Dallo studio allo Studio – Workshop per psicologi/psicoterapeuti dello sviluppo

Dallo studio allo studio (2)

A CHI È RIVOLTO IL WORKSHOP?
Psicologi iscritti all’albo o psicoterapeuti.
In casi eccezionali si potranno valutare candidature di psicologi laureati non ancora abilitati

COSA IMPARERÒ DURANTE IL WEEKEND?
Potrai trovare risposta ad alcune FAQ:
Come declinare i capisaldi della psicologia dello sviluppo in indicazioni operative,
concrete, utilizzabili in prima persona o da fornire a genitori ed altri operatori?
Come relazionarsi in modo efficace con i genitori dei piccoli pazienti,  mantenendo l’alleanza fra genitore e figlio anche qualora ci siano conflitti, minimizzando il rischio di drop out?
Quali sono le tecniche da utilizzare/suggerire in presenza di bambini
particolarmente oppositivi e difficili da gestire?
Quali sono le caratteristiche comunicative e personali di un* psicolog* efficace?
Cosa dice la normativa in merito al consenso informato per i minori?
E nelle scuole? Come rispettare il segreto professionale in presenza di situazioni delicate?
Quali sono gli ambiti nei quali trovare spazi di lavoro originali, e come/dove trovarli?

COME SI LAVORERA’?
In gruppo (max 12 partecipanti)
Verranno riportati casi clinici reali e si proverà insieme (in alcuni momenti in gruppo, in altri individualmente) a gestirli, a partire dai concetti condivisi.
Verranno proposti giochi e role-playing,
ogni argomento verrà discusso a partire da domande-stimolo.
Non vi sarà una lezione frontale e i concetti teorici menzionati verranno utilizzati unicamente per tradurli in indicazioni pratiche,
non verranno pertanto rispiegati in modo astratto ed accademico.

QUANTO COSTA?
Il costo totale del weekend è di euro 180,00

COME CI SI ISCRIVE?
Versando un acconto di  euro 50,00 all’IBAN:
IT37S0359901899050188540218
e compilando il form all’indirizzo:
https://goo.gl/forms/ovMdg3ZSUNEv0pSm1

PER INFORMAZIONI O ALTRO:
E-mail all’indirizzo: silviaspy@gmail.com, tel o WhatsApp al +39 347 0846003

NB: NEL COSTO DEL WORKSHOP E’ COMPRESO UN ULTERIORE INCONTRO DI DUE ORE
(IN DATA DA DEFINIRSI INSIEME AI PARTECIPANTI), DI MONITORAGGIO,
FEEDBACK E SUPERVISIONE DEI CONCETTI APPRESI

SCARICA IL PDF del Programma

Intelligenza, lodi e difficoltà scolastiche; la storia di Christian

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Bravo! Bravo tesoro, come sei stato bravo!

Quante volte noi genitori diciamo queste cose ai nostri figli nell’intento di consolidare la loro autostima e far sentire loro tutto il nostro appoggio?
Purtroppo non sempre le lodi, soprattutto quando relative alla persona in toto e non semplicemente ad una strategia messa in atto, hanno quest’effetto.

Per spiegarvi il perchè, vi racconto la storia di Christian.

Christian ha 14 anni, e viene portato da me dalla sua famiglia perché prossimo alla bocciatura…la famiglia non si spiega come sia possibile, perché Christian è sempre stato il primo della classe, il bambino più intelligente al nido, alla materna, alle elementari e alle medie.
Durante l’anamnesi, i genitori mi raccontano che il loro figlio è sempre stato considerato un po’ un bambino prodigio: ha imparato a parlare prestissimo e con grande proprietà di linguaggio, ha iniziato a leggere da solo a 4 anni: in autonomia si è preso un libro scritto a caratteri stampatello ed ha iniziato a leggerlo a voce alta, suscitando lo sbalordimento dei suoi genitori; fin dall’asilo nido è stato sempre riportato dalle insegnanti che dal punto di vista cognitivo era molto più avanti degli altri; le maestre della scuola dell’infanzia ripetevano continuamente ai genitori che Christian finiva le schede proposte in tre secondi, loro se lo coccolavano e lo chiamavano “il nostro assistente”.
Anche alla scuola primaria non c’è stato nessun problema: Christian era sempre il primo, addirittura le insegnanti gli davano 10 al primo quadrimestre, a differenza di quanto usavano fare di solito, perché non era proprio possibile dargli un voto inferiore.
Stessa storia alle medie: i genitori raccontano con imbarazzo (e malcelato orgoglio) che mentre loro facevano fatica a farlo staccare dai libri, i genitori dei suoi compagni si lamentavano spesso perché i figli non leggevano abbastanza.
Christian in effetti è un divoratore seriale di libri, legge e memorizza con facilità, ma non è bravo solo nelle materie umanistiche..non ha mai avuto problemi nemmeno nelle materie scientifiche.

I genitori quindi sono rimasti molto perplessi e stupiti, di fronte alla progressiva debacle di Christian al primo anno del liceo classico al quale lui si è iscritto; i voti hanno iniziato a calare pesantemente, loro se ne sono accorti tardi perché Christian non diceva nulla ed ha nascosto i voti fino a quando ha potuto; i genitori, tranquilli perché abituati al fatto che il figlio andasse sempre bene, non hanno controllato il registro elettronico più di tanto, ed hanno capito la gravità della situazione solo quando sono stati convocati a scuola. Ormai l’anno scolastico volge al termine, ed i professori hanno parlato chiaramente alla famiglia dicendo che sarà bocciato; hanno anche sottolineato il fatto che il ragazzino è piuttosto immaturo ed arrogante, altra informazione che li ha lasciati molto stupiti, abituati com’erano a sentirlo sempre lodare.

Conosco Christian e cerco di capire che cosa sia successo: Christian è un ragazzino molto carino, simpaticissimo, la sua intelligenza brillante mi è chiara fin dai primi cinque minuti di seduta, nei quali riesce al volo a capire qualsiasi cosa della quale stiamo parlando; ha ironia, perspicacia, è in grado di accedere al piano simbolico della conversazione; condividiamo anche passioni ed interessi letterari (Agatha Christie), per cui l’aggancio con lui è molto semplice.
Gli chiedo se ha capito quale sia il suo problema e lui dice di no, anche perché la classe gli piace, i compagni sono gentili e lui è ben inserito, i professori non così bravi (a suo dire), ma comunque non c’è un clima pesante.
Per capire meglio gli propongo di sottoporlo al test wisc che misura il Q.I., Christian accetta senza problemi, sicuro di sé.

Dal test risulta in effetti un QI di 143, nettamente sopra la media.

Inizio quindi a capire meglio che cosa sia accaduto.
Il ragazzo è sempre stato abituato a fidarsi della sua dotazione intellettiva, considerandola come una qualità fissa: qualsiasi compito gli è sempre stato facile, non ha mai avuto bisogno di soffermarsi a studiare: mentre i compagni dovevano andare a casa e provare e riprovare un esercizio, lui lo eseguiva nell’intervallo in due minuti senza alcun problema; non ha mai studiato più di tanto a casa le materie orali, perché solo ascoltando la spiegazione a scuola lui le memorizzava e alle interrogazioni, anche grazie alla proprietà di linguaggio acquisita con la lettura, aveva sempre ottimi voti. I genitori lo hanno sempre molto lodato per questo portando i suoi voti ad esempio, parlandone con i nonni, gli zii, facendogli un sacco di regali e facendogli i complimenti per la sua ‘grande testa’. (Anche piena di folti riccioli 🙂 )
Quando però il compito è cresciuto (il liceo classico scelto da Christian comporta una mole di studio non indifferente), e lui ha dovuto in qualche modo iniziare ad impegnarsi, si è scoperto completamente non in grado, ed anziché mettersi lì poco per volta e provare ad incrementare le sue capacità, si è sentito minato nella dote della quale si fidava di più (la sua testa) ed è entrato completamente in crisi.

Che cosa è successo quindi? Cerchiamo di capirlo insieme.

L’intelligenza e le teorie del sé legate ad essa sono state studiate da molti autori (ad esempio Carol Dweck), e si sono scoperte un sacco di cose interessanti.
Le ricerche ci mostrano che esistono due modalità fondamentali di considerare la propria intelligenza:

  • la prima viene chiamata teoria entitaria o fissa, ed è proprio quella che aveva Christian, cioè pensare che l’intelligenza sia un fatto acquisito, innato, non modificabile, molto collegato alla prestazione: l’autostima e la percezione di sé si configurano quindi come un riflesso dei voti alti che si prendono o delle lodi, che diventano l’unica cosa che importa (e che mette ansia);
  • la seconda invece, è quella incrementale o di crescita: consiste nel considerare l’intelligenza come un qualcosa che si può allenare ed espandere, quindi si può sentirsi bene nello sfidare i propri limiti, si ha il desiderio non di cogliere “tutto e subito” ma di incrementare sempre di più le cose che si sanno, gli errori vengono considerati utili, ci si basa non sulla prestazione ma sulla padronanza, e non si è così attenti ai risultati numerici à l’autostima è legata alla percezione di stare aumentando le proprie capacità tramite buone strategie.

Come potete immaginare, Christian è molto lontano da questa seconda mentalità; occorre che io e lui intraprendiamo un lavoro per fargli capire e modificare la percezione di se stesso, in modo che la sua dotazione intellettiva possa esprimersi al meglio; Christian ha bisogno di imparare come fare per stare attento, per sedersi e stare un po’ di tempo fermo a provare e riprovare a fare una cosa che non gli riesce al volo, di imparare come fare a non provare frustrazione quando un compito non è per lui immediatamente accessibile, perché non è per nulla abituato.

Per fortuna il buon clima fra noi consente una ottima collaborazione, che passa anche dall’elaborare i vissuti faticosi di Christian legati al dover mettere in discussione un qualità per lui fino a poco tempo fa percepita come fondante ed immutabile.

Anche i suoi genitori partecipano al percorso, li incontro periodicamente per mettere a punto con loro nuove modalità di supporto per il figlio, occorre che smettano di dirgli continuamente che è bravo ed intelligente, ma piuttosto incentivino il suo impegno.

Proviamo quindi a tenere presente quanto emerge: cerchiamo di lodare i bambini per il loro impegno e per il fatto che stanno migliorando le loro capacità ed adottando strategie più funzionali, piuttosto che invece mettere loro etichette fisse come “SEI intelligente, SEI sveglio, SEI bravo”.

Il compito più difficile è farlo con i bambini plusdotati, perché è difficile lodare l’impegno in bambini che, a tutti gli effetti, fino ad un certo punto NON SI IMPEGNANO!
Infatti molto spesso il problema sorge quando la richiesta scolastica cresce…la letteratura è piena di abbandoni scolastici di ragazzi plusdotati.
In questo caso, è importante e affiancare alla scuola delle attività, magari sportive, nelle quali il ragazzo o la ragazza non siano immediatamente capaci, in modo che imparino l’importanza di allenarsi, di considerare gli errori una cosa importante dalle quali apprendere, di perseverare e considerare se stessi come un sistema mobile, in continua espansione ed evoluzione.

Un altro suggerimento utile può essere quello di interrogarci noi in primis: quante volte, come genitori, specie in questa epoca nella quale i “LIKE” sono importanti, ci ‘vantiamo’ del successo dei nostri figli, specie in termini di prestazioni e voti?
Comprendo benissimo, da mamma, che il cuore si riempie di orgoglio ad avere un ragazzo che va bene a scuola, ma stiamo attenti alle insidie che questa tipologia di comportamento sottende: rischiamo di passare ai nostri figli un messaggio sbagliato, e di non aiutarli ad allenare quella competenza fondamentale che consiste nel desiderare di sfidare i propri limiti con entusiasmo al fine di apprendere sempre di più, impegnandosi anche a partire dagli errori, preziosa occasione per rivedere le proprie strategie e mettersi alla prova.

Che ne pensate?

Bibliografia:

Dweck, C.S. (2000) – “Teorie del sé. Intelligenza, motivazione, personalità e sviluppo”. Erikson. Trento

Dweck, C.S. -“The Perils and Promises of Praise” in Educational Leadership, October 2007 (Vol. 65, #2, p. 34-39), full article available at http://www.ascd.org

P.S. Come sempre, a tutela della privacy, Christian è un nome di fantasia 😉

Bibliografia del seminario “cosa metto nello zainetto?”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla logopedista Mara Novajra, grazie soprattutto per la partecipazione attiva, si è creata davvero una bella atmosfera di discussione fertile 🙂

Ecco qui alcune slides (impossibile condensare qui tutti gli argomenti..) e la bibliografia del seminario.

Ci vediamo GIOVEDI’ 5/03 alle 20,45 con la pediatra Anna Bracone e il seminario su come affrontare le malattie di comunità.

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Letture utili e materiali

  • Edizioni Erickson:
  • Giocare con le parole
  • Giocare con le parole 2 (prima e seconda parte)
  • Materiali IPDA per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento
  • SR 4-5 (prove per l’individuazione delle abilità di base nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria
  • Sequenze temporali
  • Primi voli (apprendere con il metodo analogico alla scuola dell’infanzia)
  • Laboratorio grafomotorio
  • Sviluppare l’attenzione e l’autoregolazione
  • Giornalini vari:
  • “Focus Pico”
  • “G-baby”
  • Giornalini da ritagliare, incollare, seguire percorsi, cercare immagini, cercare le differenze, unire i puntini, raccontare, ascoltare
  • Materiali:
  • Carta e matite, forbici, colla, scotch, giornali, pitture, pennelli
  • Costruzioni
  • Materiale per gioco simbolico (scatola dei travestimenti ad esempio)
  • Libri vari
  • Giochi di società (es. le carte della serie Djeco)

Bibliografia

  • Alberto Pellai- “Si va a scuola. Prepararsi ai primi giorni in classe“- Ed. Erickson
  • Franceschini T. e Parisi S., Tersicore va a scuolaEdizioni UNiversitarie ROMA
  • Giorgi R., Vallario L., Fallimento scolastico, fallimento sociale. Riflessioni critiche su dispersione scolastica e devianza giovanile, “AIPG Newsletter, Associazione Italiana Psicologia Giuridica”, 6, luglio-settembre, 2001, pp. 7-8.
  • Mansutti L., Giorgi R., Uno “strappo” con la realtà: l’abbandono scolastico, Atti del convegno “Strumenti di intervento, ricerca, prospettive future”, Ordine degli Psicologi della Toscana, Firenze 17 ottobre 200
  • Montessori – La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano 1952
  • Paolo Fasce – Pensieri sottobanco.La scuola raccontata alla mia gatta-, Domingo Paola (a cura di)- Ed. Erickson
  • Reuven Feuerstein, Y. Rand, J.E. Rynders, Non accettarmi come sono, Sansoni Editore, Firenze.

Bibliografia del seminario “educare slow”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla dottoressa Deborah Masia, psicologa ed insegnante di Yoga!

Ecco qui alcune slides e la bibliografia e sitografia del seminario 🙂

Ci vediamo mercoledì con la logopedista Mara Novajra e il seminario sui pre-requisiti per l’ingresso nella scuola primaria!

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educare slow 2

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Aforismi dello yoga (Yogasūtra), Patañjal, edizioni Magnanelli
Attachment in the preschool years. Theory, research and intervention, University of Chicago Press,
Developmental Psychopathology and Family Process.- Cumming E M, Davies P T, Campbell S B (2000). Guilford Press, New York .
During the Ainsworth Strange Situation”. In M.T. Greenberg, D. Cicchetti, E.M. Cummings (Eds)
Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders – Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010,  Bruce Cuthbert, PH.D.
Elogio dell’educazione lenta– Joan Domènech Francesch, . Editrice La Scuola, 2011
Enciclopedia dello Yoga, Stefano Piano, edizioni Magnanelli
Genitori slow : educare senza stress con la filosofia della lentezza / Carl Honore. – Milano : Rizzoli, 2009
Helping Your Anxious Child: A Step-by-Step Guide for Parents – Rapee, R. M., Wignall, A. (2008). . New Harbinger Publications.
L’orizzonte negativo. -Virilio, P.: Costa e Nolan, Genova, 1986.
La meditazione nel percorso educativo. Suggerimenti per genitori, insegnanti, educatori-Catia Belacchi – 2010, Ed Punti di Vista
La Meditazione per i bambini, David Fontana e Ingrid Slack, edizioni Astrolabio
La pedagogia della lumaca – Gianfranco Zavalloni, EMI, Bologna
Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented – Main m., Solomon j. (1990), “
Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Kendall, P. & Di Pietro, M. (1995). Centro Studi Erickson
Tra rischio e Protezione: La Valutazione delle Competenze Parentali. Di Blasio P (a cura di) (2005). Edizioni Unicopoli, Milano

https://www.salute.gov.it

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Genitori elicottero, DSA e sintomi ansiosi: la storia di Alberto

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“Sarà difficile vederti da dietro
sulla strada che imboccherai
tutti i semafori
tutti i divieti
e le code che eviterai
sarà difficile
mentre piano ti allontanerai
a cercar da sola
quella che sarai ”
A modo tuo – Elisa

In due vecchi post ( https://silviaspinelli.it/2013/09/27/fff-frecce-figli-e-faretre/
e https://silviaspinelli.it/2013/10/15/compiti-a-casa-poiane-parte-1/ ) ho già spiegato come uno stile genitoriale iperprotettivo influenzi negativamente la capacità dei bambini di essere autonomi ed avere autostima.

Oggi voglio allargare il campo ai disturbi di apprendimento e ai sintomi ansiosi, e per farlo vi racconto la storia di Alberto.

Il papà di Alberto mi contatta su consiglio della logopedista che lo segue per la dislessia, chiedendomi un appuntamento. Già al telefono, mi accenna che il ragazzino (11 anni), da tempo ha sintomi ansiosi molto forti: a scuola durante le verifiche si mette improvvisamente a piangere o chiede di uscire perché non riesce a respirare; sul pullman non vuole andare perché gli viene la nausea e teme di vomitare, ma, soprattutto, manifesta un attaccamento molto forte ed eccessivo verso il papà, non vuole che lui si allontani nemmeno per poco tempo, anche quando è a scuola chiede di poter uscire spesso per telefonargli, mentre il papà dorme Alberto va spesso a controllare che sia vivo e chiede di poter dormire nella stessa stanza dei genitori, mettendo una brandina a fianco al papà. Se sente un’ambulanza passare e il papà non è ancora rientrato a casa, sussulta e grida perché è sicuro che il papà abbia avuto un incidente mortale. Ultimamente, un paio di volte i genitori hanno anche notato delle abrasioni sul centro della mano di Alberto, come se si fosse grattato fino a farsi sanguinare.
Visto il grado di sofferenza del ragazzino, mi sembra proprio il caso di fissare un appuntamento con questa famiglia.

Incontro per prima cosa i genitori: è quasi sempre il papà a parlare, mi racconta di come Alberto sia stato sempre un bambino che non ha dato problemi, molto intelligente, simpatico, generoso, socievole, gentile ma non timido… l’unico problema è stato capire che era dislessico, perché con la sua intelligenza molto sviluppata Alberto tendeva a “compensare” le difficoltà legate alla dislessia, ma, una volta capito il problema, il papà mi dice che “si sono messi sotto” per risolverlo.
Mi spiega che lui di lavoro fa il professore, che al pomeriggio è quasi sempre a casa, e che si è messo ad aiutare il figlio perché crede in lui ed è certo che possa superare brillantemente le sue difficoltà.. “io non capisco questa ansia! Mica era uno di quei bambini abbandonati a se stessi… L’ho sempre seguito! Ci siamo messi lì, ore ed ore, se sbagliava lo aiutavo a rifare le cose al meglio, stavo seduto accanto a lui sempre incoraggiandolo, sempre dicendogli che ce la poteva fare..”

Nella mia mente inizia a farsi strada l’ipotesi che questo papà, in buona fede, sia stato eccessivamente “addosso” a suo figlio, facendolo sentire pressato al punto di diventare ansioso.

“ Poi, dottoressa, – continua il padre- io sto benissimo! A me non è mai successo nulla, non ho avuto malori, non ho avuto incidenti in macchina, faccio jogging tutti i giorni e sono in forma…ma come mai mio figlio ha sempre il timore che mi succeda qualcosa?”
“Beh sa…a volte i desideri fanno paura…..”
“Desideri? In che senso?” dice sbigottito il papà.
“In senso letterale…vede, lei è un papà attento e presente, che adora suo figlio, ma forse gli è stato un po’ troppo addosso! Sembra quasi che ne parli come sponsor o come coach…Forse suo figlio pensa di lei che lei sia un gran rompiscatole e ogni tanto le augura qualche accidente….poi però ha paura di questo pensiero che gli è venuto e siccome le vuole bene, deve controllare più e più volte che non si avveri”.
Vedo un’espressione di rivelazione sul volto del papà.
“Ecco! Finalmente ho capito perché mi dice spesso che si sente in colpa!! E io gli chiedo: -ma perché in colpa, Alby?- e lui risponde sempre che non lo sa ma che si sente così”.
Il resto del colloquio passa a rivedere le modalità di aiuto verso Alberto..il papà ammette di aver avuto un atteggiamento un po’ troppo da “allenatore” (lo fa anche quando lo porta a basket, consigliandogli strategie per giocare al meglio); io gli chiedo espressamente di non stare così addosso al ragazzino, di lasciarlo provare e sbagliare da solo, gli dico che, se c’è bisogno di aiuto per i compiti, può essere un educatore a seguirlo, almeno qualche volta, per allentare la pressione e per recuperare un ruolo paterno diverso da quello di “professore” del proprio figlio. Gli chiedo di divertirsi con suo figlio, di fare cose ludiche nelle quali la prestazione non sia minimamente contemplata e nominata.
La moglie mi supporta dicendomi che lei a volte faceva notare al marito questa eccessiva sollecitudine, ma il marito era convinto di fare bene e che seguire il figlio fosse fondamentale.

Qualche giorno dopo, incontro Alberto: entra in studio un ragazzino bellissimo, angelico, riccioli castani su grandi occhi nocciola…gli chiedo secondo lui perché è dalla psicologa e se c’è qualche difficoltà della quale si sente di parlarmi, lui mi dice con tenerezza e con voce eccessivamente infantile, che la sua difficoltà e di non riuscire a staccarsi dal suo papà, perché “gli voglio troppo bene”
“Eh sì…l’ho conosciuto tuo papà…-gli dico-…certo ci tiene a te…ma deve essere anche un bel rompiscatole quando ci si mette!”
L’espressione di Alberto cambia dal giorno alla notte, sgrana gli occhi enormi come a dire “lo hai capito????”
Azzarda un “sì..in effetti”..mi osserva…sta certo sperando che io possa comprendere il tumulto che si agita in lui.
“Certe volte lo mandi al diavolo nella tua testa vero?”
Alberto scoppia improvvisamente a piangere, sembra una fontana, non ho mai visto nessuno piangere così a cascata..anche la voce è diversa, molto più “da grande”:
“sì, io sono un mostro, penso delle cose orribili!! Non sono normale!! Lui mi sta vicino e invece io non lo sopporto, voglio fare le cose per i cazz..oh scusi, per i cavoli miei, ma lui è sempre lì, sempre!! E allora mi viene da odiarlo ed è una cosa bruttissima!”
“Ma credi di essere solo tu a pensare questo? Guarda che un papà così tutti quanti lo manderebbero a quel paese, ogni tanto!!”
Mi guarda, decisamente sollevato…”ma veramente? Io pensavo di essere solo io, e di essere veramente una persona schifosa, perchè mio papà vuole solo aiutarmi e io lo ripago così..”
Quando si calma, parlo a lungo con Alberto di come a volte le cose che ci fanno paura dentro di noi, le proiettiamo (con lui non uso questo termine ma dico “le mettiamo” ) all’esterno: quindi che se ogni tanto pensiamo “ma vai al diavolo”  di un genitore amorevole ma troppo pressante, ci viene paura che veramente possa morire e ci immaginiamo incidenti e sciagure. Gli dico di stare tranquillo, che ciò che sente è normale, che ancora nessuno è riuscito ad uccidere col pensiero e che ho già parlato con il suo papà chiedendogli di lasciarlo un po’ più respirare.

Capite quindi come noi genitori, con le migliori intenzioni di fare bene, a volte possiamo assumere dei ruoli spiacevoli che mettono in difficoltà i nostri figli?
Ci sono ricerche* che dimostrano che, a lungo termine, i figli dei cosiddetti “genitori elicottero”, ovvero quei genitori che ronzano continuamente intorno ai loro figli, hanno risultati scolastici/lavorativi peggiori della media e soffrono più frequentemente di ansia e attacchi di panico. Occorre quindi essere capaci di fare un passo indietro e lasciare che i bambini se la cavino da soli, nei compiti scolastici ma anche nelle varie incombenze quotidiane. L’ambiente è un ottimo educatore, perché pone limiti “naturali” che aiutano i bambini a capire le conseguenze delle loro azioni.

Quando c’è un problema di apprendimento, però, le cose si complicano, poiché un aiuto spesso è necessario…come fare allora?
-Se le possibilità economico/organizzative lo consentono, si può utilizzare un educatore come supporto per i compiti, in modo da poter svolgere il proprio ruolo genitoriale senza metterci dentro l’ansia da prestazione legata alla scuola..molti centri logopedici e psicologici hanno servizi di educativa territoriale svolti da personale giovane ma esperto in DSA.
-Se la situazione invece non lo consente, cercare di aiutare il proprio figlio solo nelle cose indispensabili, lasciandolo/a fare da solo nel resto delle cose, e soprattutto aiutarlo senza assumere quell’ atteggiamento da coach del quale abbiamo parlato prima…a volte già quando mi viene detto da un genitore “ADORO” mio figlio, mi metto in allarme…si adora una divinità, ai bambini cerchiamo semplicemente di VOLERE BENE… (lo dico anche a me stessa, madre di due maschi che ador…ops…AMO, e psicoterapeuta infantile e formatrice di lavoro, quindi potenzialissima rompiscatole D.O.C., come il papà di Alberto).

Per capire se siamo anche noi un po’ elicotteri, possiamo farci queste domande:

  1. quando ci separiamo dai nostri bambini, proviamo un senso quasi fisico di dolore?
  2. cerchiamo di comprargli sempre il meglio, nei vestiti, giochi, accessori ecc?
  3. tendiamo ad intervenire sempre, nei compiti scolastici ma anche nelle altre cose che i nostri figli fanno nel quotidiano?
  4. tendiamo a leggere molto, informarci, sapere molte cose sull’ educazione dei figli?
  5. cerchiamo di non farli mai piangere, di far sì che abbiano sempre esperienze positive e il meno possibile frustranti?
  6. come erano con noi i nostri genitori? Pensiamo di aver ricevuto troppo poco e ci sentiamo di dover compensare? Pensiamo che fossero perfetti e sentiamo di dover eguagliare il loro modello?

Ovviamente, tutti noi mamme e papà facciamo molte di queste cose, ma se applicate tutte insieme, quotidianamente e sistematicamente, forse è il caso di ripensare al nostro stile genitoriale.

A proposito, il papà di Alberto dopo qualche giorno mi ha chiamata per dirmi che Alberto aveva smesso di telefonargli incessantemente,  per la prima volta dopo mesi aveva accettato di dormire nella sua stanza, era decisamente più sereno, e avevano concordato con la logopedista di affiancargli un educatore per i compiti, due volte a settimana.
Ha chiesto se poteva tornare in studio di tanto in tanto a parlare con me dell’educazione di Alberto, perché teme che possano intervenire meccanismi automatici che lui può fare fatica a vedere da solo…ed ovviamente la mia risposta è stata più che positiva.
Abbiamo deciso di non intraprendere per il momento una psicoterapia con Alberto, ma di monitorare attentamente comportamenti quali soprattutto gli attacchi di panico e le abrasioni sui palmi delle mani, e rimanere a disposizione del ragazzo qualora manifesti il desiderio di parlare nuovamente con la psicologa.

A volte, specie con genitori intelligenti e disposti a mettersi in discussione, non ci vogliono mesi di terapia, ma basta fermarsi a riflettere con un aiuto neutrale ed esterno, aggiustare il tiro, e rimettersi sulla rotta giusta…. 🙂

Ah…e occhio agli elicotteri, in alcuni casi è meglio volare bassi! 😉

P.S. come sempre, a tutela della privacy, Alberto è un nome di fantasia, anzi, è l’unione di più “Alberti” giunti alla consultazione psicologica nel mio studio.

SITOGRAFIA

*http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0042359

Rischiatutto!! Insuccesso scolastico, ansia da prestazione e DSA

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“Signore e signori fiato alle trombe e benvenuti al Rischiatutto! Ecco a voi la domanda di oggi..guardate questa foto..questo e’ Gigetto…ve lo descrivo: e’ un bambino di nove anni..molto simpatico..gioca con gli altri, va a scuola…ma quando deve fare i compiti, e’ un disastro. Non c’è verso, non vuole studiare, cerca di evitare le interrogazioni, le insegnanti dicono che e’ pigro e svogliato.. a volte se ne inventa addirittura qualcuna per non andare a scuola o comunque per saltare compiti, verifiche o interrogazioni…dimenticare il libro o il diario..perdere la penna…insomma le prova tutte..insegnanti e i genitori concordano su una cosa..POTREBBE FARE DI PIU’!
E allora cari signori ecco la nostra domanda: secondo voi Gigetto ha:
1) un disturbo specifico di apprendimento
2) delle difficoltà emotive
3) un rallentamento dello sviluppo
Rispondete signori!La uno, la due o la treee? Rischiatutto!”

Beh…se non sappiamo rispondere a questa domanda, Gigetto qualcosa di importante lo rischia.
Vi ci ritrovate?Mamme ed insegnanti?
Vi è successo di non saper dare una spiegazione, di fronte ad un problema di apprendimento?
Io  da professionista, ho ormai sviluppato un’ idiosincrasia per la frase “potrebbe fare di più”…a volte, in modo provocatorio, mi verrebbe da rispondere “certo, potremmo tutti, fare di più!”
Tutti noi, possiamo fare di più. Io stessa, potrei, ma ognuno di noi si confronta con il quotidiano, con momenti, periodi, contesti, ambiti in cui riesce a dare il meglio, oppure no.
Il problema non è il “fare”ma il capire perché non si riesce a dare il meglio, perchè a volte quello che dovrebbe essere il naturale processo di apprendimento (la spinta ad imparare è innata) non funziona, e quali sono i fattori che lo ostacolano.
Eh sì, perchè a scuola si può non riuscire per tanti motivi…
Escludiamo (per il momento) le situazioni di oggettivo svantaggio socio-culturale, semplicemente perché di solito queste situazioni sono già note, seguite dai servizi, le insegnanti ne sono a conoscenza e possono tenerne conto.
Quali possono essere allora gli altri ostacoli?

Si può riuscire benissimo a studiare, ma avere ansia da prestazione e non riuscire ad esternare ciò che si sa;
Si può avere la testa piena di pensieri, fantasie, preoccupazioni, magari perchè mamma e papà si stanno separando, sta arrivando un fratellino, un genitore non sta bene o ha perso il lavoro, e non riuscire a trattenere in mente nulla;
Si può avere un dsa, un disturbo specifico di apprendimento, e non riuscire ad apprendere in una singola materia;
Si può avere un rallentamento nello sviluppo cognitivo, che non va di pari passo con l’età anagrafica.

Quindi insomma, basta capire quale sia il motivo della difficoltà ed applicare la soluzione! Eh..magari fosse così semplice…il punto è che stiamo parlando di ragazzini, di PERSONE, non di etichette diagnostiche, e che in tutti i disturbi di apprendimento c’è COMORBILITA’.
Questo parolone significa che c’è sempre una contaminazione, una coesistenza di aspetti cognitivi ed aspetti emotivi.
Per farvi capire meglio, vi faccio un esempio:

Il bambino A e’ dislessico, ma non lo sa. I suoi compagni iniziano ad imparare a leggere..prima in modo timido ed incerto, poi sempre più sicuro. Studiano delle cose leggendole sul sussidiario e se le ricordano. Lui no, proprio leggere non gli riesce. Teme di fare una brutta figura davanti a tutti..ma perchè quella cosa non gli viene? Inizia ad avere il dubbio di essere stupido, di avere qualcosa che non va, a sentirsi agitato ed insicuro. Quando può, cerca di evitare le interrogazioni, se deve essere interrogato o leggere ad alta voce va in ansia, diventa rosso come un peperone. I compagni ridono. I voti calano. Gli viene sempre più ansia. Anche il solo pensiero lo fa sentire a disagio…magari fa il bullo per compensare, così i compagni non gli daranno fastidio.

Il bambino B invece, soffre di ansia. Vede i compagni che parlano davanti a tutti e li invidia..ma come fanno ad essere cosi spavaldi? A lui, parlare davanti ad altre persone, spaventa a morte. Nella sua testa le cose le sa…ma davanti ad altri, a tutti, alla classe che lo guarda, non se la sente…le parole non gli escono..se gli chiedono qualcosa, diventa rosso come un peperone. Cerca di evitare le interrogazioni il più possibile, i voti calano.

Vedete come, pur avendo origine da fattori diversi, gli aspetti emotivi e di apprendimento si intersecano? Vedete come apparentemente i due bambini hanno un comportamento simile? Evitanti, distratti, con i voti che si abbassano, magari aggressivi in certi momenti, descritti come pigri o che “potrebbero fare di più”?
E allora, se il funzionamento, la manifestazione esterna, non sempre corrisponde alla struttura interna, come possiamo fare per capire?
Fortunatamente, gli strumenti ci sono.
Intanto, se ci troviamo di fronte ad un problema di apprendimento, è bene come a solito fare un passo indietro e porsi alcune domande, che possono aiutarci a creare un primo discrimine:

-I problemi a scuola sono in una materia specifica o generalizzati?
-I problemi a scuola sono nell’orario di un’insegnante specifica?
-Il bambino in questione ha difficoltà in altri ambiti extrascolastici?
-Emergono segnali di ansia o controllo dell’ansia (tic, rituali, somatizzazioni)?
-Ci sono fattori di vita stressanti in quel momento, per il bambino?

Il secondo passo, se ancora ci riesce difficile capire cosa stia succedendo, è condividere perplessità e domande con uno specialista, in modo che possa corredarle con strumenti tecnici preziosi.
Il primo, il più importante, è il test WISC, ovvero Wechsler Intelligence Scale for Children. Il test wisc (nel gergo di noi psico, “la wisc”), è il test di intelligenza per bambini dai sei ai sedici anni utilizzato in tutto il mondo. E’ standardizzato , se parliamo di un Q.I. di 100 intendiamo lo stesso dato, in Italia come in Francia o in America, e può essere utilizzato solo da un medico o da uno psicologo iscritti all’ albo. Nessun altro può utilizzarlo, nemmeno acquistarlo. Questa limitazione deriva da fatto che il Q.I. è un dato estremamente sensibile, e l’iscrizione all’albo e’ garanzia legale di tutela della privacy ed utilizzo consapevole dei dati.
La wisc e’ fatta di 13 prove, ognuna della quale misura una parte dell’intelligenza: logica, verbale, visuo-spaziale, memoria a breve termine, a lungo termine, uditiva, ecc.
Quindi il test ci aiuta moltissimo. Intanto, ci dice se il Q.I. che troviamo è nella norma in relazione all’età, in modo da permetterci di escludere un ritardo nello sviluppo cognitivo.
Se il Q.I. e’ normale, il test ci può evidenziare che ci sono delle discrepanze fra i vari tipi di intelligenza, e far emergere delle “cadute” in prove specifiche. Tali cadute molto spesso sono indice di un dsa, disturbo specifico di apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia ecc).
Il cervello funziona bene nel suo complesso, ma in alcune prove sembra funzionare molto peggio: ad esempio nella dislessia ci sono cadute nelle prove che presuppongono l’utilizzo, per l’apprendimento del canale verbale. Se ascoltiamo un’informazione con le orecchie, la memoria la immagazzina; se la leggiamo con gli occhi, molto di meno. In questa immagine, presa dal sito http://www.aiditalia.org , potete vedere come legge un dislessico. E’ proprio difficile leggere così, no?

dislessia

Se la wisc rileva queste discrepanze fra prove, occorre approfondire con test ancora più specifici (es prove di letto-scrittura che mettono in evidenza la velocità di lettura correlazione con l’età). Le logopediste del centro Multicodex sono le nostre preziose alleate per tutta questa parte più specifica. 🙂
Se invece la wisc è nella norma e le abilità sono omogeneamente espresse, possiamo supporre un’interferenza con l’apprendimento di natura emotiva; occorrerà dunque approfondire l’aspetto psicologico, con colloqui, giochi, test emotivi (ovviamente adatti all’età del bambino).

Solo così potremo avere un quadro sfaccettato, il più possibile aderente a quella che è la realtà di ogni singolo bambino, in modo da poter predisporre percorsi di potenziamento delle abilità o di supporto alle difficoltà emotive che non siano “pacchetti pre-confezionati”, ma davvero tarati sull’individualità, tagliati su misura e quindi anche più incisivi.

In conclusione quindi, mi spiace per il povero Mike, ma quando c’è di mezzo una questione importante e interconnessa con diversi domini come l’apprendimento, non RISCHIAMO ma affidiamoci a professionisti seri e strumenti standardizzati. 🙂

Compiti a casa & poiane – Parte 1

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SCENA 1 (elementari-medie)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il bambino DOVREBBE fare i compiti…
“Gigetto, fai i compiti”
“Dopo, mamma”
….passa un’ora (lego, cartoni, carte di Yu- Gi-Oh, cartoni, lego)
“Gigetto, adesso fai i compiti!” (Tono già leggermente alterato)
“Sì mamma, ora li inizio”
…..’passa un’altra mezz’ora (tablet, gormiti, cartoni)
“Puoi dire a TUO figlio di fare i compiti?”
“Gigetto, fai i compiti ORA!” (Tono imperativo da pater-familias)
…………………………..(nessuna risposta)…………………..
“Gigetto!!” (Urlando, si alza dal divano e va a prendere il figlio in camera).
Segue lite da manuale….grida, pianti, rimproveri.
Epilogo:
Mamma e/o papà abbandonano le loro attività, scuotendo la testa; Gigetto controvoglia si siede al tavolo, ancora singhiozzando per la scenata, uno dei due genitori a fianco a lui:
“allora, apri il libro, a pag 45, ora scrivi, qui, no hai sbagliato cancella, ma stai ascoltando? Dai, riscrivi, su avanti ora prendi la penna rossa, dai adesso scrivi…”

SCENA 2 (medie-superiori)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il ragazzo DOVREBBE fare i compiti…
“Gigione, fai i compiti”
“Ok, mamma” (si chiude in camera, modalità: DO NOT DISTURB, E’ IN CORSO LA FISSIONE DELL’ATOMO)
Seguono fasi fondamentali del pomeriggio di studio:
-Preparazione postazione di lavoro (mettere a posto i pennarelli in ordine di colore, estrarre i libri, impilarli, creare una torre, notare che la torre tende a cadere, temperare le matite, accorgersi che si è persa la matita nera, cercarla, preparare evidenziatori di vari colori, provarli per vedere se sono scarichi): 45 min;
-Preparazione social network per non sentirsi soli nel duro lavoro dello studente (accensione facebook, ask, cellulare pronto su whatsapp): 15 min;
-Controllo dei suddetti social network per non perdersi importanti notizie di eventi occorsi negli ultimi 5 minuti: 30 min;
-Preparazione vettovaglie da sgranocchiare studiando, al fine di sostenere il fisico e recuperare le energie perse (succo, merendine, snack, caramelle varie): 10 min;
-Inizio lettura argomento studio con sottolineatura: 5 min
-Pausa per recuperare la stanchezza (play-station, nintendo, wii, social network, ipod): 50 min
“Gigione, hai studiato?”
“Sì mamma”
Epilogo:
Sul diario, scritto in rosso:
Interrogazione di storia: Gigione si presenta impreparato, pur affermando di aver studiato, voto: 3

Vi ci ritrovate?
Quali siete dei due scenari?
Siete genitori “poiane”, che stanno addosso ai ragazzi per farli studiare, oppure li lasciate soli ad affrontare il panico da scrivania?
Come si fa, quando i nostri ragazzi non vogliono studiare? E’ meglio incalzarli, col rischio che deleghino sempre a noi, o lasciarli stare, col rischio che non studino niente?

Argomento molto complesso, lo dividerò in più post perché sarebbe troppo lungo.

Partiamo da una considerazione..sulla motivazione allo studio incidono molti fattori diversi, alcuni legati alla personalità, alcuni legati all’ambiente (casalingo, scolastico, sociale), alcuni alla maturazione cognitiva.
Escludiamo per il momento difficoltà specifiche come ad esempio i disturbi di apprendimento o altro, e concentriamoci su un alunno “normale” (le virgolette sono d’obbligo: come diceva Basaglia” visto da vicino, nessuno è normale”)
Cos’è che supporta la motivazione e la buona riuscita del percorso scolastico?
Ci sono dei fattori ambientali facilitanti: fornire un buon esempio (vedere i genitori che leggono o studiano funziona molto di più che ripetere al bambino che deve leggere o studiare), leggere al bambino fin da piccolo, ancora prima dei tre anni, quando il cervello è al massimo delle sue potenzialità di “assorbimento” (le ricerche lo hanno dimostrato in modo inequivocabile), avere la fortuna di poter contare, in classe, su una valida maestra.
Ma quando si è a casa?
Fare o non fare i compiti con il bambino?
Se l’obiettivo è solo quello di “far entrare in testa”, volenti o nolenti, le cose imparate a scuola, allora può anche andare bene fare i compiti con un genitore.
Io sono però convinta che ci siano altri obiettivi PIU’ IMPORTANTI del semplice acquisire delle conoscenze, ovvero:

–          Far sì che il bambino impari ad organizzarsi in modo autonomo un lavoro che deve svolgere; pensando ad un futuro lavorativo, la dote più richiesta non è certo quella di saper scrivere sotto dettatura, poiana alle spalle, bensì quella di saper valutare quanto tempo occorre per fare un lavoro, organizzarlo e svolgerlo in autonomia, rispettando i tempi concordati);
–          Far sì che il bambino sviluppi una motivazione INTRINSECA allo studio e non ESTRINSECA (faccio i compiti perché sono una cosa mia che mi piace, non perché mamma o la maestra mi obbligano o mi premiano/puniscono). La motivazione intrinseca è un buon indicatore di successo scolastico;
–          Far sì che il bambino sviluppi un senso di autostima e autoefficacia (riesco ad eseguire e completare da solo un lavoro che mi è stato affidato, sono competente)
–          Dare un feedback alle maestre in merito al loro operato (se i compiti sono sempre tutti giusti perché sono stati corretti dai genitori, le insegnanti si rendono meno conto di quali cose è necessario rispiegare).
Se teniamo a mente questi obiettivi, risulta chiaro come l’aiuto costante dei genitori durante i compiti assegnati a casa, non sia per nulla proficuo.
Io invece consiglio di:
–          Parlare chiaramente al bambino del fatto che i compiti sono una cosa SUA, lui ne è il CAPO, e sono una cosa molto importante (valorizzando anche la scuola, non dire che è una scocciatura ecc);
–          Aiutarlo ad immaginare come può organizzarsi per farli (es perché non li dividi, metà oggi e metà domani..ecc), il che non vuol dire organizzargli in toto il lavoro;
–          Se il bambino vuole seguire una sua modalità organizzativa, LASCIARLO FARE, anche correndo il rischio che non riesca a finirli; se questo accade, non mortificare il bambino con frasi come “ecco, hai visto, te l’avevo detto che non li finivi”, ma sostenerlo nel suo tentativo dicendo frasi come “oggi non ti sei organizzato bene, la prossima volta sicuramente farai meglio” (La volta successiva invitarlo a tenere conto di quanto accaduto nel tentativo precedente)
–          Assicurarsi che il bambino abbia la tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro (niente fratelli che disturbano, musica o tv accesa ecc)
–          Proporre al bambino al termine dei compiti di guardare insieme il lavoro che avrà svolto e lodarlo per il fatto che l’ha svolto in autonomia;
–          Proporsi al bambino come interlocutore per le lezioni da imparare ORALMENTE (“mi dici la poesia, mi vuoi ripetere la lezione di geografia?”, ecc) oppure come aiuto nei casi in cui il bambino non abbia compreso una regola, limitarsi a spiegare la regola o la consegna, poi lasciar continuare il bambino da solo.

Nella seconda parte del post affronterò meglio il tema della motivazione e del metodo di studio, riferendomi anche ai ragazzi più grandi..nel frattempo..che ne pensate?