10 super poteri da X-Woman per VERE amiche (molti dei quali applicabili anche in coppia)

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Reduce da 5 giorni meravigliosi di campeggio con le mie amiche ed i nostri figli, ecco una disamina dei dieci superpoteri più comuni:

 
1 TORMENTONE GALATTICO: le vere amiche colgono le stesse cinquanta sfumature di riso, pertanto inventano automaticamente tormentoni, nomi d’arte, gag e scen(m)ette comiche;

2 MENTALISMO: le vere amiche usano mezze parole o semplici occhiate per fare discorsi che richiederebbero ore; sebbene le occhiate abbiano una pragmatica della comunicazione più difficile dell’ostrogoto, loro si capiscono agevolmente e non si sbagliano mai;

3 LICENZA DI UCCIDERE: ciascuna vera amica può cazziare a caso i figli delle altre, qualora si comportino male o rompano semplicemente le palle, fulminandoli con la voce o con l’occhiata di cui sopra;

4 PSICOPATIA: le vere amiche sono in grado di passare in scioltezza da discorsi serissimi ed esistenziali a discorsi futili e sporcaccioni, possono parlare di vita dopo la morte come di shampoo per pidocchi o posizioni del kamasutra, possono alternare in rapida serie riso e pianto incoercibili senza scomporsi e soprattutto senza alcuna diagnosi di disturbo bipolare;

5 PERCULATA SPAZIALE: le vere amiche non temono soprannomi, vernacoli, sfottò, prese in giro, si massacrano allegramente; se lo possono permettere perché si amano anche (o soprattutto) per i loro difetti;

6 CAZZIATONE FOTONICO: se qualcuna del gruppo fa qualcosa che non va, le vere amiche non esitano a farsi il culo a vicenda; non lesinano mazzate, sono bandite come la peste frasi di condiscendenza e cortesia;

7 FALANGE MAFIOSA: se qualcuno fa del male a una del gruppo, è uomo morto anche per le altre; i segreti vengono mantenuti anche sotto tortura; se qualcuna sta male, le vere amiche si attivano per aiutarla, in assetto combattivo da guerra punica;

8 METAMORFISMO: le vere amiche, un secondo dopo essersi occupate dei pargoli come mamme del mulino bianco ed averli addormentati con voce flautata, si ritrovano in terrazza (balcone, soggiorno ecc), ove si trasformano istantaneamente in avventrici dei peggiori bar di Caracas, con voce roca, alcolici, sigarette, dolciumi, junk food e parolaccia libera;

9 ONDA ENERGETICA: le vere amiche si ricaricano a vicenda, tramite corporeità o sentimenti fluidi: abbracci, lacrime, risate fragorose concorrono a trasferire calore e amore da una all’altra;

10 VARCO SPAZIO TEMPORALE: non importa quanto siano lontane le vere amiche e da quanto non si vedano: sarà sempre come se si fossero viste ieri ❤️

25 Novembre – Titanic e la storia di Mario e Maria

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25 Novembre
Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Vi racconto la storia di Mario e Maria (nomi di fantasia)

Mario e Maria sono sposati da qualche anno, ma le cose fra loro non vanno bene.
Nei momenti migliori, ci sono sorrisi un po’ tesi, parole dette con cautela, film visti e commissioni fatte insieme ma sempre con una distanza, come due solitudini che camminano una a fianco all’altra, si intravvedono ma non riescono mai a toccarsi, a farsi del bene.
Nei momenti peggiori, arrivano i litigi. Sono iniziati con piccole cose, Mario nei locali alzava un po’ troppo il gomito e poi diventava molesto, geloso, gli sembrava che Maria guardasse gli altri uomini, la strattonava per il braccio per portarla via, le criticava l’abbigliamento, le amiche, non voleva vederla chiacchierare con nessuno.

Maria scambiava questa possessività per interesse e focosità.

Lui si arrabbiava spesso, per cose che a Maria sembravano sciocche, ma chissà perchè per lui sembravano così importanti..alzava la voce e andava a parlarle proprio davanti alla faccia, lei sentiva il suo alito e a volte piccoli sputi le arrivavano sul viso, mentre lui urlava. Poi ci fu il giorno zero, Maria divide la vita in AB e DB (Ante Botte e Post Botte). Il giorno della prima volta in cui Mario perse il controllo e picchiò Maria, uno schiaffo sul viso che la colpì sull’occhio, rendendoglielo gonfio e blu.

Maria ci pensa sempre, avrebbe dovuto andarsene quel giorno. Farsi le valigie e sfancularlo. Quel giorno ha segnato uno spartiacque, perchè accettare di ‘perdonarlo’ e di restare con lui, è stato come dargli il permesso di ripetere quel gesto, consentirgli di superare il limite molte altre volte.

E infatti così è stato. Dopo il giorno zero c’è stato il giorno uno, due, dieci, e molti altri a seguire. C’è stato l’allontanamento di Maria dal lavoro, e dalle sue amiche, perchè ogni volta che telefonavano lui era lì, voleva ascoltare, Maria era in imbarazzo e pian piano le amiche hanno smesso di cercarla, tranne una, la più testarda, che le vuole bene come una sorella, non le dice nulla sapendo che lui probabilmente sta ascoltando la conversazione, ma la chiama comunque ogni giorno, anche per dirle solo ciao.
Il giorno in cui Mario ha bucato la porta di camera loro a pugni (perchè lei si era chiusa dentro), Maria ha provato a parlare con sua mamma, le ha raccontato tutto piangendo.
La mamma le ha detto di ‘portare pazienza’, perchè ‘anche tu hai il tuo bel caratterino’.
E’ tornata a casa ancora più disperata, ancora più infelice.

Anche Mario è infelice.

Non gli piace fare quello che fa, ma Maria lo provoca in modo così evidente..odia la versione di se stesso in preda alla furia, ma è più forte di lui, un toro davanti ad un drappo rosso, incontrollabile.

Perchè faccio così? Si chiede davanti allo specchio.

Non ha ancora trovato le risposte. Forse fa così perchè la violenza è il primo linguaggio che ha conosciuto, i ceffoni prima dell’ ABC.
Forse fa così perchè suo padre faceva così prima di lui, perchè se lui piangeva gli diceva di non fare ‘la femminuccia’, fa così perchè bisogna far vedere che si è forti, machi, perchè altrimenti le donne non ti portano rispetto e ti mettono i piedi in testa.

Ha respirato violenza e maschilismo fin dal biberon.

E poi quando la furia è passata e lui vede Maria accucciata, dolorante e piangente, si ricorda di lui da bambino, nella stessa posizione, e finalmente sente il dolore, può permettersi di abbracciarla, consolarla, come se lo facesse con se stesso. Si sente meglio in quei momenti, e contemporaneamente una merda, giura a Maria e a se stesso che non lo farà mai più, ma poi puntualmente la furia si riaffaccia, improvvisa e inarrestabile.

Perchè gli lascio fare così? Si chiede Maria, davanti allo specchio.

Forse perchè le hanno sempre detto che una ragazza seria non si separa dal marito, quello lo fanno le zoccole. Forse perchè le hanno sempre fatto pensare che le donne perbene non devono alzare troppo la testa, devono essere accomodanti, passive.
Maria ha un fisico piuttosto robusto e imponente, Mario invece è magrissimo…se non si sentisse bloccata, potrebbe fermargli la mano. Se sapesse di volerlo, potrebbe reagire. Fisicamente è più forte di lui. Emotivamente invece si sente fragile come un cristallo, ha appreso l’impotenza in famiglia, in lunghi anni in cui ogni sua alzata di testa veniva punita, in cui ogni sua spinta vitale verso l’autodeterminazione riceveva sguardi o commenti di disprezzo. Non è più consapevole di essere forte, di avere risorse, di potersi difendere. Si è dimenticata dell’istinto che ti fa rivoltare contro un aggressore.
L’istinto è sepolto sotto quintali di “non si fa”, “non si deve” “una ragazza seria non risponde”, ecc.

Ha respirato maschilismo anche lei, fin dal biberon e dalla prima gonnellina vezzosa che le impediva di correre veloce come i maschi.

Una sera Mario e Maria sono sul divano, in TV trasmettono Titanic.

Jack è un poveraccio ma è un signore, mette Rose al primo posto, la difende a costo della vita, la valorizza, la corteggia, ma soprattutto più di ogni altra cosa vuole il suo bene e la sua emancipazione. Il cervello di Maria è un fermento di neuroni accesi, il cuore una fucina di rabbia sopita, di idee, di desideri.
Nella scena in cui la madre di Rose le stringe il corpetto tirandole i lacci, Maria ha una fitta al petto.
Cal Hockley dà uno schiaffo a Rose, e Maria sussulta. Come è possibile? Quel film parla di lei, della sua prigionia invisibile.
Jack e Rose salgono su un macchina parcheggiata. Lui si mette davanti, suona il clacson e dice: “Dove la porto, signorina?”
“Su una stella”, risponde lei, abbracciandolo.

Maria realizza che si merita un uomo che la porti su una stella, anzichè un uomo che gliele faccia vedere, le stelle.

“Me ne vado”. Dice in modo semplice, secco, immediato.
Si alza, infila le scarpe, prende il cappotto e la borsa.
Mario si altera subito: “Dove cazzo staresti andando tu, a quest’ora?”, dice, avvicinandosi minaccioso a Maria.
Maria stavolta non si copre la testa con le mani, anzi, le mani le mette davanti a sè, con le braccia tese e dritte come per fermarlo, per mettergli una barriera fisica, fargli vedere un limite.

“Non ti avvicinare. Non sto scherzando. Non fare un altro passo”.
La voce che esce non sembra nemmeno la sua, è assertiva, decisa.
Mario resta confuso per un istante, non si aspettava una reazione.
L’istante dopo, Maria è già giù per le scale, di corsa. In macchina, e poi a casa della sua amica.

Quello che segue dopo, per entrambi, è la parte più faticosa della storia.
E’ la parte della ricostruzione di una vita, di un’identità di persona oltre la violenza. E’ la parte della messa in discussione, del lavoro su di sè.

Che ti identifichi in Mario o Maria, non importa. La violenza non è mai la risposta.

Ogni giorno, ci sono professionisti competenti e preparati che aiutano persone che vivono nella violenza; ci sono centri antiviolenza in ogni città, ci si può andare in modo gratuito, anonimo. Basta googolare per trovarli. Ci sono centri di ascolto per uomini maltrattanti, che aiutano a essere uomini diversi, più felici, più soddisfatti, apprezzati dalle loro compagne e rispettati.

Che tu sia Mario o Maria, chiama oggi. Mettere fine allo schifo, alla paura, al senso di colpa, è possibile. So che è faticoso, che sembra una scalata troppo impegnativa, ma ce la si fa, altri ce l’hanno fatta, si sono fatti un mazzo quadro, non te lo nego, ma ora si godono il resto della vita nella piena dignità di essere persone libere dalla paura. 

Salta su questa scialuppa, ora 🙂

 

 

 

Come rovinarsi la vita in pochi semplici passi

 

traffic-sign-416439_960_720Ecco alcune cose da fare!

1- Coltivare quotidianamente il senso di colpa

Il senso di colpa è fantastico, sempreverde, autogenerantesi, infestante .

Si piazza lì su ogni decisione che sapete istintivamente essere giusta, e ve la ammorba . Vi mette il tarlo. Vi ammoscia il vigore. Vi tira il freno a mano. Vi assilla con dilemmi irrisolvibili. Vi logora. Ferma la vostra mano mentre state per prendere la vita a paccate Cannavacciuole sulle spalle, e vi trovate che è la vita a cazziare voi che la state diludendo.

Vorreste prendere a busse con la cucchiara di legno o con la ciavatta vostro figlio che vi ha allagato il bagno che avevate appena pulito, ma poverino, lo vedete così poco, quindi riponete cucchiara e ciavatta e imbracciate il mocio vileda. Siete eternamente indecisi e alla fine prendete spesso la decisione sbagliata. Vostro figlio (che ha 32 anni e abita con voi) continua ad allagarvi il bagno.

2- Restare a lungo in relazioni disfunzionali

Tutti, compreso il vostro portinaio, vi fanno presente che con quel ragazzo o con quella ragazza voi non c’entrate niente. E che vi tratta con la simpatia e la sufficienza di uno che ha perennemente una cacca di mucca sotto al naso.

Ma voi indomiti, fieri di mille cartoni animati, libri, film e serie tv in cui lo stronzo/a era il più figo, continuate a stargli/le dietro,sperando in un cambiamento epocale che mai arriverà.

E di nuovo, la vostra pancia vi segnala che non state bene, vorreste una persona con cui sentirvi a casa, al sicuro, trattati in modo degno, e invece no, perché l’amore sofferente vale di più,si sa, e prima o poi sarete ricompensati. Con la gastrite.

3- Trascurare a lungo le relazioni funzionali

Siete fra i fortunelli che hanno trovato l’amore, quello vero, bello, reciproco. E che fate? Dite: ormai ce l’ho!

Mettete la spunta e vi occupate di altro. Bambini, case, libri auto fogli di giornale..tutti vi dicono che il sesso in una coppia è importante e che le coppie che non hanno intimità prima o poi si lasciano, ma voi non ci credete mica, a queste dicerie.. annaffiate il basilico sul balcone un giorno sì e uno no, ma di annaffiare la vostra storia d’amore non se ne parla, tanto è così bella e forte, non ha bisogno di niente, resistera’! Per lo stesso motivo non innaffiate mai il mini cactus che avete preso da Ikea.

Il cactus muore. La storia pure.

4- ‘Fingere’ la vostra vita

Avreste sempre sognato di vestirvi dark o tamarri, con le catenazze d’oro e le cinture extra size, sbirciate il profilo fb di Fedez in canotta, ma vostra madre amava Gianni Morandi e contemplava solo lo stile classico, così indossate completi con pantalone a sigaretta e maglioncino blu a V;

Adorate il mare e vi manca un battito dal cuore anche solo alla sua vista, il benessere per voi è sdraiarvi a riva al sole ad ascoltare il rumore della risacca, ma vostra moglie patisce il caldo e odia la sabbia, trascorrete quindi le agognate vacanze in pizzo al monte, a camminare al freddo in salita fra le cacche di mucca;

sognavate di partecipare a bake off Italia e di srotolare lenzuolate di pasta di zucchero multicolore, ma vostro padre ha uno studio da commercialista e si sa, a qualcuno dovrà pure lasciarlo..

Credete di adattarvi benissimo ma stranamente avete l’eczema, la dermatite, la colite, l’asma..un caso, sarà certamente un caso.

In questo post non c’è giudizio. Tutti noi in alcuni periodi della vita abbiamo collezionato uno o più di questi punti!

Ma se ti accorgi di farlo troppo spesso, in modo seriale, o di collezionarli tutti insieme, non esitare a chiedere aiuto a qualcuno che possa aiutarti a ritornare al bivio al quale hai perso il tuo vero te per strada, fatti aiutare a riprendere la tua vita per mano e a ritrovare il tuo equilibrio e la tua felicità. ❤

Spoiler alert: cinque cose che nessuno vi dirà sull’essere mamma

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Io con le mamme ci parlo ogni giorno, ascolto le loro preoccupazioni, condivido le loro lacrime, rido con loro e gioisco con loro, parlare con le mamme è la parte che preferisco del mio lavoro. ❤
Allora in questo giorno speciale, voglio dirvi un po’ di cose che ho capito. Sono cose che vanno un po’ controcorrente, rivoluzionarie, condividetele solo con persone speciali, mi piacerebbe che si creasse una piccola carboneria di ‘mammitudini’ alternative 🙂
Partiamo quindi con questi cinque spoiler!

Primo:  mantenete la bussola, non fatevi rincoglionire (termine psico-tecnico!) dalla pressione della società e degli altri, mantenete il focus su quello che è veramente importante per voi e per i vostri figli. In questa epoca social dobbiamo sempre essere tutte performanti, truccate, pettinate, sempre sorridenti, mai scazzate, efficienti ed efficaci, dobbiamo saper fare tutto e i nostri figli devono essere anche loro sempre sorridenti,  vestiti bene, non tirannici e mai capricciosi… Certo. Come no.

La verità amiche mie è che queste cose sono marginali, a vostro figlio per il compleanno non gliene frega un cavolo di avere 800 invitati, i clown, gli animatori, gli sbandieratori, i fuochi artificiali, la torta di pasta di zucchero di 7 piani (per la preparazione della quale vi siete dovute impegnare l’orologio d’oro dello zio Venanzio e smadonnato di notte di fronte a tutorial del boss delle torte) L’equazione (infallibile) del piccolo Mugnaio Bianco recita:  “per quanto scenografica e buonissima sia la torta che avete fatto, vostro figlio vi dirà SEMPRE che voleva “a totta coee steiine” (torta pan di stelle, mulino bianco, carrefour reparto biscotti, costo: €5,19). 
A vostro figlio servono amici del cuore, bimbi che può frequentare spesso e con i quali crescere e rapportarsi, serve che voi manteniate buoni rapporti con nonni e zii, cugini, servono prati per giocare a palla, giochi stupidi organizzati PER e CON loro (alcune idee incredibili ed innovative: gioco della scopa, nascondino, caccia al tesoro, rialzo, ecc).
Fregatevene di questa sovraesposizione social che rende tutti apparentemente performanti e felici, sappiate che le altre mamme sono come voi, ignorate ciò che si dice nei gruppi Whatsapp (le mamme su Whatsapp si trasformano in creature chimeriche, metà ansia e metà spammatrici di foto inutili)  e comunque i figli non vogliono delle mamme perfette, anche perché con una mamma perfetta ci si sente a propria volta in dovere di essere perfetti (ansiaaa!!), i figli vogliono delle mamme felici, realizzate, serene il più possibile, che vivano la loro vita, fatta anche di cose che non li riguardano, a meno che non vogliate crescere dei narcisi indolenti e passivi, convinti che tutto ruoti intorno a loro; datemi retta, lasciate perdere, fate un favore alle vostre future nuore e ai vostri futuri generi.

Secondo: i vostri figli hanno bisogno di voi per un sacco di cose diverse, non solo perché li coccoliate e li ammiriate nelle cose che fanno, ma anche perché sosteniate la loro crescita e li alleniate ad affrontare le difficoltà. Quindi non cercate di togliere davanti a loro tutti gli ostacoli, lasciateglieli affrontare, dategli la possibilità di scoprire la loro forza di carattere, la loro resilienza, alternate momenti in cui fate voi per loro a momenti in cui lasciate che facciano loro per loro stessi, abbiate cura di tutte e due queste parti dell’essere genitore: proteggere e allenare alla vita.
Stessa cosa dicasi per le emozioni, i bambini non hanno bisogno che gli togliate le emozioni negative (vedi anche post QUI: ), nessuno desidera essere distolto da un’emozione che prova, non dovete sempre distrarre, distogliere, razionalizzare, compensare: la vostra presenza e vicinanza anche mentre i vostri figli provano emozioni forti, è tutto ciò che serve.

Terzo: i vostri figli vi amano, non dimenticatevelo, mai, nemmeno quando vi dicono ‘brutta, cattiva, ti odio’, un genitore non è degno di essere chiamato tale se il proprio figlio non ha pensato almeno un po’ di volte ‘ti odio’, la forza che li spinge ad entrare in contrasto con noi non ha nulla a che fare con il legame, il pensare che vostri figli non vi vogliano bene insinua un tarlo shakespeariano nella vostra testa e non vi consente più di fare il vostro lavoro, di andare fino in fondo quando sentite che dovete mettere un limite e tenere duro. Ah, per inciso: il 70-80% del lavoro del genitore, ad ogni età, è semplicemente resistere resistere resistere, tenere duro, tenere duro quando abbiamo detto no e loro insistono, tenere duro quando ci sollecitano in ogni modo e testano la nostra tenuta per vedere se siamo in grado di reggerli e contenerli, fare il vigile urbano, il cane da guardia, la quercia secolare (scopri QUI il metodo quercia), essere un punto fermo, un porto sicuro nel quale approdare anche durante la burrasca.

Quarto: i bambini ci mandano segnali, in continuazione, molti di questi segnali sono mascherati, cercate di non credere al messaggio superficiale ma di leggere quello più profondo, anche quando vi stanno dicendo ti odio sei cattiva in realtà stanno dicendo ho bisogno di te, aiutami ad affrontare questo limite, aiutami a gestire queste emozioni forti, non vi fate fregare dai messaggi mascherati, perchè anche quando non sembra, loro hanno bisogno di voi, voi siete davvero importanti. Parallelamente, ricordatevi che non tutto dipende da voi,  noi mamme certamente siamo professioniste nel fare errori e ci prendiamo le nostre colpe, ma con buona pace di Freud dovete sapere che i figli nascono con un loro temperamento individuale, e nel loro percorso incontreranno educatori, insegnanti, maestre, amici, amori, preti e allenatori, compagnie ‘buone’ e ‘cattive’, persone che influenzeranno la loro crescita, rilassiamoci, non dipende sempre tutto da noi.

Quinto: se sentiamo che invece siamo proprio noi che sbagliamo alcune cose, teniamo a mente che possiamo riparare, non siamo onnipotenti, diamo per assodato che molte volte sbaglieremo o non saremo in grado di aiutarli, se ci rendiamo conto di fare degli errori ripariamoli in seguito, questo comportamento servirà loro da esempio ed apprenderanno a chiedere scusa e a rimediare agli errori. (Le future nuore ringrazieranno). Se ci accorgiamo che su certe cose sbagliamo sempre, sempre sulle stesse, andiamo a fondo nel comprenderle; a fare i genitori si impara implicitamente dai propri genitori e a volte questo comporta delle difficoltà, sappiate che non basta cercare di ‘fare il contrario di quello che faceva mia madre’, la cosa che funziona di più è prendersi uno spazio per ripensare alla propria esperienza di figlio e costruirne una narrazione alternativa, vi consiglio caldamente di farlo se vi rendete conto che ci sono dei nodi aspri che si ripetono sempre e che non riuscite a dipanare, fatelo senza paura perché rileggendo la vostra storia di figli cambierete completamente quella di genitori.

Concludo con due cose, una per i papà, i mariti e i compagni: abbiamo bisogno di voi, i figli sono impegnativi e bisogna affrontarli in assetto da falange romanaabbiamo bisogno di fare squadra, non abbiamo bisogno che ci razionalizziate le cose e spesso nemmeno che ci troviate chissà quali soluzioni a stanchezze e problemi che sono fisiologici, a volte vogliamo solo lamentarci e che voi possiate reggerlo (Sì, a volte anche il lavoro del partner è semplicemente quello di reggere).

Un suggerimento salvavita per i papà: evitate frasi come “sei sempre nervosa!”, “devono arrivarti le tue cose?” “Mi sembri tua madre!”, apprezzabili invece frasi come “tesoro riposati ci penso io ai piatti stasera”, “tesoro perché non lasciamo stare i lavori per adesso e ci sdraiamo insieme sul divano a farci due coccole?” (no, metterle una mano sulla tetta dopo 3 secondi netti non rientra nel concetto di “farsi le coccole”), “ti ho comprato il cioccolato fondente e il rum Zacapa invecchiato, te ne porto un goccetto?”.

Il mio ultimo pensiero è per una carissima amica che non riesce ad avere bambini: come tante altre donne ha vissuto più volte la gioia del test di gravidanza e la fatica di non riuscire a portarla avanti, il lutto, la speranza e la disperazione…questa amica mi ha fatto da mamma molte volte, mi ha accudita in momenti difficili come quelli in cui stavo per perdere anche io il mio bambino, mi ha coccolata, spronata, mi ha portato le schifezze perchè io potessi mangiarle a letto e si è sobbarcata fatiche perché io potessi riposare, mi ha sostenuta moralmente e operativamente, ha fatto tutto ciò in modo assolutamente naturale ed identico a quello di una madre qualsiasi. A lei e a tutte le “diversamente mamme” va il mio abbraccio più stretto in questa giornata, vi auguro di riuscire a trovare un senso per ciò che vi sta accadendo e di poter comunque esprimere tutto l’amore e la bellezza che c’è in voi.

AUGURI!!

 

Novità :-)

Riassumo qui le novità di questo periodo,

così chi vuole condividere può farlo da un unico link 🙂

  1. GRUPPI PSICO-EDUCAZIONALI PER GENITORI, EDUCATORI, INSEGNANTI:

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Si tratta di moduli psico-educativi (non terapeutici), basati su 50 anni di ricerca scientifica sullo sviluppo della relazione genitore-bambino, consistenti in otto incontri da 2 h .

Si tratta di incontri in piccolo gruppo (6-8 persone), che aiutano i genitori a conoscere meglio la relazione con i figli, a farli crescere in modo sicuro e con più autostima. Gli incontri sono adatti a genitori di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, sono utilissimi in caso di genitori che hanno figli con temperamento particolarmente oppositivo o ansioso, si possono svolgere già nella fase pre-parto per accogliere l’arrivo del bambino nel migliore dei modi, possono essere svolti anche non da genitori ma da persone che hanno a che fare con bambini e ragazzi (educatori, insegnanti ecc).
NON ESSENDO TERAPIA non sono adatti a situazioni di disagio particolari o specifiche, si occupano della ‘normalità’ (per quanto possa esistere questo termine!) dei rapporti genitore-figlio.

Durante il modulo si lavorerà tramite:

  • visione di un filmato suddiviso in capitoli;
  • Utilizzo di schede per l’osservazione, schemi, diapositive;
  • Confronto e discussione di gruppo rispetto alle tematiche del filmato;
  • Brevi laboratori sulle emozioni in gioco.

I gruppi saranno omogenei per età, si terranno il martedì o il venerdì, in orario da definire, due ore ogni 15 giorni, da metà marzo a metà luglio. Il luogo è la sala riunioni del mio studio, in corso IV Novembre 8 a Torino (zona santa Rita, stadio Olimpico), ma per gruppi interessati posso anche valutare di spostarmi in città della cintura torinese. I costi sono diversi se si viene da soli, in coppia (con il partner o con un’amica) o addirittura se si riesce a creare un gruppetto autonomo (es una persona con un paio di amiche e i loro mariti o con quattro o cinque amiche), scrivetemi a silviaspy@gmail.com , o in privato su facebook per maggiori informazioni. Chi è interessato dovrebbe scrivermi, il più presto possibile : SE E’ GENITORE (OPPURE EDUCATORE, INSEGNANTE, OSTETRICA ECC), in caso sia genitore L’ETA’ DEL SUO BAMBINO o dei suoi bambini, IL GIORNO E la FASCIA ORARIA DI PREFERENZA (martedì o venerdì, fasce: 9,30/11,30, 11,30-13,30, 13,30-15,30, 17,30-19,30. ).

 

2. WORKSHOP DEL FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA, PIEMONTE IN TREATMENT

Si tratta di tre workshop organizzati in sinergia con alcuni colleghi, su tematiche diverse.
La metodologia di lavoro è interattiva, con simulazioni, giochi di ruolo, esercitazioni.
Il costo unitario per ogni workshop è un costo promozionale, di 20 € a persona.
I posti sono limitati, ci si iscrive tramite il sito di psicologia festival scaricando un coupon gratuito, che consegnato al momento del seminario darà diritto alla tariffa promozionale 🙂

Il workshop “l’unione fa la forza”, pur svolgendosi al micronido (per motivi di spazio), è rivolto a genitori di bambini e ragazzi di qualsiasi età.

CLICCA QUI PER VEDERE I WORKSHOP

3. T-AP – TALKING ABOUT PSYCHOLOGY: ESSERE GENITORI NELL’ERA 2.0

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Verrò intervistata in streaming da Laura Toscano, sul tema della genitorialità nell’epoca 2.0. Si parlerà di funzioni genitoriali e di “sindrome dell’attimo fuggente”.

L’incontro è aperto a tutti ed è gratuito, sarà visibile su youtube

CLICCA QUI PER ACCEDERE AL CANALE YOUTUBE AP PIEMONTE

Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

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Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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