Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

varicella

 

Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

Capricci, querce e teoria della mente

capricci

Incredibile ma vero, uno dei motivi principali di accesso alla consulenza psicologica sono i capricci.
La cosa sembrerà strana, eppure e’ reale..può capitare che i genitori si trovino davvero in difficoltà nella gestione di questi momenti, capita che il capriccio diventi oggetto di lite con i nonni o fra i genitori stessi, perché non ci si trova d’accordo su come affrontarlo e si adottano strategie discordanti. Provo quindi ad infilarmi in questo ginepraio e a dire cosa ne penso.
Per capriccio intendiamo solitamente un rifiuto o un desiderio/richiesta espressa da parte del bambino in maniera ostinata, con pianto, grida, urla, richiesta che appare essere particolarmente duratura e resistente a qualsiasi tentativo di conciliazione o convincimento da parte del genitore.
Ciò che spesso mette in difficoltà, e’ il non capire se il bambino stia facendo un capriccio vero e proprio, quindi legato ad un desiderio pretestuoso ed effimero, o se invece il bambino sia realmente in difficoltà, perché mamme e papà ritengono che nel primo caso sia necessario “tenere duro”, e nel secondo si debba invece accontentare il bambino.
Io credo che la risposta sia (quasi) sempre: entrambe le cose.
Iniziamo a sgomberare il campo da possibili fraintendimenti; il capriccio in quanto tale, va di pari passo con l’acquisizione di un senso di sè. Un bambino inconsapevole di essere un individuo separato, non fa capricci, esprime solo disagi. Un lattante che piange, lo fa perchè e’ il suo modo di comunicare un disagio, ma non fa capricci, pertanto è inutile, se non dannoso, provare ad estinguerli con tecniche educative.
Il capriccio vero e proprio emerge invece intorno ai due anni (non a caso vengono definiti TT terrible two), quando appunto il bambino inizia a differenziarsi dalla madre. E’ esperienza comune che la mamma dica un NO e il bambino SI DISPERI, in modo talvolta ritenuto eccessivo o spropositato rispetto al no ricevuto. Il motivo e’ che tramite quel NO, il bambino esperisce la SEPARATEZZA, tocca con mano che la mamma è diversa da lui e ha una mente divisa dalla sua, che pensa cose diverse. Sono i pensieri che mostrano l’avvento di una primaria forma di TEORIA DELLA MENTE, ovvero la capacita di noi umani di pensare a cosa pensa un altro e di rendersi conto che pur esistendo un’unica realtà, persone diverse in tempi diversi possono rappresentarsela in maniera differente. Tale importantissima competenza verrà poi via via perfezionata fino ai 4-5 anni.
Quindi il bambino non piange solo per il no, ma anche perchè ogni no rappresenta un piccolo strappo, un passetto di distanza dall’illusione di essere un tutt’uno con la mamma.
Questo mette ancora più in crisi il povero genitore! Oddio, allora il no farà davvero male al bambino!
Ma no, state tranquilli, non e’ così.
Per capire il motivo, introduco quello che in psicologia si chiama il PIANO DI REALTA’ (ovvero semplicemente: la realtà!), e vi faccio un piccolo esempio. Mettiamo che domani vi chiamino al CERN per lavorare sui bosoni. Siccome ritengo piuttosto improbabile che il mio blog venga letto da qualche fisico nucleare, credo che vi sentireste piuttosto in ansia ed impreparati, di fronte a questa richiesta. Credo che il pensiero di dover fare qualcosa che sapete di non essere in grado di fare, vi agiterebbe moltissimo. Forse vi arrabbiereste anche, perchè accidenti, quel lavoro lì dovrebbe farlo qualcun altro.
Ecco, per un bambino piccolo è la stessa cosa. Loro sanno di non essere assolutamente in grado di auto-gestirsi e di occuparsi di se stessi, ed il limite dato dal genitore rassicura, perché fa toccare loro con mano che non viaggiano su una nave senza nocchiero, ma che saldamente al timone c’e’ un genitore che sa guidare la nave, oh che bello e che relax, sapere di essere nelle mani di una persona competente, che sa gestire venti, tempeste, rallentamenti e accelerazioni (no, non quelle dei bosoni).
Questo ci fa capire che la prima chiave di volta per gestire i capricci e’ una parola che piace tanto a noi psicologi: la RELAZIONE: i bambini, come noi del resto, non accettano di far timonare la loro nave da qualcuno di cui non si fidano ciecamente e col quale non sono in contatto. Se non ci credete fate una prova: tenete a mente una cosa che avete chiesto spesso ai vostri bambini, senza successo; prendetevi uno spazio per giocare con loro, al lego, alle bamboline, alla casetta…poi riprovate a chiedere la stessa cosa e tornate qui sul blog a dirmi se la risposta e stata diversa.
Inoltre, una buona relazione rassicura il bambino su ciò che dicevamo prima riguardo alla separatezza: un buon rifornimento affettivo ed un surplus di coccole e conferme lo aiutano a superare la paura del distacco.
Purtroppo però, il semplice instaurarsi di una buona relazione, anche se importante, non basta…sarebbe stato troppo facile 🙂 e qui si inserisce la parola chiave dell’educazione, quando si ha a che fare con i capricci…questa parola è CREDIBILITA’. Se siete credibili, siete quasi a cavallo. Se non siete credibili, i bambini lo fiuteranno e non smetteranno di deliziarvi con varie scene e richieste..anche perche avranno visto che se si impegnano ed insistono abbastanza, la tecnica funziona.
Vi faccio alcuni esempi, leggendoli vi prego, non sentitevi giudicati, perché vi confesso già a priori che molte di queste cose sono successe anche a me, come genitore (credevate forse che le mamme psicologhe fossero immuni?).

1 cercare di far smettere di urlare i vostri figli, urlando a vostra volta

2 cercare di far capire che non devono continuare a rispondere, continuando a ripeterglielo

3 minacciare una punizione, e non rispettarla perché siete troppo stanchi

4 cercare di estinguere un comportamento violento utilizzando gli schiaffi o gli sculaccioni.

Vedete anche voi le incongruenze? Notate che se a parole date un messaggio, tutto il resto della vostra comunicazione esprime il contrario, e che quindi non siete coerenti nè credibili?
Come agire,quindi?
La prima cosa da fare di fronte ai capricci, e’ la solita: un passo indietro, anzi, due o tre.

Il primo, per ascoltarvi: se siete troppo stanchi, avete avuto una giornata terribile al lavoro, avete mal di testa o non siete in forma, e vi rendete conto che non ce la farete ad affrontare un braccio di ferro, siate permissivi DA SUBITO; meglio un si, stasera puoi guardare la tv, detto alla prima richiesta, che un no che poi diventa un ni e alla fine un si.
Siamo umani, umanamente limitati, meglio saperlo.
Secondo passo indietro: esaminate lo stile educativo dei vostri genitori:erano severi? Inflessibili? Permissivi? Distratti? Invadenti? Anche qui, meglio saperlo, i modelli interni sono subdoli e si ripropongono quando meno ve lo aspettate, specie nei momenti di stress e tensione.
Terzo passo indietro: osservate vostro figlio/a: perchè sta facendo questo capriccio? Cosa vi sta chiedendo veramente?

Fatto ciò, potete provare ad applicare qualche strategia.
Date poche regole, quelle per voi più importanti, ma CHIARE ED ESPLICITATE; anche ad un bambino molto piccolo si può descrivere una regola, e su queste poche regole siate coerenti, ferrei, zen, immobili, trasformatevi in una quercia, non serve gridare o alzare la voce, il bambino deve capire che siete solidi, e il limite che avete posto, purchè sensato ed adatto all’età del bambino, non è oggetto di contrattazione.
Molto spesso i genitori utilizzano lo schema che ho illustrato nel grafico sottostante: la cosa che mamma o papà desiderano ottenere dal bambino viene richiesta X volte, ripetuta, ripetuta, ripetuta, in un’escalation di rabbia progressiva che arriva al punto di non ritorno…a quel punto viene dato uno stop {un grido forte, una sculacciata ecc), e l’escalation si interrompe, con lacrime e sensi di colpa da tutte e due le parti, il bambino perchè si è accorto di aver fatto perdere il controllo alla mamma (quindi deve essere davvero un bambino incontrollabile e cattivo), e la mamma perchè  ha trattato malissimo il suo piccolo.

grafico

Ma vi siete mai chiesti PERCHE’ voi ripetete quella cosa così tante volte?

Qual è realmente il motivo? La ripetizione ha mai avuto successo? Sperate che fra la prima e la ventesima volta accada un miracolo, che la luce divina dell’obbedienza investa il vostro bambino e che lui cambi idea e vi dica di si? Pensate che non abbia capito la richiesta e ritenete necessario ripetergliela? Vi dò una notizia che in cuor vostro sapete da sempre: vostro figlio ha capito ciò che gli avete chiesto gia’ alla ripetizione nr 1, i più svegli (la maggior parte), addirittura prima, dal vostro tono e dalla vostra comunicazione non verbale.
Quindi, spiegate ciò che volete una prima volta, in modo calmo e chiaro; spiegatelo una seconda volta (così, perché siete magnanimi e volete dare a vostro figlio il beneficio del dubbio), ma poi basta ripetere, e’ il momento di diventare quercia, inamovibili, ricordatevi, voi avete il bastone della saggezza e non siete ricattabili o convincibili.
Certo, c’e’ una piccolissima controindicazione a questo metodo, applicarlo presuppone TEMPO, perchè magari per ottenere che nostro figlio si lavi semplicemente i denti dovrete stare lì e resistere, resistere alle lusinghe, agli attacchi, alla stanchezza, alle lacrime, e far passare dei minuti che non sempre abbiamo a disposizione (penso ai capricci del mattino, quando bisogna uscire per andare a scuola o al lavoro).
Vi capisco, ma sappiate che il tempo ‘perso’ e’ in realta’ investito, perchè molti capricci, così, si estingueranno.
Certo ci sono situazioni particolarmente difficili, con bambini un po’ più grandi, quali quelle ad esempio del disturbo oppositivo provocatorio o della ribellione adolescenziale..vi prometto di prendermi il tempo di affrontare anche questi argomenti, che so che stanno a cuore a molte mamme.

Nel frattempo, parola d’ordine…quercia 😉

Torrita di Siena-20121209-00779

Il ragnetto e il camaleonte, ovvero: come conciliare gli opposti?

Aggiornato di recente

Mi occupo spesso di consulenza e sostegno genitoriale, non è psicoterapia di coppia (che ha obiettivi, tecniche e tempistiche diverse), ci si concentra sulla risoluzione di problemi che riguardano i figli (disturbi di ansia, tic, problemi scolastici, enuresi, disturbi alimentari, ecc).
Molte volte durante questo genere di consultazioni, incontro coppie di genitori con caratteristiche diverse.
Utilizzerò una di queste coppie come spunto per una riflessione con voi….
Si presentano in seduta i genitori di un bimbo di sette anni, e noto che in effetti hanno caratteri opposti..Ying e yang, luce e ombra, Shreck e Ciuchino…mettetela come volete, ma insomma, si nota che si sono scelti per differenza, piuttosto che per assonanza.
Tale differenza, che è certamente una ricchezza e una possibilità di crescita, a volte li ostacola nella gestione di problemi concreti legati a loro figlio, perchè non sono in accordo su come gestire capricci, momenti di crisi ecc.

Lei mi appare conservatrice, razionale, impulsiva, sempre in movimento, estroversa, ha necessità di sicurezze, come un ragnetto che ovunque va costruisce la sua rete, tesse fili e relazioni, e adatta e plasma l’ambiente in cui si trova per sentirsi sempre come a casa.

Lui invece è più sperimentatore, distratto, riflessivo, introspettivo, tranquillo, pensatore, un fiume che scorre lento, un camaleonte che si sente a casa dappertutto, perché lascia che l’ambiente gli parli e si adatta lui stesso “cambiando colore” a seconda dei luoghi e delle situazioni.
Fra i temi che trattiamo relativi a loro figlio, emerge grande disaccordo sulla scelta dello sport:

-Lei: io vorrei che il bimbo facesse uno sport di squadra…lo vorrei perché è troppo individualista di carattere, introverso, gli piace molto stare da solo e fare attività in solitudine, in più è molto competitivo ed ha bisogno di imparare a stare con gli altri, a condividere, ad accorgersi che l’altro esiste, a non arrabbiarsi quando deve stare in panchina, a capire che le vittorie sono merito del gruppo e non sempre e solo del singolo.
-Lui.: ma scusa, quale sport? Per basket e pallavolo è troppo basso, rischia di essere frustrato perché sarebbe il peggiore della squadra..rugby o calcio nemmeno a parlarne, è troppo esile di fisico..che senso ha fargli fare delle cose per le quali non è portato?E poi se deve fare parte di una squadra dovrebbe fare qualcosa che lo coinvolga appieno, per più giorni a settimana, con tornei, allenamenti ecc, altrimenti il senso di squadra non si crea, quindi a cosa servirebbe? Uno sport di squadra fatto una volta a settimana non ha senso.
-Lei: ma non è detto! Pallavolo ad esempio, fatta una volta a settimana..non devi essere per forza altissimo, ci sono altri bambini più o meno alti come lui, e comunque lo costringerebbe a relazionarsi con gli altri, imparare a passare la palla, a non far ruotare tutto su di lui, a tollerare le frustrazioni.
-Lui: lui però vuole fare judo..
-Lei: eh certo, un altro sport individuale…piuttosto allora danza come faceva due anni fa, che gli piaceva e si doveva coordinare con gli altri nelle coreografie.
-Lui: danza non lo considero nemmeno uno sport, e poi si fa comunque in modo individuale…questa cosa delle coreografie è una stupidaggine, non cercare di spacciarlo per sport di squadra!!

Pallavolo..judo..danza….non ne venivano a capo.

Il dubbio di questi genitori fa emergere un tema che, lavorando con i bambini, mi sono trovata a trattare più volte, con genitori ma anche con educatrici di nido nei gruppi di formazione.
Come ci si deve comportare riguardo alla libertà di scelta individuale?

“Imporre” qualcosa che va in controtendenza rispetto al carattere e alle attitudini dei bambini in modo che sviluppino ciò che per loro è più difficile?

Assecondare invece la loro indole, lasciando che facciano ciò che gli piace e per il quale sono spontaneamente più portati, che però non li aiuta a smussare lati del carattere o a sviluppare competenze diverse da quelle che hanno già?

Qual è il limite nel quale il sostegno diventa costrizione e l’eccessiva libertà diventa mancanza di una guida?
Plasmare o lasciar  scorrere?
Ragnetto o camaleonte?

Voi come la pensate?