di società (es. le carte della serie Djeco)

Bibliografia

  • Alberto Pellai- “Si va a scuola. Prepararsi ai primi giorni in classe“- Ed. Erickson
  • Franceschini T. e Parisi S., Tersicore va a scuolaEdizioni UNiversitarie ROMA
  • Giorgi R., Vallario L., Fallimento scolastico, fallimento sociale. Riflessioni critiche su dispersione scolastica e devianza giovanile, “AIPG Newsletter, Associazione Italiana Psicologia Giuridica”, 6, luglio-settembre, 2001, pp. 7-8.
  • Mansutti L., Giorgi R., Uno “strappo” con la realtà: l’abbandono scolastico, Atti del convegno “Strumenti di intervento, ricerca, prospettive future”, Ordine degli Psicologi della Toscana, Firenze 17 ottobre 200
  • Montessori – La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano 1952
  • Paolo Fasce – Pensieri sottobanco.La scuola raccontata alla mia gatta-, Domingo Paola (a cura di)- Ed. Erickson
  • Reuven Feuerstein, Y. Rand, J.E. Rynders, Non accettarmi come sono, Sansoni Editore, Firenze.

Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

educare slow 1

educare slow 2

educare slow 3

educare slow 4

Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

elicottero2

“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( http://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e http://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Allattamento prolungato, cosleeping, maternità ad alto contatto: stili di accudimento e “intrusione educativa”

blog4

“Vivimi senza paura
Anche se hai tutto il mondo contro
Lascia l´apparenza e prendi il senso
E ascolta quello che ho qui dentro”
-Laura Pausini-

Una donna cammina in un supermercato, con il suo carrello della spesa, fra le corsie. Lo riempie  con i suoi prodotti preferiti. Alla cassa, un’ altra donna le si avvicina, guarda il carrello, e la apostrofa dicendole: “ma perchè ha comprato questi cereali? Non sa che quegli altri fanno meglio alla salute? E come mai gli assorbenti con le ali? Perchè il caffè decaffeinato? Non sa che il cioccolato fondente è migliore di quello al latte?”

Non proseguo oltre, credo tutti abbiate pensato nella migliore delle ipotesi che la signora è una gran rompiscatole, nella peggiore, che è una matta scatenata  🙂

Quando si tratta di bambini, però, lo scenario cambia: è esperienza comune di ogni mamma, infatti, che qualche signora le si sia avvicinata, ai giardinetti, al supermercato, in coda alla posta ecc, fornendo suggerimenti non richiesti: “ma non gli mette/toglie il cappellino? Fa caldo! Guardi che è messo storto! Ma non è grande per il ciuccio? Ma gli dà già il biscotto?” ecc..
Negli anni, mi sono data una spiegazione di questo strano fenomeno: i bambini non appartengono solo ai propri genitori, ma anche “alla comunità”..sono il futuro della specie, patrimonio comune, ed in questo senso, ci si può sentire in dovere/diritto di dare un consiglio, un indirizzo, di suggerire una linea educativa.
A volte però, questo genere di suggerimenti, sfocia in discussioni agguerrite… noi mamme siamo creature multiformi…sappiamo essere affettuose ed accudenti, capaci di cantare ninne nanne con voce flautata ed essere fatine di miele e zucchero per i nostri bambini..ma pronte a difernderci con le unghie e con i denti se qualcuno mette in discussione il nostro stile educativo.
Anche perchè quello stile spesso non è improvvisato, ma ce siamo studiato, lo abbiamo letto sui manuali, lo abbiamo pensato e voluto fortemente, e guai a metterlo in discussione.
Da psicologa che si occupa di prima infanzia, ho osservato però che l’adesione ad un metodo, qualora sia intesa in modo rigido, può creare delle forzature, dei casi in cui una linea educativa “di massima” viene invece assolutizzata e  diventa una bandiera, quasi una fede…volevo quindi provare a fare il punto su quali possano essere le cose importanti, dal punto di vista psicologico , in merito agli stili di accudimento.
Per farlo, faccio un passo indietro fino ad arrivare alla mia amata teoria dell’attaccamento: è ormai dimostrato da corposissimi studi e letteratura in merito, che un buon contatto, una relazione positiva fra chi eroga le cure, detto ‘caregiver’ (mamma o papà) e il bambino, nei primissimi anni di vita, è fonte di benessere psichico e predispone a buone e soddisfacenti relazioni in età adulta.
Al contrario, un attaccamento non sereno nella primissima infanzia,  predispone a disturbi psicologici e relazioni affettive disfunzionali. 🙁
Quindi, sappiamo che in effetti l’attenzione su come accudire il proprio bambino nei primi mesi/anni di vita, non è affatto immotivata.

Ma quale, fra le mille scelte che si possono fare, garantisce il maggior benessere nella relazione madre-bambino?

Lettone sì, lettone no? Allattamento ad oltranza o guai a superare i sei mesi? Ciuccio= il male assoluto oppure ciuccio= salvezza totale?
Quale scelta è quella giusta?
La mia risposta è: nessuna A PRIORI, ovvero nessuna che prescinda dall’osservazione del clima emotivo relazionale e del feedback fornito dalla coppia madre-bambino.
Facciamo degli esempi: il tenere il bambino nel lettone (co-sleeping) è un’abitudine radicata in moltissimi paesi del mondo, favorisce l’allattamento al seno perchè il bambino è sempre a disposizione, favorisce l’instaurarsi di un rapporto fisico ed affettivo (il bambino è a portata di coccole)..ma questo vale SEMPRE?
Io credo che sia piuttosto rischioso rispondere di sì. Credo che l’atteggiamento con cui il genitore  E IL BAMBINO (che non può parlare ma può dare un sacco di segnali per far capire la sua attitudine) vivono quella pratica educativa, sia fondamentale.
Al genitore fa piacere? Al genitore pesa? Il genitore riposa a sufficienza? Ha mal di schiena al mattino? Come è il suo umore?
E il bambino? Sembra contento? Scalcia o sembra insofferente? Riposa bene?

Insomma, avete capito.

Cioè, se lo scopo è UNA BUONA RELAZIONE, serena, affettiva, bisogna che quella pratica, quale che sia, renda i genitori e il bambino sereni e tranquilli. L’alto contatto quasi sempre facilita la buona relazione, ma in situazioni particolari, può anche non essere così.
Occorre valutare caso per caso dandosi il tempo di osservarsi ed osservare il proprio bambino.
La stessa cosa per l’allattamento al seno: l’OMS lo consiglia vivamente come alimento ESCLUSIVO fino almeno a sei mesi, e poi a richiesta ancora fino a due anni e oltre.
Ciò non significa che si debba sentirsi spinti ad allattare per forza..e non sto parlando di problemi o difficoltà temporanee, che tutte le mamme possono passare (alzi la mano una mamma che non abbia avuto dei momenti di stanchezza o sconforto!!) e che quasi sempre possono essere risolte rivolgendosi ad un buon consultorio o ad una consulente della leache league..se però nonostante i suggerimenti l’allattamento viene vissuto come un’ imposizione ed una sofferenza continue, occorre riflettere su quale sia la priorità..meglio una mamma felice e tranquilla, o una mamma che allatta fra le lacrime e provando in ogni momento rabbia e/o frustrazione?

Purtroppo le intrusioni educative,  quelle della signora ai giardini, di zie, nonne, suocere, quelle dei media, dei social, perfino della manualistica e degli “esperti”, non sempre aiutano, anzi possono essere addirittura di ostacolo, specie con mamme che per loro tratti di personalità ci tengono molto a fare le cose bene e perseguire un modello educativo, il che è un’ottima cosa, se non diventa una gabbia che impedisce di osservare la relazione.
Oltretutto ci sono esperti parimenti titolati che portano pareri diversi fra di loro, confondendo ancora di più le neo-mamme.
Certo, alcuni argomenti sui quali c’è molta ricerca e letteratura univoca esistono…ad esempio: non è vero che un bambino che sta molto vicino a mamma e papà non diventa autonomo, anzi, è proprio il contrario: la presenza di una “base sicura” (quindi un rapporto stabile e vicino con mamma e papà), è statisticamente correlato a bambini più autonomi ed esplorativi.
Idem per i risvegli notturni, la necessità di allattamento a richiesta, il lettone: studi importanti dimostrano che un neonato che cerca la prossimità fisica con la madre, e si sveglia spesso piangendo e chiedendo di ciucciare, è un bambino SANO, perchè si sta garantendo la sopravvivenza. Ricordiamoci che siamo mammiferi e primati, e ci siamo evoluti da sempre, aggrappandoci alla pelliccia di mamma. 🙂
Inoltre, chi dice che dopo i sei mesi il latte diventa acqua, dice una cosa scientificamente assurda: il latte è sempre latte, è un alimento che cambia la sua composizione a seconda delle esigenze del bambino adattandosi, in un complesso sistema di domanda-offerta; cambia a seconda delle ore del giorno e dell’età del nostro bambino; ha una percentuale di acqua al suo interno, certo, ma non è minimamente paragonabile all’acqua.
Oppure lo svezzamento: già in un precedente post ho spiegato che è un passaggio importante e delicato, che è dimostrato che non vi sia necessità di alcun alimento aggiuntivo oltre al latte almeno fino ai sei mesi, o anche fino a quando il bambino non abbia competenze motorie sufficienti per reggersi seduto, e che si può fare in modo dolce, lasciando che il bambino assaggi gradualmente i vari alimenti, senza togliergli completamente il seno dall’oggi al domani, esponendolo ad un (seppur magari piccolo) trauma.

Gli argomenti sono molti…informarsi e fare scelte consapevoli su salute, sonno, alimentazione, è importantissimo, ma non può essere slegato dal caso singolo…i bambini sono tutti diversi…non ci può essere la cosa giusta da fare che sia standard: chi ha due figli può confermare: uno ama la fascia, l’altro il passeggino, uno non ha mai preso il ciuccio, l’altro lo usa per consolarsi..gli esempi sono infiniti.

Una volta, uno psicoanalista mio supervisore mi disse: studia, studia con impegno i manuali, la teoria, le ricerche, fanne tesoro…ma quando sei a contatto col paziente dimenticatela, ascolta il controtransfert (le sensazioni “di pancia” interne all’analista).

Il mio consiglio è lo stesso…informatevi, approfondite, leggete…ma soprattutto ascoltatevi, interrogate l’istinto, ogni tanto fate piazza pulita di tutti gli insegnamenti e i condizionamenti e sintonizzatevi su ciò che fa stare bene voi e il vostro bambino.

Se avete difficoltà, ricordatevi che lo psicologo può coadiuvarvi in questo processo, in quanto non fonisce “insegnamenti” ma vi aiuta a fare luce su quelli che sono i desideri e le tendenze più profonde della vostra psiche 🙂

 

Bibliografia essenziale:

Ammaniti M. & Stern D.N.(a cura di) (1992): Attaccamento e psicoanalisi, Laterza, Bari.
-Bowlby, J.(1982): Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Bowlby, J.(1989):Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Sunderland M. (2007). Il tuo bambino, come educarlo e capirlo. Tecniche nuove, Milano,

Sitografia:

http://www.lllitalia.org/

http://www.autosvezzamento.it/