Spoiler alert: cinque cose che nessuno vi dirà sull’essere mamma

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Io con le mamme ci parlo ogni giorno, ascolto le loro preoccupazioni, condivido le loro lacrime, rido con loro e gioisco con loro, parlare con le mamme è la parte che preferisco del mio lavoro. ❤
Allora in questo giorno speciale, voglio dirvi un po’ di cose che ho capito. Sono cose che vanno un po’ controcorrente, rivoluzionarie, condividetele solo con persone speciali, mi piacerebbe che si creasse una piccola carboneria di ‘mammitudini’ alternative 🙂
Partiamo quindi con questi cinque spoiler!

Primo:  mantenete la bussola, non fatevi rincoglionire (termine psico-tecnico!) dalla pressione della società e degli altri, mantenete il focus su quello che è veramente importante per voi e per i vostri figli. In questa epoca social dobbiamo sempre essere tutte performanti, truccate, pettinate, sempre sorridenti, mai scazzate, efficienti ed efficaci, dobbiamo saper fare tutto e i nostri figli devono essere anche loro sempre sorridenti,  vestiti bene, non tirannici e mai capricciosi… Certo. Come no.

La verità amiche mie è che queste cose sono marginali, a vostro figlio per il compleanno non gliene frega un cavolo di avere 800 invitati, i clown, gli animatori, gli sbandieratori, i fuochi artificiali, la torta di pasta di zucchero di 7 piani (per la preparazione della quale vi siete dovute impegnare l’orologio d’oro dello zio Venanzio e smadonnato di notte di fronte a tutorial del boss delle torte) L’equazione (infallibile) del piccolo Mugnaio Bianco recita:  “per quanto scenografica e buonissima sia la torta che avete fatto, vostro figlio vi dirà SEMPRE che voleva “a totta coee steiine” (torta pan di stelle, mulino bianco, carrefour reparto biscotti, costo: €5,19). 
A vostro figlio servono amici del cuore, bimbi che può frequentare spesso e con i quali crescere e rapportarsi, serve che voi manteniate buoni rapporti con nonni e zii, cugini, servono prati per giocare a palla, giochi stupidi organizzati PER e CON loro (alcune idee incredibili ed innovative: gioco della scopa, nascondino, caccia al tesoro, rialzo, ecc).
Fregatevene di questa sovraesposizione social che rende tutti apparentemente performanti e felici, sappiate che le altre mamme sono come voi, ignorate ciò che si dice nei gruppi Whatsapp (le mamme su Whatsapp si trasformano in creature chimeriche, metà ansia e metà spammatrici di foto inutili)  e comunque i figli non vogliono delle mamme perfette, anche perché con una mamma perfetta ci si sente a propria volta in dovere di essere perfetti (ansiaaa!!), i figli vogliono delle mamme felici, realizzate, serene il più possibile, che vivano la loro vita, fatta anche di cose che non li riguardano, a meno che non vogliate crescere dei narcisi indolenti e passivi, convinti che tutto ruoti intorno a loro; datemi retta, lasciate perdere, fate un favore alle vostre future nuore e ai vostri futuri generi.

Secondo: i vostri figli hanno bisogno di voi per un sacco di cose diverse, non solo perché li coccoliate e li ammiriate nelle cose che fanno, ma anche perché sosteniate la loro crescita e li alleniate ad affrontare le difficoltà. Quindi non cercate di togliere davanti a loro tutti gli ostacoli, lasciateglieli affrontare, dategli la possibilità di scoprire la loro forza di carattere, la loro resilienza, alternate momenti in cui fate voi per loro a momenti in cui lasciate che facciano loro per loro stessi, abbiate cura di tutte e due queste parti dell’essere genitore: proteggere e allenare alla vita.
Stessa cosa dicasi per le emozioni, i bambini non hanno bisogno che gli togliate le emozioni negative (vedi anche post QUI: ), nessuno desidera essere distolto da un’emozione che prova, non dovete sempre distrarre, distogliere, razionalizzare, compensare: la vostra presenza e vicinanza anche mentre i vostri figli provano emozioni forti, è tutto ciò che serve.

Terzo: i vostri figli vi amano, non dimenticatevelo, mai, nemmeno quando vi dicono ‘brutta, cattiva, ti odio’, un genitore non è degno di essere chiamato tale se il proprio figlio non ha pensato almeno un po’ di volte ‘ti odio’, la forza che li spinge ad entrare in contrasto con noi non ha nulla a che fare con il legame, il pensare che vostri figli non vi vogliano bene insinua un tarlo shakespeariano nella vostra testa e non vi consente più di fare il vostro lavoro, di andare fino in fondo quando sentite che dovete mettere un limite e tenere duro. Ah, per inciso: il 70-80% del lavoro del genitore, ad ogni età, è semplicemente resistere resistere resistere, tenere duro, tenere duro quando abbiamo detto no e loro insistono, tenere duro quando ci sollecitano in ogni modo e testano la nostra tenuta per vedere se siamo in grado di reggerli e contenerli, fare il vigile urbano, il cane da guardia, la quercia secolare (scopri QUI il metodo quercia), essere un punto fermo, un porto sicuro nel quale approdare anche durante la burrasca.

Quarto: i bambini ci mandano segnali, in continuazione, molti di questi segnali sono mascherati, cercate di non credere al messaggio superficiale ma di leggere quello più profondo, anche quando vi stanno dicendo ti odio sei cattiva in realtà stanno dicendo ho bisogno di te, aiutami ad affrontare questo limite, aiutami a gestire queste emozioni forti, non vi fate fregare dai messaggi mascherati, perchè anche quando non sembra, loro hanno bisogno di voi, voi siete davvero importanti. Parallelamente, ricordatevi che non tutto dipende da voi,  noi mamme certamente siamo professioniste nel fare errori e ci prendiamo le nostre colpe, ma con buona pace di Freud dovete sapere che i figli nascono con un loro temperamento individuale, e nel loro percorso incontreranno educatori, insegnanti, maestre, amici, amori, preti e allenatori, compagnie ‘buone’ e ‘cattive’, persone che influenzeranno la loro crescita, rilassiamoci, non dipende sempre tutto da noi.

Quinto: se sentiamo che invece siamo proprio noi che sbagliamo alcune cose, teniamo a mente che possiamo riparare, non siamo onnipotenti, diamo per assodato che molte volte sbaglieremo o non saremo in grado di aiutarli, se ci rendiamo conto di fare degli errori ripariamoli in seguito, questo comportamento servirà loro da esempio ed apprenderanno a chiedere scusa e a rimediare agli errori. (Le future nuore ringrazieranno). Se ci accorgiamo che su certe cose sbagliamo sempre, sempre sulle stesse, andiamo a fondo nel comprenderle; a fare i genitori si impara implicitamente dai propri genitori e a volte questo comporta delle difficoltà, sappiate che non basta cercare di ‘fare il contrario di quello che faceva mia madre’, la cosa che funziona di più è prendersi uno spazio per ripensare alla propria esperienza di figlio e costruirne una narrazione alternativa, vi consiglio caldamente di farlo se vi rendete conto che ci sono dei nodi aspri che si ripetono sempre e che non riuscite a dipanare, fatelo senza paura perché rileggendo la vostra storia di figli cambierete completamente quella di genitori.

Concludo con due cose, una per i papà, i mariti e i compagni: abbiamo bisogno di voi, i figli sono impegnativi e bisogna affrontarli in assetto da falange romanaabbiamo bisogno di fare squadra, non abbiamo bisogno che ci razionalizziate le cose e spesso nemmeno che ci troviate chissà quali soluzioni a stanchezze e problemi che sono fisiologici, a volte vogliamo solo lamentarci e che voi possiate reggerlo (Sì, a volte anche il lavoro del partner è semplicemente quello di reggere).

Un suggerimento salvavita per i papà: evitate frasi come “sei sempre nervosa!”, “devono arrivarti le tue cose?” “Mi sembri tua madre!”, apprezzabili invece frasi come “tesoro riposati ci penso io ai piatti stasera”, “tesoro perché non lasciamo stare i lavori per adesso e ci sdraiamo insieme sul divano a farci due coccole?” (no, metterle una mano sulla tetta dopo 3 secondi netti non rientra nel concetto di “farsi le coccole”), “ti ho comprato il cioccolato fondente e il rum Zacapa invecchiato, te ne porto un goccetto?”.

Il mio ultimo pensiero è per una carissima amica che non riesce ad avere bambini: come tante altre donne ha vissuto più volte la gioia del test di gravidanza e la fatica di non riuscire a portarla avanti, il lutto, la speranza e la disperazione…questa amica mi ha fatto da mamma molte volte, mi ha accudita in momenti difficili come quelli in cui stavo per perdere anche io il mio bambino, mi ha coccolata, spronata, mi ha portato le schifezze perchè io potessi mangiarle a letto e si è sobbarcata fatiche perché io potessi riposare, mi ha sostenuta moralmente e operativamente, ha fatto tutto ciò in modo assolutamente naturale ed identico a quello di una madre qualsiasi. A lei e a tutte le “diversamente mamme” va il mio abbraccio più stretto in questa giornata, vi auguro di riuscire a trovare un senso per ciò che vi sta accadendo e di poter comunque esprimere tutto l’amore e la bellezza che c’è in voi.

AUGURI!!

 

Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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Allattamento prolungato, cosleeping, maternità ad alto contatto: stili di accudimento e “intrusione educativa”

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“Vivimi senza paura
Anche se hai tutto il mondo contro
Lascia l´apparenza e prendi il senso
E ascolta quello che ho qui dentro”
-Laura Pausini-

Una donna cammina in un supermercato, con il suo carrello della spesa, fra le corsie. Lo riempie  con i suoi prodotti preferiti. Alla cassa, un’ altra donna le si avvicina, guarda il carrello, e la apostrofa dicendole: “ma perchè ha comprato questi cereali? Non sa che quegli altri fanno meglio alla salute? E come mai gli assorbenti con le ali? Perchè il caffè decaffeinato? Non sa che il cioccolato fondente è migliore di quello al latte?”

Non proseguo oltre, credo tutti abbiate pensato nella migliore delle ipotesi che la signora è una gran rompiscatole, nella peggiore, che è una matta scatenata  🙂

Quando si tratta di bambini, però, lo scenario cambia: è esperienza comune di ogni mamma, infatti, che qualche signora le si sia avvicinata, ai giardinetti, al supermercato, in coda alla posta ecc, fornendo suggerimenti non richiesti: “ma non gli mette/toglie il cappellino? Fa caldo! Guardi che è messo storto! Ma non è grande per il ciuccio? Ma gli dà già il biscotto?” ecc..
Negli anni, mi sono data una spiegazione di questo strano fenomeno: i bambini non appartengono solo ai propri genitori, ma anche “alla comunità”..sono il futuro della specie, patrimonio comune, ed in questo senso, ci si può sentire in dovere/diritto di dare un consiglio, un indirizzo, di suggerire una linea educativa.
A volte però, questo genere di suggerimenti, sfocia in discussioni agguerrite… noi mamme siamo creature multiformi…sappiamo essere affettuose ed accudenti, capaci di cantare ninne nanne con voce flautata ed essere fatine di miele e zucchero per i nostri bambini..ma pronte a difernderci con le unghie e con i denti se qualcuno mette in discussione il nostro stile educativo.
Anche perchè quello stile spesso non è improvvisato, ma ce siamo studiato, lo abbiamo letto sui manuali, lo abbiamo pensato e voluto fortemente, e guai a metterlo in discussione.
Da psicologa che si occupa di prima infanzia, ho osservato però che l’adesione ad un metodo, qualora sia intesa in modo rigido, può creare delle forzature, dei casi in cui una linea educativa “di massima” viene invece assolutizzata e  diventa una bandiera, quasi una fede…volevo quindi provare a fare il punto su quali possano essere le cose importanti, dal punto di vista psicologico , in merito agli stili di accudimento.
Per farlo, faccio un passo indietro fino ad arrivare alla mia amata teoria dell’attaccamento: è ormai dimostrato da corposissimi studi e letteratura in merito, che un buon contatto, una relazione positiva fra chi eroga le cure, detto ‘caregiver’ (mamma o papà) e il bambino, nei primissimi anni di vita, è fonte di benessere psichico e predispone a buone e soddisfacenti relazioni in età adulta.
Al contrario, un attaccamento non sereno nella primissima infanzia,  predispone a disturbi psicologici e relazioni affettive disfunzionali. 😦
Quindi, sappiamo che in effetti l’attenzione su come accudire il proprio bambino nei primi mesi/anni di vita, non è affatto immotivata.

Ma quale, fra le mille scelte che si possono fare, garantisce il maggior benessere nella relazione madre-bambino?

Lettone sì, lettone no? Allattamento ad oltranza o guai a superare i sei mesi? Ciuccio= il male assoluto oppure ciuccio= salvezza totale?
Quale scelta è quella giusta?
La mia risposta è: nessuna A PRIORI, ovvero nessuna che prescinda dall’osservazione del clima emotivo relazionale e del feedback fornito dalla coppia madre-bambino.
Facciamo degli esempi: il tenere il bambino nel lettone (co-sleeping) è un’abitudine radicata in moltissimi paesi del mondo, favorisce l’allattamento al seno perchè il bambino è sempre a disposizione, favorisce l’instaurarsi di un rapporto fisico ed affettivo (il bambino è a portata di coccole)..ma questo vale SEMPRE?
Io credo che sia piuttosto rischioso rispondere di sì. Credo che l’atteggiamento con cui il genitore  E IL BAMBINO (che non può parlare ma può dare un sacco di segnali per far capire la sua attitudine) vivono quella pratica educativa, sia fondamentale.
Al genitore fa piacere? Al genitore pesa? Il genitore riposa a sufficienza? Ha mal di schiena al mattino? Come è il suo umore?
E il bambino? Sembra contento? Scalcia o sembra insofferente? Riposa bene?

Insomma, avete capito.

Cioè, se lo scopo è UNA BUONA RELAZIONE, serena, affettiva, bisogna che quella pratica, quale che sia, renda i genitori e il bambino sereni e tranquilli. L’alto contatto quasi sempre facilita la buona relazione, ma in situazioni particolari, può anche non essere così.
Occorre valutare caso per caso dandosi il tempo di osservarsi ed osservare il proprio bambino.
La stessa cosa per l’allattamento al seno: l’OMS lo consiglia vivamente come alimento ESCLUSIVO fino almeno a sei mesi, e poi a richiesta ancora fino a due anni e oltre.
Ciò non significa che si debba sentirsi spinti ad allattare per forza..e non sto parlando di problemi o difficoltà temporanee, che tutte le mamme possono passare (alzi la mano una mamma che non abbia avuto dei momenti di stanchezza o sconforto!!) e che quasi sempre possono essere risolte rivolgendosi ad un buon consultorio o ad una consulente della leache league..se però nonostante i suggerimenti l’allattamento viene vissuto come un’ imposizione ed una sofferenza continue, occorre riflettere su quale sia la priorità..meglio una mamma felice e tranquilla, o una mamma che allatta fra le lacrime e provando in ogni momento rabbia e/o frustrazione?

Purtroppo le intrusioni educative,  quelle della signora ai giardini, di zie, nonne, suocere, quelle dei media, dei social, perfino della manualistica e degli “esperti”, non sempre aiutano, anzi possono essere addirittura di ostacolo, specie con mamme che per loro tratti di personalità ci tengono molto a fare le cose bene e perseguire un modello educativo, il che è un’ottima cosa, se non diventa una gabbia che impedisce di osservare la relazione.
Oltretutto ci sono esperti parimenti titolati che portano pareri diversi fra di loro, confondendo ancora di più le neo-mamme.
Certo, alcuni argomenti sui quali c’è molta ricerca e letteratura univoca esistono…ad esempio: non è vero che un bambino che sta molto vicino a mamma e papà non diventa autonomo, anzi, è proprio il contrario: la presenza di una “base sicura” (quindi un rapporto stabile e vicino con mamma e papà), è statisticamente correlato a bambini più autonomi ed esplorativi.
Idem per i risvegli notturni, la necessità di allattamento a richiesta, il lettone: studi importanti dimostrano che un neonato che cerca la prossimità fisica con la madre, e si sveglia spesso piangendo e chiedendo di ciucciare, è un bambino SANO, perchè si sta garantendo la sopravvivenza. Ricordiamoci che siamo mammiferi e primati, e ci siamo evoluti da sempre, aggrappandoci alla pelliccia di mamma. 🙂
Inoltre, chi dice che dopo i sei mesi il latte diventa acqua, dice una cosa scientificamente assurda: il latte è sempre latte, è un alimento che cambia la sua composizione a seconda delle esigenze del bambino adattandosi, in un complesso sistema di domanda-offerta; cambia a seconda delle ore del giorno e dell’età del nostro bambino; ha una percentuale di acqua al suo interno, certo, ma non è minimamente paragonabile all’acqua.
Oppure lo svezzamento: già in un precedente post ho spiegato che è un passaggio importante e delicato, che è dimostrato che non vi sia necessità di alcun alimento aggiuntivo oltre al latte almeno fino ai sei mesi, o anche fino a quando il bambino non abbia competenze motorie sufficienti per reggersi seduto, e che si può fare in modo dolce, lasciando che il bambino assaggi gradualmente i vari alimenti, senza togliergli completamente il seno dall’oggi al domani, esponendolo ad un (seppur magari piccolo) trauma.

Gli argomenti sono molti…informarsi e fare scelte consapevoli su salute, sonno, alimentazione, è importantissimo, ma non può essere slegato dal caso singolo…i bambini sono tutti diversi…non ci può essere la cosa giusta da fare che sia standard: chi ha due figli può confermare: uno ama la fascia, l’altro il passeggino, uno non ha mai preso il ciuccio, l’altro lo usa per consolarsi..gli esempi sono infiniti.

Una volta, uno psicoanalista mio supervisore mi disse: studia, studia con impegno i manuali, la teoria, le ricerche, fanne tesoro…ma quando sei a contatto col paziente dimenticatela, ascolta il controtransfert (le sensazioni “di pancia” interne all’analista).

Il mio consiglio è lo stesso…informatevi, approfondite, leggete…ma soprattutto ascoltatevi, interrogate l’istinto, ogni tanto fate piazza pulita di tutti gli insegnamenti e i condizionamenti e sintonizzatevi su ciò che fa stare bene voi e il vostro bambino.

Se avete difficoltà, ricordatevi che lo psicologo può coadiuvarvi in questo processo, in quanto non fonisce “insegnamenti” ma vi aiuta a fare luce su quelli che sono i desideri e le tendenze più profonde della vostra psiche 🙂

 

Bibliografia essenziale:

Ammaniti M. & Stern D.N.(a cura di) (1992): Attaccamento e psicoanalisi, Laterza, Bari.
-Bowlby, J.(1982): Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Bowlby, J.(1989):Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Sunderland M. (2007). Il tuo bambino, come educarlo e capirlo. Tecniche nuove, Milano,

Sitografia:

http://www.lllitalia.org/

http://www.autosvezzamento.it/