Spoiler alert: cinque cose che nessuno vi dirà sull’essere mamma

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Io con le mamme ci parlo ogni giorno, ascolto le loro preoccupazioni, condivido le loro lacrime, rido con loro e gioisco con loro, parlare con le mamme è la parte che preferisco del mio lavoro. ❤
Allora in questo giorno speciale, voglio dirvi un po’ di cose che ho capito. Sono cose che vanno un po’ controcorrente, rivoluzionarie, condividetele solo con persone speciali, mi piacerebbe che si creasse una piccola carboneria di ‘mammitudini’ alternative 🙂
Partiamo quindi con questi cinque spoiler!

Primo:  mantenete la bussola, non fatevi rincoglionire (termine psico-tecnico!) dalla pressione della società e degli altri, mantenete il focus su quello che è veramente importante per voi e per i vostri figli. In questa epoca social dobbiamo sempre essere tutte performanti, truccate, pettinate, sempre sorridenti, mai scazzate, efficienti ed efficaci, dobbiamo saper fare tutto e i nostri figli devono essere anche loro sempre sorridenti,  vestiti bene, non tirannici e mai capricciosi… Certo. Come no.

La verità amiche mie è che queste cose sono marginali, a vostro figlio per il compleanno non gliene frega un cavolo di avere 800 invitati, i clown, gli animatori, gli sbandieratori, i fuochi artificiali, la torta di pasta di zucchero di 7 piani (per la preparazione della quale vi siete dovute impegnare l’orologio d’oro dello zio Venanzio e smadonnato di notte di fronte a tutorial del boss delle torte) L’equazione (infallibile) del piccolo Mugnaio Bianco recita:  “per quanto scenografica e buonissima sia la torta che avete fatto, vostro figlio vi dirà SEMPRE che voleva “a totta coee steiine” (torta pan di stelle, mulino bianco, carrefour reparto biscotti, costo: €5,19). 
A vostro figlio servono amici del cuore, bimbi che può frequentare spesso e con i quali crescere e rapportarsi, serve che voi manteniate buoni rapporti con nonni e zii, cugini, servono prati per giocare a palla, giochi stupidi organizzati PER e CON loro (alcune idee incredibili ed innovative: gioco della scopa, nascondino, caccia al tesoro, rialzo, ecc).
Fregatevene di questa sovraesposizione social che rende tutti apparentemente performanti e felici, sappiate che le altre mamme sono come voi, ignorate ciò che si dice nei gruppi Whatsapp (le mamme su Whatsapp si trasformano in creature chimeriche, metà ansia e metà spammatrici di foto inutili)  e comunque i figli non vogliono delle mamme perfette, anche perché con una mamma perfetta ci si sente a propria volta in dovere di essere perfetti (ansiaaa!!), i figli vogliono delle mamme felici, realizzate, serene il più possibile, che vivano la loro vita, fatta anche di cose che non li riguardano, a meno che non vogliate crescere dei narcisi indolenti e passivi, convinti che tutto ruoti intorno a loro; datemi retta, lasciate perdere, fate un favore alle vostre future nuore e ai vostri futuri generi.

Secondo: i vostri figli hanno bisogno di voi per un sacco di cose diverse, non solo perché li coccoliate e li ammiriate nelle cose che fanno, ma anche perché sosteniate la loro crescita e li alleniate ad affrontare le difficoltà. Quindi non cercate di togliere davanti a loro tutti gli ostacoli, lasciateglieli affrontare, dategli la possibilità di scoprire la loro forza di carattere, la loro resilienza, alternate momenti in cui fate voi per loro a momenti in cui lasciate che facciano loro per loro stessi, abbiate cura di tutte e due queste parti dell’essere genitore: proteggere e allenare alla vita.
Stessa cosa dicasi per le emozioni, i bambini non hanno bisogno che gli togliate le emozioni negative (vedi anche post QUI: ), nessuno desidera essere distolto da un’emozione che prova, non dovete sempre distrarre, distogliere, razionalizzare, compensare: la vostra presenza e vicinanza anche mentre i vostri figli provano emozioni forti, è tutto ciò che serve.

Terzo: i vostri figli vi amano, non dimenticatevelo, mai, nemmeno quando vi dicono ‘brutta, cattiva, ti odio’, un genitore non è degno di essere chiamato tale se il proprio figlio non ha pensato almeno un po’ di volte ‘ti odio’, la forza che li spinge ad entrare in contrasto con noi non ha nulla a che fare con il legame, il pensare che vostri figli non vi vogliano bene insinua un tarlo shakespeariano nella vostra testa e non vi consente più di fare il vostro lavoro, di andare fino in fondo quando sentite che dovete mettere un limite e tenere duro. Ah, per inciso: il 70-80% del lavoro del genitore, ad ogni età, è semplicemente resistere resistere resistere, tenere duro, tenere duro quando abbiamo detto no e loro insistono, tenere duro quando ci sollecitano in ogni modo e testano la nostra tenuta per vedere se siamo in grado di reggerli e contenerli, fare il vigile urbano, il cane da guardia, la quercia secolare (scopri QUI il metodo quercia), essere un punto fermo, un porto sicuro nel quale approdare anche durante la burrasca.

Quarto: i bambini ci mandano segnali, in continuazione, molti di questi segnali sono mascherati, cercate di non credere al messaggio superficiale ma di leggere quello più profondo, anche quando vi stanno dicendo ti odio sei cattiva in realtà stanno dicendo ho bisogno di te, aiutami ad affrontare questo limite, aiutami a gestire queste emozioni forti, non vi fate fregare dai messaggi mascherati, perchè anche quando non sembra, loro hanno bisogno di voi, voi siete davvero importanti. Parallelamente, ricordatevi che non tutto dipende da voi,  noi mamme certamente siamo professioniste nel fare errori e ci prendiamo le nostre colpe, ma con buona pace di Freud dovete sapere che i figli nascono con un loro temperamento individuale, e nel loro percorso incontreranno educatori, insegnanti, maestre, amici, amori, preti e allenatori, compagnie ‘buone’ e ‘cattive’, persone che influenzeranno la loro crescita, rilassiamoci, non dipende sempre tutto da noi.

Quinto: se sentiamo che invece siamo proprio noi che sbagliamo alcune cose, teniamo a mente che possiamo riparare, non siamo onnipotenti, diamo per assodato che molte volte sbaglieremo o non saremo in grado di aiutarli, se ci rendiamo conto di fare degli errori ripariamoli in seguito, questo comportamento servirà loro da esempio ed apprenderanno a chiedere scusa e a rimediare agli errori. (Le future nuore ringrazieranno). Se ci accorgiamo che su certe cose sbagliamo sempre, sempre sulle stesse, andiamo a fondo nel comprenderle; a fare i genitori si impara implicitamente dai propri genitori e a volte questo comporta delle difficoltà, sappiate che non basta cercare di ‘fare il contrario di quello che faceva mia madre’, la cosa che funziona di più è prendersi uno spazio per ripensare alla propria esperienza di figlio e costruirne una narrazione alternativa, vi consiglio caldamente di farlo se vi rendete conto che ci sono dei nodi aspri che si ripetono sempre e che non riuscite a dipanare, fatelo senza paura perché rileggendo la vostra storia di figli cambierete completamente quella di genitori.

Concludo con due cose, una per i papà, i mariti e i compagni: abbiamo bisogno di voi, i figli sono impegnativi e bisogna affrontarli in assetto da falange romanaabbiamo bisogno di fare squadra, non abbiamo bisogno che ci razionalizziate le cose e spesso nemmeno che ci troviate chissà quali soluzioni a stanchezze e problemi che sono fisiologici, a volte vogliamo solo lamentarci e che voi possiate reggerlo (Sì, a volte anche il lavoro del partner è semplicemente quello di reggere).

Un suggerimento salvavita per i papà: evitate frasi come “sei sempre nervosa!”, “devono arrivarti le tue cose?” “Mi sembri tua madre!”, apprezzabili invece frasi come “tesoro riposati ci penso io ai piatti stasera”, “tesoro perché non lasciamo stare i lavori per adesso e ci sdraiamo insieme sul divano a farci due coccole?” (no, metterle una mano sulla tetta dopo 3 secondi netti non rientra nel concetto di “farsi le coccole”), “ti ho comprato il cioccolato fondente e il rum Zacapa invecchiato, te ne porto un goccetto?”.

Il mio ultimo pensiero è per una carissima amica che non riesce ad avere bambini: come tante altre donne ha vissuto più volte la gioia del test di gravidanza e la fatica di non riuscire a portarla avanti, il lutto, la speranza e la disperazione…questa amica mi ha fatto da mamma molte volte, mi ha accudita in momenti difficili come quelli in cui stavo per perdere anche io il mio bambino, mi ha coccolata, spronata, mi ha portato le schifezze perchè io potessi mangiarle a letto e si è sobbarcata fatiche perché io potessi riposare, mi ha sostenuta moralmente e operativamente, ha fatto tutto ciò in modo assolutamente naturale ed identico a quello di una madre qualsiasi. A lei e a tutte le “diversamente mamme” va il mio abbraccio più stretto in questa giornata, vi auguro di riuscire a trovare un senso per ciò che vi sta accadendo e di poter comunque esprimere tutto l’amore e la bellezza che c’è in voi.

AUGURI!!

 

Novità :-)

Riassumo qui le novità di questo periodo,

così chi vuole condividere può farlo da un unico link 🙂

  1. GRUPPI PSICO-EDUCAZIONALI PER GENITORI, EDUCATORI, INSEGNANTI:

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Si tratta di moduli psico-educativi (non terapeutici), basati su 50 anni di ricerca scientifica sullo sviluppo della relazione genitore-bambino, consistenti in otto incontri da 2 h .

Si tratta di incontri in piccolo gruppo (6-8 persone), che aiutano i genitori a conoscere meglio la relazione con i figli, a farli crescere in modo sicuro e con più autostima. Gli incontri sono adatti a genitori di bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, sono utilissimi in caso di genitori che hanno figli con temperamento particolarmente oppositivo o ansioso, si possono svolgere già nella fase pre-parto per accogliere l’arrivo del bambino nel migliore dei modi, possono essere svolti anche non da genitori ma da persone che hanno a che fare con bambini e ragazzi (educatori, insegnanti ecc).
NON ESSENDO TERAPIA non sono adatti a situazioni di disagio particolari o specifiche, si occupano della ‘normalità’ (per quanto possa esistere questo termine!) dei rapporti genitore-figlio.

Durante il modulo si lavorerà tramite:

  • visione di un filmato suddiviso in capitoli;
  • Utilizzo di schede per l’osservazione, schemi, diapositive;
  • Confronto e discussione di gruppo rispetto alle tematiche del filmato;
  • Brevi laboratori sulle emozioni in gioco.

I gruppi saranno omogenei per età, si terranno il martedì o il venerdì, in orario da definire, due ore ogni 15 giorni, da metà marzo a metà luglio. Il luogo è la sala riunioni del mio studio, in corso IV Novembre 8 a Torino (zona santa Rita, stadio Olimpico), ma per gruppi interessati posso anche valutare di spostarmi in città della cintura torinese. I costi sono diversi se si viene da soli, in coppia (con il partner o con un’amica) o addirittura se si riesce a creare un gruppetto autonomo (es una persona con un paio di amiche e i loro mariti o con quattro o cinque amiche), scrivetemi a silviaspy@gmail.com , o in privato su facebook per maggiori informazioni. Chi è interessato dovrebbe scrivermi, il più presto possibile : SE E’ GENITORE (OPPURE EDUCATORE, INSEGNANTE, OSTETRICA ECC), in caso sia genitore L’ETA’ DEL SUO BAMBINO o dei suoi bambini, IL GIORNO E la FASCIA ORARIA DI PREFERENZA (martedì o venerdì, fasce: 9,30/11,30, 11,30-13,30, 13,30-15,30, 17,30-19,30. ).

 

2. WORKSHOP DEL FESTIVAL DELLA PSICOLOGIA, PIEMONTE IN TREATMENT

Si tratta di tre workshop organizzati in sinergia con alcuni colleghi, su tematiche diverse.
La metodologia di lavoro è interattiva, con simulazioni, giochi di ruolo, esercitazioni.
Il costo unitario per ogni workshop è un costo promozionale, di 20 € a persona.
I posti sono limitati, ci si iscrive tramite il sito di psicologia festival scaricando un coupon gratuito, che consegnato al momento del seminario darà diritto alla tariffa promozionale 🙂

Il workshop “l’unione fa la forza”, pur svolgendosi al micronido (per motivi di spazio), è rivolto a genitori di bambini e ragazzi di qualsiasi età.

CLICCA QUI PER VEDERE I WORKSHOP

3. T-AP – TALKING ABOUT PSYCHOLOGY: ESSERE GENITORI NELL’ERA 2.0

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Verrò intervistata in streaming da Laura Toscano, sul tema della genitorialità nell’epoca 2.0. Si parlerà di funzioni genitoriali e di “sindrome dell’attimo fuggente”.

L’incontro è aperto a tutti ed è gratuito, sarà visibile su youtube

CLICCA QUI PER ACCEDERE AL CANALE YOUTUBE AP PIEMONTE

Varicella, Valeria e sintonizzazione emotiva

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Per parlarvi dell’argomento di oggi, voglio raccontarvi un fatto preso dalla mia esperienza personale.
Quando aveva due anni e mezzo, mio figlio più piccolo prese la varicella, in forma abbastanza forte. La seconda notte, la febbre gli sali’ moltissimo, e il suo viso e il suo corpo si riempirono di pustoline.
Secondo le indicazioni della pediatra gli somministrai la tachipirina e anche un antistaminico, per il prurito. Non potevo darglielo nuovamente prima che fossero passate alcune ore. Mio figlio andò a dormire ma verso mezzanotte si svegliò in preda al prurito e venne nel mio letto, piangendo.
Io lo accolsi sotto le coperte, e lui iniziò a dirmi: “mamma ti pego, mi toji i puntini? Dai toji toji, ti prego mamma toji i puntini, i puntini buciano, fanno male, non vojo puntini”. Ovviamente non potevo fare nulla. Gli spiegai che non era possibile. Lui prese a piangere ancora di più: “dai mamma ti pego, ti pego mamma”. Lo abbracciai. Mi sentivo uno schifo. Impotente, frustrata.
Le lacrime mi chiudevano la gola, il mio bimbo mi chiedeva aiuto e io non potevo fare nulla.
Restai sveglia con lui. Lo tenni in braccio, gli dissi che quei puntini erano proprio antipatici e che sapevo che era brutto avere il prurito, che anche io li avevo avuti, da piccola. Lo rassicurai sul fatto che presto sarebbero passati, gli dissi che nel frattempo purtroppo bisognava avere pazienza ed aspettare.
Restai lì seduta nel letto, con lui accovacciato su di me, che ogni tanto si assopiva, ogni tanto si svegliava e piangeva. Poi arrivò l’ora della seconda dose di antistaminico, e finalmente si addormento’.

Ma torniamo ad oggi. Poco tempo fa, in studio, arrivò una coppia di genitori. Chiedevano un aiuto perché la loro bimba di sei anni non voleva più andare a scuola, non voleva separarsi da loro. Poco tempo prima era morto improvvisamente il loro gatto, e la bimba da quel momento manifestava una forte paura, piangendo ogni mattina ed aggrappandosi a loro, chiedendo di non andare a scuola. I genitori, molto solleciti, avevano tentato di farle passare la paura in ogni modo: avevano promesso premi se fosse entrata in classe tranquilla, cambiato turni di lavoro per portarla con più calma, condotto una serie di approfondimenti e domande, chiedendo alla bambina se avesse paura della morte a causa di ciò che era accaduto al gatto, o se le fosse successo qualcos’altro a scuola.
La bambina rispondeva di no, e diceva: “c’è un problema, ma non riusciamo proprio a capire che cos’è”. I genitori erano preoccupati e rimandavano alla loro bimba che volevano solo che lei fosse felice ed andasse a scuola sorridente, lei prometteva di sì, ma poi la mattina dopo ricominciava a disperarsi.

Cosa hanno in comune questi due episodi che ho raccontato?

Spesso facciamo un errore di valutazione. Succede a livello personale ma anche generale, sociale, mediatico. Sovrastimiamo le emozioni positive e non diamo diritto di cittadinanza a quelle “negative”. Siamo convinti che le persone, soprattutto quelle a cui vogliamo bene, e soprattutto i figli, se sono sovrastati da uno stato emotivo intenso, desiderino che noi glielo togliamo, proprio come i puntini.
Eppure abbiamo fatto tutti esperienza di quanto sia fastidioso e frustrante quando siamo tristi o arrabbiati, incontrare qualcuno che cerca di “tirarci su” in ogni modo, magari tramite argomentazioni razionali. La verità è che nessuno, nemmeno un bambino, desidera essere distolto da uno stato emotivo che prova.
Invece, desidera fortemente poterlo condividere.

E allora cosa dobbiamo fare, da genitori?

La risposta ce la fornisce la neuropsicologia: siamo forniti di neuroni specchio, un particolare tipo di neuroni che si attivano guardando un ‘cospecifico’  (un altro esemplare della nostra specie) fare qualcosa, in particolare mostrare espressioni facciali che rimandano alle emozioni. In quell’attivazione, sentiamo esattamente dentro di noi come si sente l’altro, ci si attivano le stesse aree cerebrali, capiamo le emozioni dell’altro, empatizziamo.

Quindi? Lasciamoci guidare dalla nostra capacità di sintonizzazione emotiva. Possiamo confortare il nostro bimbo, fornirgli la nostra presenza e vicinanza, verbalizzargli che deve essere difficile stare come lui o lei sta in quel momento, e che succede, di sentirsi tristi, spaventati, arrabbiati ecc, ma senza CERCARE PER FORZA di distoglierlo dal suo stato emotivo. Non cerchiamo di compensare, di distrarre, di razionalizzare, di negare. In questo modo segnaleremo al bambino più cose:
1) Che avere emozioni intense succede a tutti;
2) Che è in grado di affrontarle;
3) Che VOI, siete in grado di affrontarle (questo è il punto più difficile, perché la sofferenza di un figlio attiva potenti vissuti in ogni genitore)
4) Che voi siete lì, lo accompagnate questo momento e lo aiutate a regolare ed elaborare queste emozioni, in questo modo via via sarà il bambino stesso a farlo.

Suggerii esattamente questo ai genitori di Valeria, invitandoli a convalidare gli stati emotivi della bambina senza cercare di renderla per forza allegra. Chiesi loro di aggiornarmi sugli eventuali cambiamenti.
Tre settimane dopo ricevetti questo sms:

“Cara dottoressa, la strategia che  ci ha suggerito è stata magica!  La bimba da un giorno all’altro ha diminuito il pianto mattutino davanti a scuola, e addirittura da due giorni entra in classe tranquilla. Siamo davvero contenti, la ringraziamo di cuore.”

In questo caso quindi, non c’è stata nessuna presa in carico psicologica, è stato sufficiente un unico colloquio a sbloccare la situazione, e i genitori sono stati molto bravi a comprendere la necessità della bambina di esprimere un disagio senza dover tassativamente cercare una soluzione. Nessuna ‘magia’ psicologica, solo l’invito ad usare pienamente i meccanismi di sintonizzazione che abbiamo già, ce li fornisce la biologia.

E Diego con la varicella?
Ve lo confesso, dopo che si fu addormentato, io mi misi a piangere per la tristezza e la frustrazione e mi addormentai a mia volta. Il mattino dopo, al risveglio mi fece un sorriso enorme e guardandomi mi disse solo: “mammetta”. Capii che il peggio era passato e che anche se mi ero sentita impotente, in realtà qualcosa lo avevo fatto: in una notte pessima della vita di mio figlio, ero semplicemente stata con lui, vicino a lui, e se possibile questo aveva ulteriormente rafforzato il nostro legame.

Vi sono accaduti episodi simili? Avete mai sentito che un momento di sofferenza condivisa vi ha avvicinato a qualcuno? (Vale anche per il partner, genitori, amici)

Raccontatelo se vi va…

P.S. Ovviamente Valeria è un nome di fantasia e l’episodio raccontato è liberamente tratto da esperienze terapeutiche opportunamente rimaneggiate, a tutela della privacy delle persone coinvolte  😉

 

LMi+ ovvero “La marcia in più”: supercompensazione psicologica e workaholismo

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“oh, questo mondo
anche la vita della farfalla
è impegnata”

Kobayashi Issa-

“Io faccio tutto,
e manco bono và”

-Mia nonna-

Donna multitasking, che vorresti librarti come una farfalla ma sei oberata da casa-figli-lavoro-impegni extra, mi rivolgo a te (uomo, non me ne volere, ma la mia esperienza clinica ed umana mi rende più semplice rivolgermi alle donne 🙂 ).
Ti senti di fare tantissime cose per gli altri e che queste non vengano riconosciute, o che addirittura non vadano mai bene?
Ti senti di occuparti di tutto e tutti, ma quando tocca agli altri occuparsi di te, misteriosamente non c’è nessuno?
Fai tante cose, troppe, eccessive, ciò nonostante agli altri sembrano sempre normali e scontate, perché “tanto tu ce la fai”?
Hai dei momenti in cui ti sembra di non farcela proprio per niente, in cui la solitudine ti prende alla pancia e la guardi come un pozzo nero e vischioso, nel quale per un attimo desideri affondare…e un attimo dopo hai le maniche tirate su e sei già tornata al lavoro?
Il lavoro ti dà soddisfazione, è l’unico ambito in cui le tue competenze vengono riconosciute e in cui ti senti sicura, padrona di te, brava?

Ok, fai un bel respiro ed immergiti in questo post.

Sempre più spesso, nel mio lavoro di terapeuta ma anche nelle mie relazioni personali, ho notato la correlazione fra un tipo particolare di costruzione del senso del valore, e un successo lavorativo che sfiora (o affonda!), nella dipendenza da lavoro (in gergo psico: workaholismo).
Il tema mi sta molto a cuore, tanto che le cose anticipate qui diventeranno un  libro, con le storie delle donne che mi hanno aiutata a comprendere come funziona questo meccanismo insidioso.

E allora, cerchiamo di osservare cosa accade.

Per prima cosa, vorrei introdurre il concetto di supercompensazione: è un concetto utilizzato in ambito sportivo, che indica “un processo fisiologico che si verifica al seguito di un lavoro muscolare, che porta il tessuto ad una fase di stress (fase catabolica) e dopo, a seguito di riposo, ad una fase di crescita ed adattamento (fase anabolica). Nell´allenamento la fase catabolica prolungata è assolutamente da non sottovalutare, per evitare conseguenze negative fisico-muscolari e psicologiche. La conseguenza della fase catabolica prolungata è la “caduta fisica” che può anche essere chiamata sovrallenamento.” (Wikipedia).

Ma in senso psicologico, cosa significa?

Per capirlo insieme, vi faccio un esempio.
Immaginiamo una bambina, una bambina “poco vista” dai genitori, magari non del tutto voluta ed accettata, magari con genitori inesperti, non pronti al loro ruolo, o invischiati in problemi personali (di coppia, di lavoro, di vita). Oppure con genitori decisamente ed apertamente squalificanti e svalutanti.
Immaginiamo parallelamente una bambina invece molto voluta e desiderata, con genitori presenti, con molte aspettative, che la portano sempre “in palmo di mano”, elogiandola per come fa bene le cose e per quanto è brava e perfetta, il loro vanto, il loro motivo di orgoglio.

Faccio questi due esempi perché intorno a questi due estremi, si strutturerà un senso del valore personale non sano, legato all’idea di prestazione.

Quando il senso del valore si struttura così, in realtà ciò che si prova non è un senso di sé stabile; si capisce di “valere”, ma questa consapevolezza è sfuggente, è sabbia fra le dita, la si coglie con la coda dell’occhio, ma appena ci si volta, è già sparita, sfumando spesso nel suo opposto, ovvero in un senso diffuso di inferiorità e dis-valore.
Questa sensazione porta allo sviluppo di meccanismi di supercompensazione, nella speranza (quasi sempre inconscia), di garantirsi l’affetto.

Dice Ansbacher, psicologo adleriano: “Quanto più forte e intenso è il senso di inferiorità, tanto più grande è il bisogno di ricorrere a una linea di orientamento, che emergerà sempre più distintamente e avrà come fine ultimo la sicurezza“  (Ansbacher H., Ansbacher R., 1956).
La prima bambina, per farsi notare e/o apprezzare, potrà sviluppare delle competenze straordinarie.
Nel libro lo scoprirete: bambine quasi “prodigio”, che a tre anni leggevano, o che a otto anni già come piccole donnine si occupavano di un familiare, di una nonna ammalata, delle pulizie domestiche (molte di queste bambine hanno in seguito intrapreso professioni legate alla cura della persona: infermiere, educatrici, psicologhe).  😉
La seconda bambina, dovrà lavorare sodo per mantenere sempre alto lo standard, perché sente che questo le garantirà di continuare ad essere amata, apprezzata, valorizzata: dovrà essere la prima della classe, nello sport, ecc.
Entrambe, potranno diventare molto brave in quello che fanno (studio o lavoro che sia)…ed entrambe, continueranno segretamente ( e soprattutto inconsciamente!!) a sognare e a desiderare di essere amate ed apprezzate nonostante, quello che fanno.

Questo perché sentirsi “capaci” è cosa ben diversa dal sentirsi “amabili”. L’amore è gratis e non dovrebbe mai dipendere dalle prestazioni.

Ok, obietterete, però impegnandosi così tanto, la marcia in più porta a buone cose, a successi, risultati! Verissimo, ma se affrontiamo i tornanti della vita in quinta o in sesta, rischiamo di cadere in un precipizio.

Quali sono i precipizi più comuni?

–          dipendenza da lavoro (workaholismo): se il senso del valore dipende dal successo lavorativo, si potrà sentire la spinta a lavorare sempre di più, ignorando la stanchezza, le richieste dei familiari, le ferie, i weekend e qualsiasi tipo di limite ( es donne che sono andate a lavorare dopo aver partorito da pochi giorni, o con la febbre a quaranta, o con un braccio rotto ecc); a differenza delle altre dipendenze, quella di cui parliamo è socialmente accettata, ma gli effetti a livello fisico e relazionale, possono essere analoghi a qualsiasi altra dipendenza: insonnia, impoverimento progressivo delle relazioni, desiderio di controllo, incapacità a “staccare” e a rilassarsi, ecc.

–          L’altro ripido precipizio legato alla Mi+, è lo stringere relazioni con un determinato tipo di individui: i preferiti sono i narcisisti. Perché questo accade? Perché una persona desiderosa di avere conferme rispetto al proprio valore, incappa spesso in partner incapaci di empatia e non in grado di valorizzare nessuno? Il punto è che le convinzioni interne sono più forti di qualsiasi conferma esterna. Se siamo strutturati in modo da misconoscere il nostro valore e qualcuno di ‘normale’ (passatemi il termine),  ci valorizza, NON GLI CREDEREMO. Non fino in fondo. Io li chiamo i ‘post-it’.

Ci attacchiamo addosso quella consapevolezza, ma al primo soffio di vento, se ne va. Tenderemo allora a cercarci persone diverse, che crediamo possano donarci un senso più stabile. I narcisisti, soprattutto i più gravi e patologici, sembrano interlocutori perfetti! Primo perché apparentemente comunicano di essere persone con un alto senso del valore personale (ciò non corrisponde assolutamente a verità, in quanto il disturbo narcisistico “copre” sempre un problema di autostima); secondo, perché essendo centrati solo e sempre su se stessi, sono particolarmente incapaci a valorizzare il prossimo, per cui l’idea di fondo, inconscia, diventa: “se mi valorizza lui (lei), così figo, così indipendente, e così avaro di complimenti, allora sarà una valorizzazione VERA, col “bollino di qualità”, e forse finalmente quella segreta aspirazione sarà soddisfatta”.

Niente di più sbagliato! Solo quando il senso del valore non dipenderà da conferme esterne ma dall’interno di noi, della nostra pancia, e sarà qualcosa di normale, non troppo esaltato ma nemmeno svalutante, ci si sentirà meglio.

–          L’altra grande categoria di partner perfetti per persone con Mi+, sono i cosiddetti “incastrati”. (Nel libro un esempio descritto dettagliatamente…) Gli incastrati sono partner che, per loro motivi personali, non riescono mai ad evolvere da soli in nulla di ciò che fanno; non è che non ne abbiano le potenzialità, ma necessitano sempre di un traino (voi!) da parte di qualcuno…ventilatori che rinfrescano solo se qualcuno li attiva a manovella…(e questo è funzionale al vostro bisogno di sentirvi sempre utili, sempre necessari, sempre fondamentali.). Se per un attimo si smette di mulinare e ci si ferma, perché il braccio fa male, anche il partner si ferma. Se per situazioni, contingenze, fatti di vita, si avesse per un periodo il bisogno di essere trainati, anziché trainare, si è nei guai. Ci si troverà inesorabilmente fermi, con la spiacevole sensazione di sentirsi soli pur essendo in coppia.

Vi è capitato?

Tutto questo meccanismo porta a stanchezza continua, depressione, sentimenti di aggressività dovuti alla frustrazione di non essere compresi e al non raggiungere mai la soddisfazione, nonostante tutto lo sforzo che si fa. Tali sentimenti possono essere esternati e sfociare quindi in violenti e continui litigi con il partner, oppure essere tenuti all’interno e acuire un senso profondo di solitudine e depressione.

Non è semplice uscire da tutto questo..non è semplice soprattutto perché come dicevo, la marcia in più è anche una cosa bella, buona, che conduce a successi e soddisfazioni, non è tutto da buttare! Bisogna però imparare a modulare e a “scalare marcia” in alcuni tratti…approfondire la consapevolezza di come funziona la nostra psiche e di come possiamo modificarne alcuni aspetti.

Oltre alla psicoterapia individuale, che ha proprio questo compito, utili sono i gruppi basati sulle narrazioni*; gruppi di persone che condividono un tema di vita, che attraverso la narrazione delle proprie storie, mettono in comune bisogni, conoscenze, esperienze, sostengono buone pratiche e il “noi abbiamo fatto così”, con l’aiuto della terapeuta, delineando percorsi che lasciano una traccia a beneficio futuro anche di altre persone.

E allora…ingraniamo insieme la marcia giusta e non ce lo dimentichiamo: il cambiamento è nelle nostre mani. 🙂

PS ho scritto questo post un po’ di tempo fa..ma lo ripubblico oggi perchè il libro è in uscita…c’è una pezzo della mia vita e personaggi inventati che racchiudono storie di donne e uomini, padri e figlie, con la marcia in più.. ❤

METTETE IL LIKE SULLA PAGINA, QUI, PER PARTECIPARE AL CONTEST “LA MARCIA IN PIU'” E VINCERE UNA COPIA GRATUITA DEL LIBRO!!

Inoltre…da settembre/ottobre organizzerò un gruppo narrativo proprio sul tema della marcia in più..chi volesse essere avvisato in merito all’avvio del gruppo e alle modalità di adesione, può inviarmi una mail a silviaspy@gmail.com

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* “La Medicina Narrativa fortifica la pratica clinica con la competenza narrativa per riconoscere, assorbire, metabolizzare, interpretare ed essere sensibilizzati dalle storie della malattia: aiuta medici, infermieri, operatori sociali e terapisti a migliorare l’efficacia di cura attraverso lo sviluppo della capacità di attenzione, riflessioni, rappresentazione e affiliazione con i pazienti e i colleghi.
(Rita Charon)

 

Bibliografia

  1.                Ansbacher H. L. Ansbacher R. R. (1956) “La Psicologia Individuale di Alfred Adler” Martinelli, Firenze.
  2.                Rita Charon- Narrative Medicine. A model for Empathy, Reflection, Profession, and Trust– American Medical Association, 2001