“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

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Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck

Il baci(n)o di Giuda: conflitti ed aggressività fra bambini

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Per introdurre il tema di oggi, voglio lanciarvi una piccola provocazione.

Immaginiamo una situazione tipica che si può creare fra bambini, al nido, a casa di amici o dei cugini, al parco: un bambino fruga nel sacchetto dei giochi di un altro bambino e si impossessa del camion più bello; il proprietario del camion, sbalordito, chiede il camion indietro, ma il primo bambino non mostra di avere intenzione di restituirlo…anzi inizia a giocarci….quindi il bimbo reagisce malissimo…piangendo, spingendo o magari mordendo..a quel punto accorrono le mamme, che invitano i bambini a fare pace e a darsi un bacino.
Tutto normale, no?

Ok.

Ora immaginiamo NOI STESSE, in un contesto adulto, ad esempio in ufficio. Una collega sta frugando nella nostra borsa e si è impossessata del nostro cellulare nuovo. Sbalordite, la invitiamo a posarlo ma lei non ci pensa nemmeno, anzi inizia a premere i tasti e ad utilizzarlo. La aggrediamo con male parole..siamo sconcertate…ma come si permette di fare una cosa del genere? In quel momento entra in stanza il capoufficio, nota la scena, e vi invita a “fare pace” e “darvi un bacino”.
Tutto normale, no?

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…non credo proprio, anzi credo che pensereste che il capo in pausa  abbia bevuto caffè corretto.. 😉

Questo esempio un po’ enfatizzato (ma non troppo), ci serve ad affrontare uno degli aspetti più importanti legati all’aggressività, ovvero la gestione di emozioni allo stesso tempo semplici e complesse come la rabbia.
La rabbia è una delle emozioni fondamentali e come tale è filogeneticamente determinata. Questo parolone significa semplicemente che è innata e che ha una funzione adattiva, ovvero serve per la sopravvivenza e l’evoluzione della specie. (Schachter 1964; Plutchik 1980, 1993; Izard 1977; Izard & Buechler 1980).
Sebbene molto spesso la parola “rabbia” venga utilizzata come sinonimo di aggressività e violenza, assumendo così una connotazione unicamente negativa, la rabbia assolve un ruolo anche “positivo” molto importante nella vita di ognuno di noi, poiché segnala la violazione dei propri diritti o la presenza di un ostacolo al raggiungimento di obiettivi personali.
Inoltre assolve anche la funzione di preparare all’azione, nel tentativo di riparare l’ingiustizia o il danno. Le ricerche hanno dimostrato che anche la sola comunicazione verbale e non-verbale (mimica facciale e postura) della propria rabbia esercita una certa influenza sul comportamento degli altri (M. Linehan, 2001).
Quindi, tornando ai nostri due esempi, la rabbia è “utile”, poiché segnala in modo fermo e deciso all’interlocutore, che non abbiamo intenzione di accettare una violazione.
Il bambino della scenetta nr 1 sta inviando UN SEGNALE e noi adulti non possiamo negarlo, farlo cadere, ignorarlo, invitandolo a fare un gesto che va nella direzione completamente opposta al suo vissuto, ossia dare un bacino.
Certo la riparazione, il conciliare, il “fare pace” è importante, ma appartiene ad un momento SUCCESSIVO, quando l’attivazione fisiologica è scemata.
Per lo stesso motivo, anche il semplice distrarre il bambino da una situazione conflittuale (“vieni,vieni a vedere alla finestra che passa il camion ecc…”), è una tecnica che si può utilizzare sporadicamente, ma se viene usata in modo sistematico diventa di nuovo un lasciar cadere o negare l’intenzione comunicativa del bambino.
E’ come dire: “ caro il mio bambino, provi un’emozione fondamentale, primaria, innata, che per te è importantissima per non far violare i tuoi diritti? E noi facciamo finta che tu non la stia provando, e che tu abbia invece voglia di dare un bacino o che sia certamente più interessato al panorama dalla finestra”.A questo punto capite che tale comportamento può ACUIRE i comportamenti di espressione della rabbia, nel tentativo del bambino di far comprendere ciò che sta provando.

Ma come fare allora?

Siamo adulti e dobbiamo vigilare, non possiamo certo lasciare che i bambini si picchino, si spingano o si mordano.
Se la rabbia di un bambino si traduce in comportamenti aggressivi, occorre come sempre fare un passo indietro e chiedersi alcune cose:

  1.  Il bambino in questione ha difficoltà comunicative? I bambini che ancora non parlano o che hanno problemi di linguaggio, non riuscendo ad esprimere i loro vissuti con le parole, utilizzano il canale fisico. Inoltre, più sono grandi e più il non riuscire ad esprimersi procura frustrazione, che aumenta lo stato di attivazione fisiologica e le riposte aggressive.
  2. Il bambino è abituato a risposte di tipo fisico? Se a casa usiamo sculaccioni, strattoni e modalità di questo tipo in risposta a capricci o rimostranze del bambino, non possiamo stupirci se il bambino le utilizza a sua volta.
  3. Il bambino è abituato all’assenza totale (o quasi) di limiti o regole? Come già spiegato nel post sui capricci, la mancanza di regole fa sì che i bambini non interiorizzino modalità adeguate di contenimento.

Fatte queste riflessioni, si può iniziare a pensare a come agire quando ci troviamo davanti ad un bambino che agisce la propria rabbia aggredendo un suo pari.

  •  Non caricare mai il comportamento del bambino di connotazioni MORALI = sei cattivo. Il comportamento si può commentare ma mai attribuendogli un’intenzionalità legata ad una connotazione morale negativa. E’ molto diverso considerare un bambino che morde come un bambino malvagio che fa apposta a fare male agli altri, o considerarlo come un bambino sano che difende i propri diritti ma non ha ancora imparato a farlo in un modo più opportuno e controllato;
  • Amplificare il vocabolario emotivo del bambino: a casa, parlare di emozioni, di rabbia, di tristezza, per favorire che lui stesso impari ad esprimere gli stati d’animo con le parole piuttosto che a gesti..con i bambini piccoli, si può anche costruire il “cubotto delle emozioni”, un cubo di cartone sulle cui facce incollare delle foto del bambino ritratto in diversi stati d’animo (rabbia ma anche gioia, tristezza, spavento, sorpresa ecc), ed utilizzare il cubo per denominare le emozioni ed abbinarle a diversi momenti della giornata.
  • Spiegare e nominare  le tappe intermedie del processo di gestione dell’emozione: spesso chiediamo ai bambini di passare da “arrabbiato” a “tranquillo” con un solo comando: “calmati!!”..peccato che il bambino, specie se con difficoltà di controllo, non sappia assolutamente come si fa a farlo. Io consiglio di far vedere ai bambini anche i passaggi che noi adulti diamo per scontati, verbalizzandoli. Ad esempio si può dire ai bambini: “uff, ho bruciato l’arrosto e sono MOLTO ARRABBIATA, adesso cerco di farmi passare l’arrabbiatura” (e come fai mamma?) “eh, faccio così…respiro un po’ più piano, cerco di pensare al perché mi sono arrabbiata tanto, magari cerco di stare da sola per un attimo..poi magari provo a pensare ad una cosa bella e tranquilla…e mi sento già meglio”. Potete nominare le cose che di solito veramente fate per calmarvi, insomma, fate vedere ai bambini che la rabbia è una cosa normale e la provano anche i grandi, solo che imparano (non tutti e non sempre, ma non diteglielo ;-)!!) delle tecniche per gestirla.

Il punto di partenza comunque deve essere sempre NON NEGARE l’emozione del bambino, ma fargli capire che può esprimerla in altri modi. Vi scrivo qui sotto una delle frasi che io consiglio, come sapete non è applicabile a tutti i bambini in modo indifferenziato come una formula magica..occorre modificarla ed adattarla all’età del bambino, al carattere, al carattere anche del genitore in modo che non sembri finto mentre la dice, ma ciò che mi preme trasmettervi è IL SENSO:

“Matteo, ho capito che sei molto arrabbiato perché Francesco ti ha preso il camion, ma non posso lasciare che tu lo picchi perché gli fai male, e ti devo fermare finchè non avrai imparato a fermarti da solo. Cerchiamo insieme dei modi per dirgli quanto sei arrabbiato e farti restituire il camion”.

Tornate qui sul blog a dirmi se funziona??  🙂