“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

blog5

Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck

Gian Burrasca da raggiungere: il disturbo oppositivo e provocatorio e la storia di Susanna

blog1

“Appena arrivato mi è toccato naturalmente di sentire una gran predica del Prèside in presenza alla mamma che sospirava e ripeteva le solite frasi che dicono i genitori in queste circostanze:
– Lei ha proprio ragione… Sì, è cattivo… Dovrebbe esser grato, invece, ai professori che son così buoni… Ma ora ha promesso di correggersi… Dio voglia che la lezione gli frutti!… Staremo a vedere… Speriamo bene…
Io ho tenuto sempre la testa bassa e ho detto sempre di sì; ma da ultimo mi son seccato di far quella figura da mammalucco e quando il Prèside ha detto sgranando gli occhi dietro le lenti e sbuffando come un mantice:
– Vergogna, mettere il soprannome ai professori che si sacrificano per voi!
– E io allora che dovrei dire, – ho risposto. – Tutti mi chiamano Gian Burrasca!
– Ti chiamano così perché sei peggio della grandine! – ha esclamato mia madre.
– E poi tu sei un ragazzo! – ha aggiunto il Prèside.
La sinfonia è sempre questa: i ragazzi devono portar rispetto a tutti, ma nessuno è obbligato a portar rispetto ai ragazzi…” -Vamba – Il Giornalino di Gian Burrasca-

Nel mio lavoro, molto spesso mi vengono “portati” dei bambini descritti come ingestibili: bambini che creano problemi a casa e a scuola, che non rispettano le regole, che sono particolarmente dispettosi con coetanei ed adulti.
La piccola Gian Burrasca di cui vi racconto oggi, è una di queste bambine.
Ha 5 anni e si chiama Susanna;  le educatrici della scuola materna segnalano di avere difficoltà da sempre con lei a farle fare i lavoretti programmati e a farle rispettare le semplici regole di convivenza (stare in fila, andare a lavarsi le mani, rispettare il posto a tavola).
La mamma, che ho già incontrato, mi ha spiegato che la bambina fa capricci che possono durare anche 2-3 ore e non si estinguono in alcun modo, eccetto l’accontentarla.
I “capricci” si manifestano ogni qual volta (o quasi), la bambina viene contrariata.
Tali comportamenti oppositivi sembrano resistenti a qualsiasi tentativo di conciliazione o compromesso, la bimba sembra “impermeabile” alle sgridate, anzi, sembra che testi volontariamente i limiti dei genitori, con atteggiamenti di sfida, facendo dispetti e disturbando appositamente.
I genitori hanno provato moltissime strategie, il dialogo, le punizioni, la durezza, ma nulla ha funzionato, pertanto si sono rivolti alla psicologa (io!) 🙂
Susanna ha una sorella più grande, che inizia a mostrare disagio per il clima teso che si respira in casa, facendo anche lei richieste continue e arrabbiandosi se non viene accontentata, verbalizzando esplicitamente che “però a Susanna glielo lasciate fare”.
Con la mamma e il papà decidiamo di fare alcune sedute di osservazione, nelle quali proporre, se possibile, qualche test alla bambina (ovviamente i test sono storie ed immagini adatte all’età di Susanna) per capire meglio il disagio della bambina.

E’ la prima volta che dobbiamo incontrarci, la bambina entra nella stanza, accompagnata dalla madre.
Ha il mento sollevato, un’espressione di sfida.
Ha capelli a caschetto color biondo cenere e grandi occhi verdi limpidi e fieri..-bella e triste- è la prima cosa che penso.
Come se fosse a casa sua, si accomoda al tavolino sedendosi con la faccia rivolta verso il muro, inizia a prendere dei giochi e ad usarli, dandomi deliberatamente le spalle.
-Ottimo- penso…dovrei mostrarle le figure del test ma non mi rivolge la parola…la mamma la invita più volte a guardarmi ed ascoltarmi, ma lei non ci pensa nemmeno. Gioca da sola, tranquillissima, rivolta verso il muro.
Apparentemente è disinteressata..ma quegli occhi nitidi come laghi di montagna mi hanno già segnalato che invece desiderano essere raggiunti, e che sarà una camminata impervia, in salita, con il fiato che manca.
In barba all’immaginario comune, che vuole la psicologa accomodata in poltrona mentre conversa amabilmente con il suo paziente, decido di sedermi per terra. Mi porto vicino la scatola dei giochi e il test che voglio farle..inizio a giocare anche io da sola, per un po’..poi frugando nella scatola dico ad alta voce “ma dove sarà quel cagnolino..eppure doveva essere qui..uffa mi serve…”
Susanna si distoglie leggermente dalla sua sedia, guardando nella mia direzione. La ignoro.
Continuo a frugare  e a blaterare che mi serve proprio quel cagnolino.
Susanna scende dalla sua sedia e si avvicina…continuo a non guardarla,  parlo senza rivolgerle lo sguardo..dico che magari con un aiuto potrei trovare il cane….lei inizia a cercare nella scatola con me. Troviamo il cane. Sempre senza sollecitarla troppo racconto la storia del cagnolino e dico che io ne ho anche un altro, di cagnolino..tiro fuori le immagini..insomma, sudando e faticando, riesco a somministrarle tutto il test di Blacky.
Da quel momento inizia un lento percorso che porterà me e Susanna a stringere una buona alleanza e a lavorare insieme, la bambina si aprirà giorno dopo giorno, certo mi farà faticare molto, però la contentezza del vederla più serena, varrà tutto lo sforzo della salita <3

Ma perché Susanna fa così tanta fatica ad affidarsi ad un adulto?
E perché una bimba intelligente come lei, si comporta in modo da attirare su di se’ critiche, sgridate, punizioni?
Si può parlare, in questo caso, di disturbo oppositivo provocatorio? Di cosa si tratta?

Proviamo a capire insieme la natura di questo disagio.

Dal DSM (il manuale che classifica tutti i disturbi psicologici), “la diagnosi di Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP) si applica a bambini che esibiscono livelli di rabbia persistente ed evolutivamente inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori e oppositività, che causano menomazioni nell’adattamento e nella funzionalità sociale.” (Vuol dire che influiscono sulle relazioni con adulti e coetanei, rendendo difficile la convivenza).
Il manuale indica anche alcuni criteri tramite i quali capire se un bambino può essere considerato portatore di questo disturbo…il bambino in questione:

  • spesso va in collera?
  • spesso litiga con gli adulti?
  • spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti?
  • spesso irrita deliberatamente le persone?
  • spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento?
  • è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri?
  • è spesso arrabbiato e rancoroso?
  • è spesso dispettoso e vendicativo?

Se mentalmente abbiamo risposto ‘sì’ ad alcune domande, o addirittura a tutte, e se questi “sintomi” non sono legati ad un momento temporaneo, ma sono persistenti e si ripetono ogni giorno, causando disagio in casa e a scuola, possiamo essere in presenza del DOP.
Le cause di questo disagio sono state a lungo studiate, e prendono in considerazione vari aspetti.
Il primo aspetto da considerare, riguarda il temperamento del bambino stesso: certi bambini sono più sensibili di altri, hanno un grado di attivazione (arousal) più elevato, sentono le emozioni, in particolare la rabbia, in modo più intenso e dirompente.
Il secondo aspetto riguarda invece lo stile genitoriale; si è visto infatti che alcune modalità educative (es: permissivismo, incoerenza, rifiuto, disinteresse, uso eccessivo delle punizioni, iperprotezione) , favoriscono una cattiva gestione dell’aggressività.
Nella mia esperienza clinica, ciò che accade più comunemente, è un “incastro” fra bambino sensibile e genitori che non hanno ancora trovato uno stile educativo coerente.
(Può accadere quando i genitori non hanno risolto dei nodi che riguardano i loro stessi genitori, o quando non c’è un punto di vista comune sulle pratiche educative, o in situazioni di conflitto e disaccordo, ad esempio durante una separazione).
Quindi cosa accade, realmente?
Un bambino già un po’ difficile e “tosto”di suo, sollecita nel genitore vissuti forti, che si agganciano a elementi della storia personale e che gli rendono difficile gestire il bambino; spinti dalla forza di questi vissuti, i genitori commettono, in buona fede, errori educativi, che anziché risolvere il problema, lo inaspriscono, creando un circolo vizioso di malessere.
Non è colpa del bambino, non è colpa di mamma e papà…ma di fatto, tutti stanno male.
L’errore più comune di un genitore (o di un insegnante) troppo invischiato nella situazione,quindi comprensibilmente frustrato ed arrabbiato, è quello di considerare il bambino come intenzionalmente “cattivo” , quindi di agire come se i comportamenti rabbiosi fossero controllati dal bambino e diretti “appositamente” a loro; pensandola in questo modo, non sentono di riuscire a poter gestire tali comportamenti e credono che sia una cattiva disposizione d’animo del bambino, a farli comportare così, e che questa cosa non passerà perché è intenzionale e fa parte della natura del bambino.
In realtà, il bambino non “controlla” proprio nulla, non è contento di apparire in quel modo a genitori, insegnanti, coetanei, si sente invaso da queste brutte sensazioni e non ha idea di come fare per gestirle. E’ molto triste e umiliato.
Sentendosi dire da più persone di essere cattivo ed ingestibile, si convincerà che è così, che non è degno d’amore, e questa auto-percezione negativa, peggiorerà i suoi comportamenti.
I genitori, d’altro canto, si sentono giustamente spossati di fronte a problemi che hanno provato a lungo a risolvere senza successo, e non sentono di avere alcun potere sul bambino.
Quando ciò accade è bene rivolgersi ad uno specialista (non stiamo parlando di saltuari momenti di sconforto che passiamo tutti, da genitori, in cui ci sembra di non gestire i nostri figli..ma di quando questi momenti sono la quotidianità, si ripetono tutti i giorni, spesso inasprendosi sempre di più).

La terapia con un bambino che vive questo genere di disagio,  si fonda su alcuni capisaldi:

1-      raggiungere il bambino (il bambino non si fida, non si fida di se stesso né di voi, quindi occorrerà del tempo)

2-      offrirgli comprensione (comprensione non significa permettere al bambino di fare tutto ciò che vuole, ma significa fargli capire che sappiamo che non è contento di comportarsi così e che questa cosa lo rende triste)

3-      lavorare sul rispecchiamento e sull’autostima (vedi post QUI )

4-      se possibile, inserire il bambino in un gruppo terapeutico, per lavorare sulla socializzazione, la collaborazione con i pari, l’apprendimento delle regole.

Tali tappe, però non possono prescindere dal lavorare congiuntamente con i genitori; il disagio coinvolge infatti tutta la famiglia (ricordate la sorella di Susanna?), i genitori vanno adeguatamente supportati nella gestione della frustrazione e della rabbia, nell’elaborazione di vissuti personali legati alla loro storia familiare, e all’individuazione di strategie educative efficaci e funzionanti.
Le strategie andranno tarate sul singolo bambino, sull’età, sulla situazione familiare e scolastica; come suggerimenti di base, valgono quelli del post precedenti, in particolare quello sull’ aggressività e sui capricci

Se avete storie di piccoli Giannino Stoppani o Susanne, consigli da chiedere, critiche da fare, siete i benvenuti 🙂

P.S Susanna, così come Francesco nel post degli attacchi di panico, è un nome di fantasia, e anche gli altri dati anagrafici o comunque elementi riconoscibili sono stati alterati, a tutela della privacy 🙂

Il passo del gambero: regressioni & Co

blog

“Fai un passo indietro, per saltare più lontano” – Anonimo

Le tappe di crescita raggiunte dai figli sono momenti emozionanti per ogni genitore: chi non si ricorda i primi passetti traballanti? La gioia nel sentire le prime paroline? Quanto orgoglio ci riempie nel notare che abilità che sembravano impensabili, a poco a poco vengono raggiunte dai nostri piccoli?
Bambini che dormivano solo abbarbicati a mamma o papà, che si addormentano da soli nel loro lettino; bambini che tolgono il ciuccio; bambini che dopo mille pipì sparse sul pavimento finalmente imparano ad usare il vasino, con soddisfazione e applausi da parte di tutta la famiglia. Esperienza comune ad ognuno di noi, TRUE STORY, come si dice adesso.:-)
Siamo abituati, come adulti, a pensare che questo genere di acquisizioni siano stabili, che quindi, una volta raggiunta una competenza, non sia più possibile “perderla”. In linea di massima funziona proprio così, ma in particolari casi invece, le competenze possono vacillare e ci possono essere dei periodi in cui si “torna indietro” con le acquisizioni.
Capacità che sembravano consolidate, all’improvviso sembrano scomparire, anziché avanzare si va a ritroso, a passo di gambero.
Ma perché questo accade?
Le cause possono essere svariate, ma ruotano tutte attorno ad un’esperienza che il bambino vive come importante, se non addirittura traumatica.
Molto spesso, queste situazioni hanno a che fare con una variazione dei rapporti e delle disponibilità dei genitori (es: rientro al lavoro della mamma, la nascita di un fratellino, l’inserimento al nido o alla scuola dell’infanzia); possono anche riguardare eventi più seri come una separazione, l’ospedalizzazione del bambino stesso o di uno dei genitori, un lutto, una malattia o un fenomeno inatteso e spaventante come un terremoto.
Il bambino tramite questi comportamenti, richiede aiuto per superare questo momento di difficoltà, e lo fa cercando di tornare indietro alla fase precedente dello sviluppo, in cui tutto era tranquillo e l’attenzione dei genitori era dedicata maggiormente a lui.
Le regressioni più frequenti riguardano:

  • il linguaggio: balbuzie o peggioramento generale del modo di parlare;
  • il controllo sfinterico: enuresi notturna o difficoltà a trattenere cacca e pipì anche di giorno
  • il comportamento: capricci, manifestazioni di tristezza o aggressività;
  • il sonno: difficoltà di addormentamento o risvegli notturni
  • le paure: improvviso manifestarsi di paure, diurne o notturne.

Tutti questi disturbi possono essere correlati anche con altri aspetti (ad esempio l’incremento delle paure può essere un aspetto assolutamente normale, in un bambino che cresce, perché man mano che lo sviluppo cognitivo aumenta, aumenta anche la comprensione del mondo nelle sue varie sfaccettature, comprese quelle “cattive”).
Ma cosa fare se invece vi accorgete che sono correlati proprio ad un evento specifico?

  • La prima cosa da fare è non colpevolizzare il bambino per la regressione che sta avendo: non è una cosa che “fa apposta”, ma una manifestazione di disagio, e come tale va interpretata e trattata. Quindi è importante non sgridare il bambino, non umiliarlo, non dirgli frasi come “adesso sei grande e non dovresti fare queste cose”…anche perché, se il tentativo del bambino è quello di “tornare piccolo”, queste frasi possono essere controproducenti e consolidare il comportamento anziché estinguerlo;
  • dare la possibilità al bambino di parlare di ciò che lo turba; ciò che spaventa non è quasi mai un evento in se’, ma la mancata possibilità di elaborarlo: è importante quindi cercare di creare un clima relazionale che permetta al bambino di esprimere anche i sentimenti negativi (la naturale gelosia per un fratellino appena nato, il disappunto o l’ansia perché mamma torna al lavoro, lo spavento per un’operazione in ospedale ecc). Per far ciò, è fondamentale PREPARARE il bambino (quando possibile), agli avvenimenti, spiegandogli nel modo più semplice e sincero possibile cosa sta accadendo e cosa accadrà, ed aiutandolo ad esprimere cosa ne pensa e come si sente.
  • L’espressione dei vissuti del bambino può essere facilitata a parole, ma anche attraverso il gioco simbolico (con bambole, pupazzi o altri oggetti), o attraverso la lettura di storie che riguardano quel tema..se è la storia giusta lo capirete, perché vostro figlio vi chiederà di raccontarla ancora, ancora e ancora (il che vuol dire che funziona). Quando è nato il mio figlio più piccolo, leggevo al grande il libro di Pappamolla (http://www.ibs.it/code/9788883621741/blake-stephanie/pappamolla.html), e lui mi chiedeva di rileggerglielo mille volte al giorno! 🙂
  • Incoraggiare il bambino dando per scontato che recupererà l’abilità che ha perso “adesso non ti è riuscito di fare questa cosa (dormire, trattenere la pipì, stare senza ciuccio ecc), ma tu la hai già imparata e mamma è sicura che presto ti riuscirà di nuovo”, per trasmettergli fiducia nelle sue possibilità;
  • L’ultimo suggerimento, è quello di fornire al bambino che sta avendo una regressione, una possibilità aggiuntiva, rispetto al solito, di fare un “rifornimento affettivo”. Quindi prevedere dei momenti in cui si possa dedicare un po’ di tempo al bambino, magari in forma esclusiva, con coccole, abbracci, giochi o letture insieme.

Il presupposto fondamentale resta, da parte del genitore, essere il primo a non perdere la calma e a fidarsi del fatto che, una volta passato il momento di difficoltà, la competenza verrà recuperata da parte del bambino.
Un atteggiamento il più possibile positivo, aiuterà certamente il bambino a superare l’impasse.
A volte, se la regressione sembra perdurare, può essere utile consultare uno specialista, che vi può aiutare ad individuare le modalità di gestione che funzionano meglio, in ogni caso è sempre utile ricordarsi che lo sviluppo dei nostri bambini è UN PERCORSO, e che a volte è difficile accorgersi in tempo reale dell’utilità di ciò che facciamo oggi..semini gettati in questo momento, potrebbero richiedere tempo e germogliare più avanti, l’importante è continuare a credere che germoglieranno, ed avere fiducia che i nostri piccoli gamberi si trasformeranno in scattanti e preziose aragoste 😉 🙂

download (2)

Il baci(n)o di Giuda: conflitti ed aggressività fra bambini

Pictures6

Per introdurre il tema di oggi, voglio lanciarvi una piccola provocazione.

Immaginiamo una situazione tipica che si può creare fra bambini, al nido, a casa di amici o dei cugini, al parco: un bambino fruga nel sacchetto dei giochi di un altro bambino e si impossessa del camion più bello; il proprietario del camion, sbalordito, chiede il camion indietro, ma il primo bambino non mostra di avere intenzione di restituirlo…anzi inizia a giocarci….quindi il bimbo reagisce malissimo…piangendo, spingendo o magari mordendo..a quel punto accorrono le mamme, che invitano i bambini a fare pace e a darsi un bacino.
Tutto normale, no?

Ok.

Ora immaginiamo NOI STESSE, in un contesto adulto, ad esempio in ufficio. Una collega sta frugando nella nostra borsa e si è impossessata del nostro cellulare nuovo. Sbalordite, la invitiamo a posarlo ma lei non ci pensa nemmeno, anzi inizia a premere i tasti e ad utilizzarlo. La aggrediamo con male parole..siamo sconcertate…ma come si permette di fare una cosa del genere? In quel momento entra in stanza il capoufficio, nota la scena, e vi invita a “fare pace” e “darvi un bacino”.
Tutto normale, no?

…………………………………………
…non credo proprio, anzi credo che pensereste che il capo in pausa  abbia bevuto caffè corretto.. 😉

Questo esempio un po’ enfatizzato (ma non troppo), ci serve ad affrontare uno degli aspetti più importanti legati all’aggressività, ovvero la gestione di emozioni allo stesso tempo semplici e complesse come la rabbia.
La rabbia è una delle emozioni fondamentali e come tale è filogeneticamente determinata. Questo parolone significa semplicemente che è innata e che ha una funzione adattiva, ovvero serve per la sopravvivenza e l’evoluzione della specie. (Schachter 1964; Plutchik 1980, 1993; Izard 1977; Izard & Buechler 1980).
Sebbene molto spesso la parola “rabbia” venga utilizzata come sinonimo di aggressività e violenza, assumendo così una connotazione unicamente negativa, la rabbia assolve un ruolo anche “positivo” molto importante nella vita di ognuno di noi, poiché segnala la violazione dei propri diritti o la presenza di un ostacolo al raggiungimento di obiettivi personali.
Inoltre assolve anche la funzione di preparare all’azione, nel tentativo di riparare l’ingiustizia o il danno. Le ricerche hanno dimostrato che anche la sola comunicazione verbale e non-verbale (mimica facciale e postura) della propria rabbia esercita una certa influenza sul comportamento degli altri (M. Linehan, 2001).
Quindi, tornando ai nostri due esempi, la rabbia è “utile”, poiché segnala in modo fermo e deciso all’interlocutore, che non abbiamo intenzione di accettare una violazione.
Il bambino della scenetta nr 1 sta inviando UN SEGNALE e noi adulti non possiamo negarlo, farlo cadere, ignorarlo, invitandolo a fare un gesto che va nella direzione completamente opposta al suo vissuto, ossia dare un bacino.
Certo la riparazione, il conciliare, il “fare pace” è importante, ma appartiene ad un momento SUCCESSIVO, quando l’attivazione fisiologica è scemata.
Per lo stesso motivo, anche il semplice distrarre il bambino da una situazione conflittuale (“vieni,vieni a vedere alla finestra che passa il camion ecc…”), è una tecnica che si può utilizzare sporadicamente, ma se viene usata in modo sistematico diventa di nuovo un lasciar cadere o negare l’intenzione comunicativa del bambino.
E’ come dire: “ caro il mio bambino, provi un’emozione fondamentale, primaria, innata, che per te è importantissima per non far violare i tuoi diritti? E noi facciamo finta che tu non la stia provando, e che tu abbia invece voglia di dare un bacino o che sia certamente più interessato al panorama dalla finestra”.A questo punto capite che tale comportamento può ACUIRE i comportamenti di espressione della rabbia, nel tentativo del bambino di far comprendere ciò che sta provando.

Ma come fare allora?

Siamo adulti e dobbiamo vigilare, non possiamo certo lasciare che i bambini si picchino, si spingano o si mordano.
Se la rabbia di un bambino si traduce in comportamenti aggressivi, occorre come sempre fare un passo indietro e chiedersi alcune cose:

  1.  Il bambino in questione ha difficoltà comunicative? I bambini che ancora non parlano o che hanno problemi di linguaggio, non riuscendo ad esprimere i loro vissuti con le parole, utilizzano il canale fisico. Inoltre, più sono grandi e più il non riuscire ad esprimersi procura frustrazione, che aumenta lo stato di attivazione fisiologica e le riposte aggressive.
  2. Il bambino è abituato a risposte di tipo fisico? Se a casa usiamo sculaccioni, strattoni e modalità di questo tipo in risposta a capricci o rimostranze del bambino, non possiamo stupirci se il bambino le utilizza a sua volta.
  3. Il bambino è abituato all’assenza totale (o quasi) di limiti o regole? Come già spiegato nel post sui capricci, la mancanza di regole fa sì che i bambini non interiorizzino modalità adeguate di contenimento.

Fatte queste riflessioni, si può iniziare a pensare a come agire quando ci troviamo davanti ad un bambino che agisce la propria rabbia aggredendo un suo pari.

  •  Non caricare mai il comportamento del bambino di connotazioni MORALI = sei cattivo. Il comportamento si può commentare ma mai attribuendogli un’intenzionalità legata ad una connotazione morale negativa. E’ molto diverso considerare un bambino che morde come un bambino malvagio che fa apposta a fare male agli altri, o considerarlo come un bambino sano che difende i propri diritti ma non ha ancora imparato a farlo in un modo più opportuno e controllato;
  • Amplificare il vocabolario emotivo del bambino: a casa, parlare di emozioni, di rabbia, di tristezza, per favorire che lui stesso impari ad esprimere gli stati d’animo con le parole piuttosto che a gesti..con i bambini piccoli, si può anche costruire il “cubotto delle emozioni”, un cubo di cartone sulle cui facce incollare delle foto del bambino ritratto in diversi stati d’animo (rabbia ma anche gioia, tristezza, spavento, sorpresa ecc), ed utilizzare il cubo per denominare le emozioni ed abbinarle a diversi momenti della giornata.
  • Spiegare e nominare  le tappe intermedie del processo di gestione dell’emozione: spesso chiediamo ai bambini di passare da “arrabbiato” a “tranquillo” con un solo comando: “calmati!!”..peccato che il bambino, specie se con difficoltà di controllo, non sappia assolutamente come si fa a farlo. Io consiglio di far vedere ai bambini anche i passaggi che noi adulti diamo per scontati, verbalizzandoli. Ad esempio si può dire ai bambini: “uff, ho bruciato l’arrosto e sono MOLTO ARRABBIATA, adesso cerco di farmi passare l’arrabbiatura” (e come fai mamma?) “eh, faccio così…respiro un po’ più piano, cerco di pensare al perché mi sono arrabbiata tanto, magari cerco di stare da sola per un attimo..poi magari provo a pensare ad una cosa bella e tranquilla…e mi sento già meglio”. Potete nominare le cose che di solito veramente fate per calmarvi, insomma, fate vedere ai bambini che la rabbia è una cosa normale e la provano anche i grandi, solo che imparano (non tutti e non sempre, ma non diteglielo ;-)!!) delle tecniche per gestirla.

Il punto di partenza comunque deve essere sempre NON NEGARE l’emozione del bambino, ma fargli capire che può esprimerla in altri modi. Vi scrivo qui sotto una delle frasi che io consiglio, come sapete non è applicabile a tutti i bambini in modo indifferenziato come una formula magica..occorre modificarla ed adattarla all’età del bambino, al carattere, al carattere anche del genitore in modo che non sembri finto mentre la dice, ma ciò che mi preme trasmettervi è IL SENSO:

“Matteo, ho capito che sei molto arrabbiato perché Francesco ti ha preso il camion, ma non posso lasciare che tu lo picchi perché gli fai male, e ti devo fermare finchè non avrai imparato a fermarti da solo. Cerchiamo insieme dei modi per dirgli quanto sei arrabbiato e farti restituire il camion”.

Tornate qui sul blog a dirmi se funziona??  🙂

Compiti a casa & poiane – Parte 1

Pictures2

SCENA 1 (elementari-medie)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il bambino DOVREBBE fare i compiti…
“Gigetto, fai i compiti”
“Dopo, mamma”
….passa un’ora (lego, cartoni, carte di Yu- Gi-Oh, cartoni, lego)
“Gigetto, adesso fai i compiti!” (Tono già leggermente alterato)
“Sì mamma, ora li inizio”
…..’passa un’altra mezz’ora (tablet, gormiti, cartoni)
“Puoi dire a TUO figlio di fare i compiti?”
“Gigetto, fai i compiti ORA!” (Tono imperativo da pater-familias)
…………………………..(nessuna risposta)…………………..
“Gigetto!!” (Urlando, si alza dal divano e va a prendere il figlio in camera).
Segue lite da manuale….grida, pianti, rimproveri.
Epilogo:
Mamma e/o papà abbandonano le loro attività, scuotendo la testa; Gigetto controvoglia si siede al tavolo, ancora singhiozzando per la scenata, uno dei due genitori a fianco a lui:
“allora, apri il libro, a pag 45, ora scrivi, qui, no hai sbagliato cancella, ma stai ascoltando? Dai, riscrivi, su avanti ora prendi la penna rossa, dai adesso scrivi…”

SCENA 2 (medie-superiori)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il ragazzo DOVREBBE fare i compiti…
“Gigione, fai i compiti”
“Ok, mamma” (si chiude in camera, modalità: DO NOT DISTURB, E’ IN CORSO LA FISSIONE DELL’ATOMO)
Seguono fasi fondamentali del pomeriggio di studio:
-Preparazione postazione di lavoro (mettere a posto i pennarelli in ordine di colore, estrarre i libri, impilarli, creare una torre, notare che la torre tende a cadere, temperare le matite, accorgersi che si è persa la matita nera, cercarla, preparare evidenziatori di vari colori, provarli per vedere se sono scarichi): 45 min;
-Preparazione social network per non sentirsi soli nel duro lavoro dello studente (accensione facebook, ask, cellulare pronto su whatsapp): 15 min;
-Controllo dei suddetti social network per non perdersi importanti notizie di eventi occorsi negli ultimi 5 minuti: 30 min;
-Preparazione vettovaglie da sgranocchiare studiando, al fine di sostenere il fisico e recuperare le energie perse (succo, merendine, snack, caramelle varie): 10 min;
-Inizio lettura argomento studio con sottolineatura: 5 min
-Pausa per recuperare la stanchezza (play-station, nintendo, wii, social network, ipod): 50 min
“Gigione, hai studiato?”
“Sì mamma”
Epilogo:
Sul diario, scritto in rosso:
Interrogazione di storia: Gigione si presenta impreparato, pur affermando di aver studiato, voto: 3

Vi ci ritrovate?
Quali siete dei due scenari?
Siete genitori “poiane”, che stanno addosso ai ragazzi per farli studiare, oppure li lasciate soli ad affrontare il panico da scrivania?
Come si fa, quando i nostri ragazzi non vogliono studiare? E’ meglio incalzarli, col rischio che deleghino sempre a noi, o lasciarli stare, col rischio che non studino niente?

Argomento molto complesso, lo dividerò in più post perché sarebbe troppo lungo.

Partiamo da una considerazione..sulla motivazione allo studio incidono molti fattori diversi, alcuni legati alla personalità, alcuni legati all’ambiente (casalingo, scolastico, sociale), alcuni alla maturazione cognitiva.
Escludiamo per il momento difficoltà specifiche come ad esempio i disturbi di apprendimento o altro, e concentriamoci su un alunno “normale” (le virgolette sono d’obbligo: come diceva Basaglia” visto da vicino, nessuno è normale”)
Cos’è che supporta la motivazione e la buona riuscita del percorso scolastico?
Ci sono dei fattori ambientali facilitanti: fornire un buon esempio (vedere i genitori che leggono o studiano funziona molto di più che ripetere al bambino che deve leggere o studiare), leggere al bambino fin da piccolo, ancora prima dei tre anni, quando il cervello è al massimo delle sue potenzialità di “assorbimento” (le ricerche lo hanno dimostrato in modo inequivocabile), avere la fortuna di poter contare, in classe, su una valida maestra.
Ma quando si è a casa?
Fare o non fare i compiti con il bambino?
Se l’obiettivo è solo quello di “far entrare in testa”, volenti o nolenti, le cose imparate a scuola, allora può anche andare bene fare i compiti con un genitore.
Io sono però convinta che ci siano altri obiettivi PIU’ IMPORTANTI del semplice acquisire delle conoscenze, ovvero:

–          Far sì che il bambino impari ad organizzarsi in modo autonomo un lavoro che deve svolgere; pensando ad un futuro lavorativo, la dote più richiesta non è certo quella di saper scrivere sotto dettatura, poiana alle spalle, bensì quella di saper valutare quanto tempo occorre per fare un lavoro, organizzarlo e svolgerlo in autonomia, rispettando i tempi concordati);
–          Far sì che il bambino sviluppi una motivazione INTRINSECA allo studio e non ESTRINSECA (faccio i compiti perché sono una cosa mia che mi piace, non perché mamma o la maestra mi obbligano o mi premiano/puniscono). La motivazione intrinseca è un buon indicatore di successo scolastico;
–          Far sì che il bambino sviluppi un senso di autostima e autoefficacia (riesco ad eseguire e completare da solo un lavoro che mi è stato affidato, sono competente)
–          Dare un feedback alle maestre in merito al loro operato (se i compiti sono sempre tutti giusti perché sono stati corretti dai genitori, le insegnanti si rendono meno conto di quali cose è necessario rispiegare).
Se teniamo a mente questi obiettivi, risulta chiaro come l’aiuto costante dei genitori durante i compiti assegnati a casa, non sia per nulla proficuo.
Io invece consiglio di:
–          Parlare chiaramente al bambino del fatto che i compiti sono una cosa SUA, lui ne è il CAPO, e sono una cosa molto importante (valorizzando anche la scuola, non dire che è una scocciatura ecc);
–          Aiutarlo ad immaginare come può organizzarsi per farli (es perché non li dividi, metà oggi e metà domani..ecc), il che non vuol dire organizzargli in toto il lavoro;
–          Se il bambino vuole seguire una sua modalità organizzativa, LASCIARLO FARE, anche correndo il rischio che non riesca a finirli; se questo accade, non mortificare il bambino con frasi come “ecco, hai visto, te l’avevo detto che non li finivi”, ma sostenerlo nel suo tentativo dicendo frasi come “oggi non ti sei organizzato bene, la prossima volta sicuramente farai meglio” (La volta successiva invitarlo a tenere conto di quanto accaduto nel tentativo precedente)
–          Assicurarsi che il bambino abbia la tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro (niente fratelli che disturbano, musica o tv accesa ecc)
–          Proporre al bambino al termine dei compiti di guardare insieme il lavoro che avrà svolto e lodarlo per il fatto che l’ha svolto in autonomia;
–          Proporsi al bambino come interlocutore per le lezioni da imparare ORALMENTE (“mi dici la poesia, mi vuoi ripetere la lezione di geografia?”, ecc) oppure come aiuto nei casi in cui il bambino non abbia compreso una regola, limitarsi a spiegare la regola o la consegna, poi lasciar continuare il bambino da solo.

Nella seconda parte del post affronterò meglio il tema della motivazione e del metodo di studio, riferendomi anche ai ragazzi più grandi..nel frattempo..che ne pensate?

Capricci, querce e teoria della mente

capricci

Incredibile ma vero, uno dei motivi principali di accesso alla consulenza psicologica sono i capricci.
La cosa sembrerà strana, eppure e’ reale..può capitare che i genitori si trovino davvero in difficoltà nella gestione di questi momenti, capita che il capriccio diventi oggetto di lite con i nonni o fra i genitori stessi, perché non ci si trova d’accordo su come affrontarlo e si adottano strategie discordanti. Provo quindi ad infilarmi in questo ginepraio e a dire cosa ne penso.
Per capriccio intendiamo solitamente un rifiuto o un desiderio/richiesta espressa da parte del bambino in maniera ostinata, con pianto, grida, urla, richiesta che appare essere particolarmente duratura e resistente a qualsiasi tentativo di conciliazione o convincimento da parte del genitore.
Ciò che spesso mette in difficoltà, e’ il non capire se il bambino stia facendo un capriccio vero e proprio, quindi legato ad un desiderio pretestuoso ed effimero, o se invece il bambino sia realmente in difficoltà, perché mamme e papà ritengono che nel primo caso sia necessario “tenere duro”, e nel secondo si debba invece accontentare il bambino.
Io credo che la risposta sia (quasi) sempre: entrambe le cose.
Iniziamo a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti; il capriccio in quanto tale, va di pari passo con l’acquisizione di un senso di sè. Un bambino inconsapevole di essere un individuo separato, non fa capricci, esprime solo disagi. Un lattante che piange, lo fa perchè e’ il suo modo di comunicare un disagio, ma non fa capricci, pertanto è inutile, se non dannoso, provare ad estinguerli con tecniche educative.
Il capriccio vero e proprio emerge invece intorno ai due anni (non a caso vengono definiti TT terrible two), quando appunto il bambino inizia a differenziarsi dalla madre. E’ esperienza comune che la mamma dica un NO e il bambino SI DISPERI, in modo talvolta ritenuto eccessivo o spropositato rispetto al no ricevuto. Il motivo e’ che tramite quel NO, il bambino esperisce la SEPARATEZZA, tocca con mano che la mamma è diversa da lui e ha una mente divisa dalla sua, che pensa cose diverse. Sono i pensieri che mostrano l’avvento di una primaria forma di TEORIA DELLA MENTE, ovvero la capacita di noi umani di pensare a cosa pensa un altro e di rendersi conto che pur esistendo un’unica realtà, persone diverse in tempi diversi possono rappresentarsela in maniera differente. Tale importantissima competenza verrà poi via via perfezionata fino ai 4-5 anni.
Quindi il bambino non piange solo per il no, ma anche perchè ogni no rappresenta un piccolo strappo, un passetto di distanza dall’illusione di essere un tutt’uno con la mamma.
Questo mette ancora più in crisi il povero genitore! Oddio, allora il no farà davvero male al bambino!
Ma no, state tranquilli, non e’ così.
Per capire il motivo, introduco quello che in psicologia si chiama il PIANO DI REALTA’ (ovvero semplicemente: la realtà!), e vi faccio un piccolo esempio. Mettiamo che domani vi chiamino al CERN per lavorare sui bosoni. Siccome ritengo piuttosto improbabile che il mio blog venga letto da qualche fisico nucleare, credo che vi sentireste piuttosto in ansia ed impreparati, di fronte a questa richiesta. Credo che il pensiero di dover fare qualcosa che sapete di non essere in grado di fare, vi agiterebbe moltissimo. Forse vi arrabbiereste anche, perchè accidenti, quel lavoro lì dovrebbe farlo qualcun altro.
Ecco, per un bambino piccolo è la stessa cosa. Loro sanno di non essere assolutamente in grado di auto-gestirsi e di occuparsi di se stessi, ed il limite dato dal genitore rassicura, perché fa toccare loro con mano che non viaggiano su una nave senza nocchiero, ma che saldamente al timone c’e’ un genitore che sa guidare la nave, oh che bello e che relax, sapere di essere nelle mani di una persona competente, che sa gestire venti, tempeste, rallentamenti e accelerazioni (no, non quelle dei bosoni).
Questo ci fa capire che la prima chiave di volta per gestire i capricci e’ una parola che piace tanto a noi psicologi: la RELAZIONE: i bambini, come noi del resto, non accettano di far timonare la loro nave da qualcuno di cui non si fidano ciecamente e col quale non sono in contatto. Se non ci credete fate una prova: tenete a mente una cosa che avete chiesto spesso ai vostri bambini, senza successo; prendetevi uno spazio per giocare con loro, al lego, alle bamboline, alla casetta…poi riprovate a chiedere la stessa cosa e tornate qui sul blog a dirmi se la risposta e stata diversa.
Inoltre, una buona relazione rassicura il bambino su ciò che dicevamo prima riguardo alla separatezza: un buon rifornimento affettivo ed un surplus di coccole e conferme lo aiutano a superare la paura del distacco.
Purtroppo però, il semplice instaurarsi di una buona relazione, anche se importante, non basta…sarebbe stato troppo facile 🙂 e qui si inserisce la parola chiave dell’educazione, quando si ha a che fare con i capricci…questa parola è CREDIBILITA’. Se siete credibili, siete quasi a cavallo. Se non siete credibili, i bambini lo fiuteranno e non smetteranno di deliziarvi con varie scene e richieste..anche perche avranno visto che se si impegnano ed insistono abbastanza, la tecnica funziona.
Vi faccio alcuni esempi, leggendoli vi prego, non sentitevi giudicati, perché vi confesso già a priori che molte di queste cose sono successe anche a me, come genitore (credevate forse che le mamme psicologhe fossero immuni?).

1 cercare di far smettere di urlare i vostri figli, urlando a vostra volta

2 cercare di far capire che non devono continuare a rispondere, continuando a ripeterglielo

3 minacciare una punizione, e non rispettarla perché siete troppo stanchi

4 cercare di estinguere un comportamento violento utilizzando gli schiaffi o gli sculaccioni.

Vedete anche voi le incongruenze? Notate che se a parole date un messaggio, tutto il resto della vostra comunicazione esprime il contrario, e che quindi non siete coerenti nè credibili?
Come agire,quindi?
La prima cosa da fare di fronte ai capricci, e’ la solita: un passo indietro, anzi, due o tre.

Il primo, per ascoltarvi: se siete troppo stanchi, avete avuto una giornata terribile al lavoro, avete mal di testa o non siete in forma, e vi rendete conto che non ce la farete ad affrontare un braccio di ferro, siate permissivi DA SUBITO; meglio un si, stasera puoi guardare la tv, detto alla prima richiesta, che un no che poi diventa un ni e alla fine un si.
Siamo umani, umanamente limitati, meglio saperlo.
Secondo passo indietro: esaminate lo stile educativo dei vostri genitori:erano severi? Inflessibili? Permissivi? Distratti? Invadenti? Anche qui, meglio saperlo, i modelli interni sono subdoli e si ripropongono quando meno ve lo aspettate, specie nei momenti di stress e tensione.
Terzo passo indietro: osservate vostro figlio/a: perchè sta facendo questo capriccio? Cosa vi sta chiedendo veramente?

Fatto ciò, potete provare ad applicare qualche strategia.
Date poche regole, quelle per voi più importanti, ma CHIARE ED ESPLICITATE; anche ad un bambino molto piccolo si può descrivere una regola, e su queste poche regole siate coerenti, ferrei, zen, immobili, trasformatevi in una quercia, non serve gridare o alzare la voce, il bambino deve capire che siete solidi, e il limite che avete posto, purchè sensato ed adatto all’età del bambino, non è oggetto di contrattazione.
Molto spesso i genitori utilizzano lo schema che ho illustrato nel grafico sottostante: la cosa che mamma o papà desiderano ottenere dal bambino viene richiesta X volte, ripetuta, ripetuta, ripetuta, in un’escalation di rabbia progressiva che arriva al punto di non ritorno…a quel punto viene dato uno stop {un grido forte, una sculacciata ecc), e l’escalation si interrompe, con lacrime e sensi di colpa da tutte e due le parti, il bambino perchè si è accorto di aver fatto perdere il controllo alla mamma (quindi deve essere davvero un bambino incontrollabile e cattivo), e la mamma perchè  ha trattato malissimo il suo piccolo.

grafico

Ma vi siete mai chiesti PERCHE’ voi ripetete quella cosa così tante volte?

Qual è realmente il motivo? La ripetizione ha mai avuto successo? Sperate che fra la prima e la ventesima volta accada un miracolo, che la luce divina dell’obbedienza investa il vostro bambino e che lui cambi idea e vi dica di si? Pensate che non abbia capito la richiesta e ritenete necessario ripetergliela? Vi dò una notizia che in cuor vostro sapete da sempre: vostro figlio ha capito ciò che gli avete chiesto gia’ alla ripetizione nr 1, i più svegli (la maggior parte), addirittura prima, dal vostro tono e dalla vostra comunicazione non verbale.
Quindi, spiegate ciò che volete una prima volta, in modo calmo e chiaro; spiegatelo una seconda volta (così, perché siete magnanimi e volete dare a vostro figlio il beneficio del dubbio), ma poi basta ripetere, e’ il momento di diventare quercia, inamovibili, ricordatevi, voi avete il bastone della saggezza e non siete ricattabili o convincibili.
Certo, c’e’ una piccolissima controindicazione a questo metodo, applicarlo presuppone TEMPO, perchè magari per ottenere che nostro figlio si lavi semplicemente i denti dovrete stare lì e resistere, resistere alle lusinghe, agli attacchi, alla stanchezza, alle lacrime, e far passare dei minuti che non sempre abbiamo a disposizione (penso ai capricci del mattino, quando bisogna uscire per andare a scuola o al lavoro).
Vi capisco, ma sappiate che il tempo ‘perso’ e’ in realta’ investito, perchè molti capricci, così, si estingueranno.
Certo ci sono situazioni particolarmente difficili, con bambini un po’ più grandi, quali quelle ad esempio del disturbo oppositivo provocatorio o della ribellione adolescenziale..vi prometto di prendermi il tempo di affrontare anche questi argomenti, che so che stanno a cuore a molte mamme.

Nel frattempo, parola d’ordine…quercia 😉

Torrita di Siena-20121209-00779