25 Novembre – Titanic e la storia di Mario e Maria

1200154-titanic-hero-3

 

25 Novembre
Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Vi racconto la storia di Mario e Maria (nomi di fantasia)

Mario e Maria sono sposati da qualche anno, ma le cose fra loro non vanno bene.
Nei momenti migliori, ci sono sorrisi un po’ tesi, parole dette con cautela, film visti e commissioni fatte insieme ma sempre con una distanza, come due solitudini che camminano una a fianco all’altra, si intravvedono ma non riescono mai a toccarsi, a farsi del bene.
Nei momenti peggiori, arrivano i litigi. Sono iniziati con piccole cose, Mario nei locali alzava un po’ troppo il gomito e poi diventava molesto, geloso, gli sembrava che Maria guardasse gli altri uomini, la strattonava per il braccio per portarla via, le criticava l’abbigliamento, le amiche, non voleva vederla chiacchierare con nessuno.

Maria scambiava questa possessività per interesse e focosità.

Lui si arrabbiava spesso, per cose che a Maria sembravano sciocche, ma chissà perchè per lui sembravano così importanti..alzava la voce e andava a parlarle proprio davanti alla faccia, lei sentiva il suo alito e a volte piccoli sputi le arrivavano sul viso, mentre lui urlava. Poi ci fu il giorno zero, Maria divide la vita in AB e DB (Ante Botte e Post Botte). Il giorno della prima volta in cui Mario perse il controllo e picchiò Maria, uno schiaffo sul viso che la colpì sull’occhio, rendendoglielo gonfio e blu.

Maria ci pensa sempre, avrebbe dovuto andarsene quel giorno. Farsi le valigie e sfancularlo. Quel giorno ha segnato uno spartiacque, perchè accettare di ‘perdonarlo’ e di restare con lui, è stato come dargli il permesso di ripetere quel gesto, consentirgli di superare il limite molte altre volte.

E infatti così è stato. Dopo il giorno zero c’è stato il giorno uno, due, dieci, e molti altri a seguire. C’è stato l’allontanamento di Maria dal lavoro, e dalle sue amiche, perchè ogni volta che telefonavano lui era lì, voleva ascoltare, Maria era in imbarazzo e pian piano le amiche hanno smesso di cercarla, tranne una, la più testarda, che le vuole bene come una sorella, non le dice nulla sapendo che lui probabilmente sta ascoltando la conversazione, ma la chiama comunque ogni giorno, anche per dirle solo ciao.
Il giorno in cui Mario ha bucato la porta di camera loro a pugni (perchè lei si era chiusa dentro), Maria ha provato a parlare con sua mamma, le ha raccontato tutto piangendo.
La mamma le ha detto di ‘portare pazienza’, perchè ‘anche tu hai il tuo bel caratterino’.
E’ tornata a casa ancora più disperata, ancora più infelice.

Anche Mario è infelice.

Non gli piace fare quello che fa, ma Maria lo provoca in modo così evidente..odia la versione di se stesso in preda alla furia, ma è più forte di lui, un toro davanti ad un drappo rosso, incontrollabile.

Perchè faccio così? Si chiede davanti allo specchio.

Non ha ancora trovato le risposte. Forse fa così perchè la violenza è il primo linguaggio che ha conosciuto, i ceffoni prima dell’ ABC.
Forse fa così perchè suo padre faceva così prima di lui, perchè se lui piangeva gli diceva di non fare ‘la femminuccia’, fa così perchè bisogna far vedere che si è forti, machi, perchè altrimenti le donne non ti portano rispetto e ti mettono i piedi in testa.

Ha respirato violenza e maschilismo fin dal biberon.

E poi quando la furia è passata e lui vede Maria accucciata, dolorante e piangente, si ricorda di lui da bambino, nella stessa posizione, e finalmente sente il dolore, può permettersi di abbracciarla, consolarla, come se lo facesse con se stesso. Si sente meglio in quei momenti, e contemporaneamente una merda, giura a Maria e a se stesso che non lo farà mai più, ma poi puntualmente la furia si riaffaccia, improvvisa e inarrestabile.

Perchè gli lascio fare così? Si chiede Maria, davanti allo specchio.

Forse perchè le hanno sempre detto che una ragazza seria non si separa dal marito, quello lo fanno le zoccole. Forse perchè le hanno sempre fatto pensare che le donne perbene non devono alzare troppo la testa, devono essere accomodanti, passive.
Maria ha un fisico piuttosto robusto e imponente, Mario invece è magrissimo…se non si sentisse bloccata, potrebbe fermargli la mano. Se sapesse di volerlo, potrebbe reagire. Fisicamente è più forte di lui. Emotivamente invece si sente fragile come un cristallo, ha appreso l’impotenza in famiglia, in lunghi anni in cui ogni sua alzata di testa veniva punita, in cui ogni sua spinta vitale verso l’autodeterminazione riceveva sguardi o commenti di disprezzo. Non è più consapevole di essere forte, di avere risorse, di potersi difendere. Si è dimenticata dell’istinto che ti fa rivoltare contro un aggressore.
L’istinto è sepolto sotto quintali di “non si fa”, “non si deve” “una ragazza seria non risponde”, ecc.

Ha respirato maschilismo anche lei, fin dal biberon e dalla prima gonnellina vezzosa che le impediva di correre veloce come i maschi.

Una sera Mario e Maria sono sul divano, in TV trasmettono Titanic.

Jack è un poveraccio ma è un signore, mette Rose al primo posto, la difende a costo della vita, la valorizza, la corteggia, ma soprattutto più di ogni altra cosa vuole il suo bene e la sua emancipazione. Il cervello di Maria è un fermento di neuroni accesi, il cuore una fucina di rabbia sopita, di idee, di desideri.
Nella scena in cui la madre di Rose le stringe il corpetto tirandole i lacci, Maria ha una fitta al petto.
Cal Hockley dà uno schiaffo a Rose, e Maria sussulta. Come è possibile? Quel film parla di lei, della sua prigionia invisibile.
Jack e Rose salgono su un macchina parcheggiata. Lui si mette davanti, suona il clacson e dice: “Dove la porto, signorina?”
“Su una stella”, risponde lei, abbracciandolo.

Maria realizza che si merita un uomo che la porti su una stella, anzichè un uomo che gliele faccia vedere, le stelle.

“Me ne vado”. Dice in modo semplice, secco, immediato.
Si alza, infila le scarpe, prende il cappotto e la borsa.
Mario si altera subito: “Dove cazzo staresti andando tu, a quest’ora?”, dice, avvicinandosi minaccioso a Maria.
Maria stavolta non si copre la testa con le mani, anzi, le mani le mette davanti a sè, con le braccia tese e dritte come per fermarlo, per mettergli una barriera fisica, fargli vedere un limite.

“Non ti avvicinare. Non sto scherzando. Non fare un altro passo”.
La voce che esce non sembra nemmeno la sua, è assertiva, decisa.
Mario resta confuso per un istante, non si aspettava una reazione.
L’istante dopo, Maria è già giù per le scale, di corsa. In macchina, e poi a casa della sua amica.

Quello che segue dopo, per entrambi, è la parte più faticosa della storia.
E’ la parte della ricostruzione di una vita, di un’identità di persona oltre la violenza. E’ la parte della messa in discussione, del lavoro su di sè.

Che ti identifichi in Mario o Maria, non importa. La violenza non è mai la risposta.

Ogni giorno, ci sono professionisti competenti e preparati che aiutano persone che vivono nella violenza; ci sono centri antiviolenza in ogni città, ci si può andare in modo gratuito, anonimo. Basta googolare per trovarli. Ci sono centri di ascolto per uomini maltrattanti, che aiutano a essere uomini diversi, più felici, più soddisfatti, apprezzati dalle loro compagne e rispettati.

Che tu sia Mario o Maria, chiama oggi. Mettere fine allo schifo, alla paura, al senso di colpa, è possibile. So che è faticoso, che sembra una scalata troppo impegnativa, ma ce la si fa, altri ce l’hanno fatta, si sono fatti un mazzo quadro, non te lo nego, ma ora si godono il resto della vita nella piena dignità di essere persone libere dalla paura. 

Salta su questa scialuppa, ora 🙂

 

 

 

Come rovinarsi la vita in pochi semplici passi

 

traffic-sign-416439_960_720Ecco alcune cose da fare!

1- Coltivare quotidianamente il senso di colpa

Il senso di colpa è fantastico, sempreverde, autogenerantesi, infestante .

Si piazza lì su ogni decisione che sapete istintivamente essere giusta, e ve la ammorba . Vi mette il tarlo. Vi ammoscia il vigore. Vi tira il freno a mano. Vi assilla con dilemmi irrisolvibili. Vi logora. Ferma la vostra mano mentre state per prendere la vita a paccate Cannavacciuole sulle spalle, e vi trovate che è la vita a cazziare voi che la state diludendo.

Vorreste prendere a busse con la cucchiara di legno o con la ciavatta vostro figlio che vi ha allagato il bagno che avevate appena pulito, ma poverino, lo vedete così poco, quindi riponete cucchiara e ciavatta e imbracciate il mocio vileda. Siete eternamente indecisi e alla fine prendete spesso la decisione sbagliata. Vostro figlio (che ha 32 anni e abita con voi) continua ad allagarvi il bagno.

2- Restare a lungo in relazioni disfunzionali

Tutti, compreso il vostro portinaio, vi fanno presente che con quel ragazzo o con quella ragazza voi non c’entrate niente. E che vi tratta con la simpatia e la sufficienza di uno che ha perennemente una cacca di mucca sotto al naso.

Ma voi indomiti, fieri di mille cartoni animati, libri, film e serie tv in cui lo stronzo/a era il più figo, continuate a stargli/le dietro,sperando in un cambiamento epocale che mai arriverà.

E di nuovo, la vostra pancia vi segnala che non state bene, vorreste una persona con cui sentirvi a casa, al sicuro, trattati in modo degno, e invece no, perché l’amore sofferente vale di più,si sa, e prima o poi sarete ricompensati. Con la gastrite.

3- Trascurare a lungo le relazioni funzionali

Siete fra i fortunelli che hanno trovato l’amore, quello vero, bello, reciproco. E che fate? Dite: ormai ce l’ho!

Mettete la spunta e vi occupate di altro. Bambini, case, libri auto fogli di giornale..tutti vi dicono che il sesso in una coppia è importante e che le coppie che non hanno intimità prima o poi si lasciano, ma voi non ci credete mica, a queste dicerie.. annaffiate il basilico sul balcone un giorno sì e uno no, ma di annaffiare la vostra storia d’amore non se ne parla, tanto è così bella e forte, non ha bisogno di niente, resistera’! Per lo stesso motivo non innaffiate mai il mini cactus che avete preso da Ikea.

Il cactus muore. La storia pure.

4- ‘Fingere’ la vostra vita

Avreste sempre sognato di vestirvi dark o tamarri, con le catenazze d’oro e le cinture extra size, sbirciate il profilo fb di Fedez in canotta, ma vostra madre amava Gianni Morandi e contemplava solo lo stile classico, così indossate completi con pantalone a sigaretta e maglioncino blu a V;

Adorate il mare e vi manca un battito dal cuore anche solo alla sua vista, il benessere per voi è sdraiarvi a riva al sole ad ascoltare il rumore della risacca, ma vostra moglie patisce il caldo e odia la sabbia, trascorrete quindi le agognate vacanze in pizzo al monte, a camminare al freddo in salita fra le cacche di mucca;

sognavate di partecipare a bake off Italia e di srotolare lenzuolate di pasta di zucchero multicolore, ma vostro padre ha uno studio da commercialista e si sa, a qualcuno dovrà pure lasciarlo..

Credete di adattarvi benissimo ma stranamente avete l’eczema, la dermatite, la colite, l’asma..un caso, sarà certamente un caso.

In questo post non c’è giudizio. Tutti noi in alcuni periodi della vita abbiamo collezionato uno o più di questi punti!

Ma se ti accorgi di farlo troppo spesso, in modo seriale, o di collezionarli tutti insieme, non esitare a chiedere aiuto a qualcuno che possa aiutarti a ritornare al bivio al quale hai perso il tuo vero te per strada, fatti aiutare a riprendere la tua vita per mano e a ritrovare il tuo equilibrio e la tua felicità. ❤

Bibliografia del seminario: “Curare e prendersi cura”

prendersi cura 1prendersi cura 2 - Copiaprendersi cura 3 - Copiaprendersi cura 4 - Copiaprendersi cura 5prendersi cura 8 prendersi cura 6prendersi cura 7

Bibliografia:

  • Ariely, D., Prevedibilmente irrazionale, Rizzoli, Milano, 2008.
  • Del Corno, F., Lang, M., Taindelli, G. – Il medico, il paziente e le loro medicine. Psicologia dei farmaci, Franco Angeli
  • Faillo, M., Silva, F.,“Consumatori liberi di scegliere?”, Consumatori, Diritti e Mercato, 2/2009.
  • Gigerenzer, G., Decisioni intuitive. Quando si sceglie senza pensarci troppo, Cortina Raffaello,
  • Main, M., Kaplan, N. e Cassidy, J. (1985), Security in infancy, childhood and adulthood: A move to the level of representation; trad. it.: La sicurezza nella prima infanzia, nella seconda infanzia e nell’età adulta: Il livello rappresentazionale, in Riva Crugnola, C. (a cura di), Lo sviluppo affettivo del bambino, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.
  • Novarese, M., Wilson, C.M., “Being in the Right Place: A Natural Field Experiment of Order Effects”, Economics Paper Downloads, Mimeo, 2010.
  • Novarese, Rizzello, Economia sperimentale, Mondadori 2004
  • Rumiati, Rumiati, R. e Savadori, L. (1999), Percezione del rischio e rischio tecnologico-professionale, Risorsa Uomo, 6, 7-22.
    Savadori, L., Rumiati, R., Bonini, N. e Pedon, A. (1998), Percezione del rischio: esperti vs. non esperti, Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, 3-4, 387-405.
  • Salecl, R., La tirannia della scelta, Laterza, Bari, 2010
  • Slovic, P. (1987) Perception of riskScience, 236, 280-285.
  • Slovic, P., Fischhoff, B. e Lichtenstein, S., (1980), Facts and fears: Understanding perceived risks, in Rumiati, R. e Bonini, N., Le decisioni degli esperti, Il Mulino, Bologna, 1996.
  • Thaler, R.H., e Sunstein C.R., Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Feltrinelli, Milano, 2009.
  • Vermigli, P., Raschielli S., Rossi E., Roazzi A. (2009). Gravità e probabilità nella percezione del rischio: influenza delle caratteristiche individuali sesso, genitorialità ed expertise, Giornale di Psicologia, 3 (1), 23-37.