Bibliografia del seminario “cosa metto nello zainetto?”

Grazie a tutte le famiglie e le insegnanti ed educatrici di Bra e dintorni, che hanno partecipato al seminario, condotto da me e dalla logopedista Mara Novajra, grazie soprattutto per la partecipazione attiva, si è creata davvero una bella atmosfera di discussione fertile 🙂

Ecco qui alcune slides (impossibile condensare qui tutti gli argomenti..) e la bibliografia del seminario.

Ci vediamo GIOVEDI’ 5/03 alle 20,45 con la pediatra Anna Bracone e il seminario su come affrontare le malattie di comunità.

zainetto 1

zainetto 2ZAINETTO 3ZAINETTO 4ZAINETTO 5

ZAIETTO 6ZAINETTO 7

Letture utili e materiali

  • Edizioni Erickson:
  • Giocare con le parole
  • Giocare con le parole 2 (prima e seconda parte)
  • Materiali IPDA per la prevenzione delle difficoltà di apprendimento
  • SR 4-5 (prove per l’individuazione delle abilità di base nel passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria
  • Sequenze temporali
  • Primi voli (apprendere con il metodo analogico alla scuola dell’infanzia)
  • Laboratorio grafomotorio
  • Sviluppare l’attenzione e l’autoregolazione
  • Giornalini vari:
  • “Focus Pico”
  • “G-baby”
  • Giornalini da ritagliare, incollare, seguire percorsi, cercare immagini, cercare le differenze, unire i puntini, raccontare, ascoltare
  • Materiali:
  • Carta e matite, forbici, colla, scotch, giornali, pitture, pennelli
  • Costruzioni
  • Materiale per gioco simbolico (scatola dei travestimenti ad esempio)
  • Libri vari
  • Giochi di società (es. le carte della serie Djeco)

Bibliografia

  • Alberto Pellai- “Si va a scuola. Prepararsi ai primi giorni in classe“- Ed. Erickson
  • Franceschini T. e Parisi S., Tersicore va a scuolaEdizioni UNiversitarie ROMA
  • Giorgi R., Vallario L., Fallimento scolastico, fallimento sociale. Riflessioni critiche su dispersione scolastica e devianza giovanile, “AIPG Newsletter, Associazione Italiana Psicologia Giuridica”, 6, luglio-settembre, 2001, pp. 7-8.
  • Mansutti L., Giorgi R., Uno “strappo” con la realtà: l’abbandono scolastico, Atti del convegno “Strumenti di intervento, ricerca, prospettive future”, Ordine degli Psicologi della Toscana, Firenze 17 ottobre 200
  • Montessori – La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano 1952
  • Paolo Fasce – Pensieri sottobanco.La scuola raccontata alla mia gatta-, Domingo Paola (a cura di)- Ed. Erickson
  • Reuven Feuerstein, Y. Rand, J.E. Rynders, Non accettarmi come sono, Sansoni Editore, Firenze.

Rischiatutto!! Insuccesso scolastico, ansia da prestazione e DSA

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“Signore e signori fiato alle trombe e benvenuti al Rischiatutto! Ecco a voi la domanda di oggi..guardate questa foto..questo e’ Gigetto…ve lo descrivo: e’ un bambino di nove anni..molto simpatico..gioca con gli altri, va a scuola…ma quando deve fare i compiti, e’ un disastro. Non c’è verso, non vuole studiare, cerca di evitare le interrogazioni, le insegnanti dicono che e’ pigro e svogliato.. a volte se ne inventa addirittura qualcuna per non andare a scuola o comunque per saltare compiti, verifiche o interrogazioni…dimenticare il libro o il diario..perdere la penna…insomma le prova tutte..insegnanti e i genitori concordano su una cosa..POTREBBE FARE DI PIU’!
E allora cari signori ecco la nostra domanda: secondo voi Gigetto ha:
1) un disturbo specifico di apprendimento
2) delle difficoltà emotive
3) un rallentamento dello sviluppo
Rispondete signori!La uno, la due o la treee? Rischiatutto!”

Beh…se non sappiamo rispondere a questa domanda, Gigetto qualcosa di importante lo rischia.
Vi ci ritrovate?Mamme ed insegnanti?
Vi è successo di non saper dare una spiegazione, di fronte ad un problema di apprendimento?
Io  da professionista, ho ormai sviluppato un’ idiosincrasia per la frase “potrebbe fare di più”…a volte, in modo provocatorio, mi verrebbe da rispondere “certo, potremmo tutti, fare di più!”
Tutti noi, possiamo fare di più. Io stessa, potrei, ma ognuno di noi si confronta con il quotidiano, con momenti, periodi, contesti, ambiti in cui riesce a dare il meglio, oppure no.
Il problema non è il “fare”ma il capire perché non si riesce a dare il meglio, perchè a volte quello che dovrebbe essere il naturale processo di apprendimento (la spinta ad imparare è innata) non funziona, e quali sono i fattori che lo ostacolano.
Eh sì, perchè a scuola si può non riuscire per tanti motivi…
Escludiamo (per il momento) le situazioni di oggettivo svantaggio socio-culturale, semplicemente perché di solito queste situazioni sono già note, seguite dai servizi, le insegnanti ne sono a conoscenza e possono tenerne conto.
Quali possono essere allora gli altri ostacoli?

Si può riuscire benissimo a studiare, ma avere ansia da prestazione e non riuscire ad esternare ciò che si sa;
Si può avere la testa piena di pensieri, fantasie, preoccupazioni, magari perchè mamma e papà si stanno separando, sta arrivando un fratellino, un genitore non sta bene o ha perso il lavoro, e non riuscire a trattenere in mente nulla;
Si può avere un dsa, un disturbo specifico di apprendimento, e non riuscire ad apprendere in una singola materia;
Si può avere un rallentamento nello sviluppo cognitivo, che non va di pari passo con l’età anagrafica.

Quindi insomma, basta capire quale sia il motivo della difficoltà ed applicare la soluzione! Eh..magari fosse così semplice…il punto è che stiamo parlando di ragazzini, di PERSONE, non di etichette diagnostiche, e che in tutti i disturbi di apprendimento c’è COMORBILITA’.
Questo parolone significa che c’è sempre una contaminazione, una coesistenza di aspetti cognitivi ed aspetti emotivi.
Per farvi capire meglio, vi faccio un esempio:

Il bambino A e’ dislessico, ma non lo sa. I suoi compagni iniziano ad imparare a leggere..prima in modo timido ed incerto, poi sempre più sicuro. Studiano delle cose leggendole sul sussidiario e se le ricordano. Lui no, proprio leggere non gli riesce. Teme di fare una brutta figura davanti a tutti..ma perchè quella cosa non gli viene? Inizia ad avere il dubbio di essere stupido, di avere qualcosa che non va, a sentirsi agitato ed insicuro. Quando può, cerca di evitare le interrogazioni, se deve essere interrogato o leggere ad alta voce va in ansia, diventa rosso come un peperone. I compagni ridono. I voti calano. Gli viene sempre più ansia. Anche il solo pensiero lo fa sentire a disagio…magari fa il bullo per compensare, così i compagni non gli daranno fastidio.

Il bambino B invece, soffre di ansia. Vede i compagni che parlano davanti a tutti e li invidia..ma come fanno ad essere cosi spavaldi? A lui, parlare davanti ad altre persone, spaventa a morte. Nella sua testa le cose le sa…ma davanti ad altri, a tutti, alla classe che lo guarda, non se la sente…le parole non gli escono..se gli chiedono qualcosa, diventa rosso come un peperone. Cerca di evitare le interrogazioni il più possibile, i voti calano.

Vedete come, pur avendo origine da fattori diversi, gli aspetti emotivi e di apprendimento si intersecano? Vedete come apparentemente i due bambini hanno un comportamento simile? Evitanti, distratti, con i voti che si abbassano, magari aggressivi in certi momenti, descritti come pigri o che “potrebbero fare di più”?
E allora, se il funzionamento, la manifestazione esterna, non sempre corrisponde alla struttura interna, come possiamo fare per capire?
Fortunatamente, gli strumenti ci sono.
Intanto, se ci troviamo di fronte ad un problema di apprendimento, è bene come a solito fare un passo indietro e porsi alcune domande, che possono aiutarci a creare un primo discrimine:

-I problemi a scuola sono in una materia specifica o generalizzati?
-I problemi a scuola sono nell’orario di un’insegnante specifica?
-Il bambino in questione ha difficoltà in altri ambiti extrascolastici?
-Emergono segnali di ansia o controllo dell’ansia (tic, rituali, somatizzazioni)?
-Ci sono fattori di vita stressanti in quel momento, per il bambino?

Il secondo passo, se ancora ci riesce difficile capire cosa stia succedendo, è condividere perplessità e domande con uno specialista, in modo che possa corredarle con strumenti tecnici preziosi.
Il primo, il più importante, è il test WISC, ovvero Wechsler Intelligence Scale for Children. Il test wisc (nel gergo di noi psico, “la wisc”), è il test di intelligenza per bambini dai sei ai sedici anni utilizzato in tutto il mondo. E’ standardizzato , se parliamo di un Q.I. di 100 intendiamo lo stesso dato, in Italia come in Francia o in America, e può essere utilizzato solo da un medico o da uno psicologo iscritti all’ albo. Nessun altro può utilizzarlo, nemmeno acquistarlo. Questa limitazione deriva da fatto che il Q.I. è un dato estremamente sensibile, e l’iscrizione all’albo e’ garanzia legale di tutela della privacy ed utilizzo consapevole dei dati.
La wisc e’ fatta di 13 prove, ognuna della quale misura una parte dell’intelligenza: logica, verbale, visuo-spaziale, memoria a breve termine, a lungo termine, uditiva, ecc.
Quindi il test ci aiuta moltissimo. Intanto, ci dice se il Q.I. che troviamo è nella norma in relazione all’età, in modo da permetterci di escludere un ritardo nello sviluppo cognitivo.
Se il Q.I. e’ normale, il test ci può evidenziare che ci sono delle discrepanze fra i vari tipi di intelligenza, e far emergere delle “cadute” in prove specifiche. Tali cadute molto spesso sono indice di un dsa, disturbo specifico di apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia ecc).
Il cervello funziona bene nel suo complesso, ma in alcune prove sembra funzionare molto peggio: ad esempio nella dislessia ci sono cadute nelle prove che presuppongono l’utilizzo, per l’apprendimento del canale verbale. Se ascoltiamo un’informazione con le orecchie, la memoria la immagazzina; se la leggiamo con gli occhi, molto di meno. In questa immagine, presa dal sito http://www.aiditalia.org , potete vedere come legge un dislessico. E’ proprio difficile leggere così, no?

dislessia

Se la wisc rileva queste discrepanze fra prove, occorre approfondire con test ancora più specifici (es prove di letto-scrittura che mettono in evidenza la velocità di lettura correlazione con l’età). Le logopediste del centro Multicodex sono le nostre preziose alleate per tutta questa parte più specifica. 🙂
Se invece la wisc è nella norma e le abilità sono omogeneamente espresse, possiamo supporre un’interferenza con l’apprendimento di natura emotiva; occorrerà dunque approfondire l’aspetto psicologico, con colloqui, giochi, test emotivi (ovviamente adatti all’età del bambino).

Solo così potremo avere un quadro sfaccettato, il più possibile aderente a quella che è la realtà di ogni singolo bambino, in modo da poter predisporre percorsi di potenziamento delle abilità o di supporto alle difficoltà emotive che non siano “pacchetti pre-confezionati”, ma davvero tarati sull’individualità, tagliati su misura e quindi anche più incisivi.

In conclusione quindi, mi spiace per il povero Mike, ma quando c’è di mezzo una questione importante e interconnessa con diversi domini come l’apprendimento, non RISCHIAMO ma affidiamoci a professionisti seri e strumenti standardizzati. 🙂

Compiti a casa & poiane – Parte 1

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SCENA 1 (elementari-medie)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il bambino DOVREBBE fare i compiti…
“Gigetto, fai i compiti”
“Dopo, mamma”
….passa un’ora (lego, cartoni, carte di Yu- Gi-Oh, cartoni, lego)
“Gigetto, adesso fai i compiti!” (Tono già leggermente alterato)
“Sì mamma, ora li inizio”
…..’passa un’altra mezz’ora (tablet, gormiti, cartoni)
“Puoi dire a TUO figlio di fare i compiti?”
“Gigetto, fai i compiti ORA!” (Tono imperativo da pater-familias)
…………………………..(nessuna risposta)…………………..
“Gigetto!!” (Urlando, si alza dal divano e va a prendere il figlio in camera).
Segue lite da manuale….grida, pianti, rimproveri.
Epilogo:
Mamma e/o papà abbandonano le loro attività, scuotendo la testa; Gigetto controvoglia si siede al tavolo, ancora singhiozzando per la scenata, uno dei due genitori a fianco a lui:
“allora, apri il libro, a pag 45, ora scrivi, qui, no hai sbagliato cancella, ma stai ascoltando? Dai, riscrivi, su avanti ora prendi la penna rossa, dai adesso scrivi…”

SCENA 2 (medie-superiori)
Interno, giorno. Pomeriggio domenicale.
Papà e mamma leggono, guardano la tv, fanno qualche lavoro di casa.
Il ragazzo DOVREBBE fare i compiti…
“Gigione, fai i compiti”
“Ok, mamma” (si chiude in camera, modalità: DO NOT DISTURB, E’ IN CORSO LA FISSIONE DELL’ATOMO)
Seguono fasi fondamentali del pomeriggio di studio:
-Preparazione postazione di lavoro (mettere a posto i pennarelli in ordine di colore, estrarre i libri, impilarli, creare una torre, notare che la torre tende a cadere, temperare le matite, accorgersi che si è persa la matita nera, cercarla, preparare evidenziatori di vari colori, provarli per vedere se sono scarichi): 45 min;
-Preparazione social network per non sentirsi soli nel duro lavoro dello studente (accensione facebook, ask, cellulare pronto su whatsapp): 15 min;
-Controllo dei suddetti social network per non perdersi importanti notizie di eventi occorsi negli ultimi 5 minuti: 30 min;
-Preparazione vettovaglie da sgranocchiare studiando, al fine di sostenere il fisico e recuperare le energie perse (succo, merendine, snack, caramelle varie): 10 min;
-Inizio lettura argomento studio con sottolineatura: 5 min
-Pausa per recuperare la stanchezza (play-station, nintendo, wii, social network, ipod): 50 min
“Gigione, hai studiato?”
“Sì mamma”
Epilogo:
Sul diario, scritto in rosso:
Interrogazione di storia: Gigione si presenta impreparato, pur affermando di aver studiato, voto: 3

Vi ci ritrovate?
Quali siete dei due scenari?
Siete genitori “poiane”, che stanno addosso ai ragazzi per farli studiare, oppure li lasciate soli ad affrontare il panico da scrivania?
Come si fa, quando i nostri ragazzi non vogliono studiare? E’ meglio incalzarli, col rischio che deleghino sempre a noi, o lasciarli stare, col rischio che non studino niente?

Argomento molto complesso, lo dividerò in più post perché sarebbe troppo lungo.

Partiamo da una considerazione..sulla motivazione allo studio incidono molti fattori diversi, alcuni legati alla personalità, alcuni legati all’ambiente (casalingo, scolastico, sociale), alcuni alla maturazione cognitiva.
Escludiamo per il momento difficoltà specifiche come ad esempio i disturbi di apprendimento o altro, e concentriamoci su un alunno “normale” (le virgolette sono d’obbligo: come diceva Basaglia” visto da vicino, nessuno è normale”)
Cos’è che supporta la motivazione e la buona riuscita del percorso scolastico?
Ci sono dei fattori ambientali facilitanti: fornire un buon esempio (vedere i genitori che leggono o studiano funziona molto di più che ripetere al bambino che deve leggere o studiare), leggere al bambino fin da piccolo, ancora prima dei tre anni, quando il cervello è al massimo delle sue potenzialità di “assorbimento” (le ricerche lo hanno dimostrato in modo inequivocabile), avere la fortuna di poter contare, in classe, su una valida maestra.
Ma quando si è a casa?
Fare o non fare i compiti con il bambino?
Se l’obiettivo è solo quello di “far entrare in testa”, volenti o nolenti, le cose imparate a scuola, allora può anche andare bene fare i compiti con un genitore.
Io sono però convinta che ci siano altri obiettivi PIU’ IMPORTANTI del semplice acquisire delle conoscenze, ovvero:

–          Far sì che il bambino impari ad organizzarsi in modo autonomo un lavoro che deve svolgere; pensando ad un futuro lavorativo, la dote più richiesta non è certo quella di saper scrivere sotto dettatura, poiana alle spalle, bensì quella di saper valutare quanto tempo occorre per fare un lavoro, organizzarlo e svolgerlo in autonomia, rispettando i tempi concordati);
–          Far sì che il bambino sviluppi una motivazione INTRINSECA allo studio e non ESTRINSECA (faccio i compiti perché sono una cosa mia che mi piace, non perché mamma o la maestra mi obbligano o mi premiano/puniscono). La motivazione intrinseca è un buon indicatore di successo scolastico;
–          Far sì che il bambino sviluppi un senso di autostima e autoefficacia (riesco ad eseguire e completare da solo un lavoro che mi è stato affidato, sono competente)
–          Dare un feedback alle maestre in merito al loro operato (se i compiti sono sempre tutti giusti perché sono stati corretti dai genitori, le insegnanti si rendono meno conto di quali cose è necessario rispiegare).
Se teniamo a mente questi obiettivi, risulta chiaro come l’aiuto costante dei genitori durante i compiti assegnati a casa, non sia per nulla proficuo.
Io invece consiglio di:
–          Parlare chiaramente al bambino del fatto che i compiti sono una cosa SUA, lui ne è il CAPO, e sono una cosa molto importante (valorizzando anche la scuola, non dire che è una scocciatura ecc);
–          Aiutarlo ad immaginare come può organizzarsi per farli (es perché non li dividi, metà oggi e metà domani..ecc), il che non vuol dire organizzargli in toto il lavoro;
–          Se il bambino vuole seguire una sua modalità organizzativa, LASCIARLO FARE, anche correndo il rischio che non riesca a finirli; se questo accade, non mortificare il bambino con frasi come “ecco, hai visto, te l’avevo detto che non li finivi”, ma sostenerlo nel suo tentativo dicendo frasi come “oggi non ti sei organizzato bene, la prossima volta sicuramente farai meglio” (La volta successiva invitarlo a tenere conto di quanto accaduto nel tentativo precedente)
–          Assicurarsi che il bambino abbia la tranquillità necessaria a svolgere il suo lavoro (niente fratelli che disturbano, musica o tv accesa ecc)
–          Proporre al bambino al termine dei compiti di guardare insieme il lavoro che avrà svolto e lodarlo per il fatto che l’ha svolto in autonomia;
–          Proporsi al bambino come interlocutore per le lezioni da imparare ORALMENTE (“mi dici la poesia, mi vuoi ripetere la lezione di geografia?”, ecc) oppure come aiuto nei casi in cui il bambino non abbia compreso una regola, limitarsi a spiegare la regola o la consegna, poi lasciar continuare il bambino da solo.

Nella seconda parte del post affronterò meglio il tema della motivazione e del metodo di studio, riferendomi anche ai ragazzi più grandi..nel frattempo..che ne pensate?