Rischiatutto!! Insuccesso scolastico, ansia da prestazione e DSA

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“Signore e signori fiato alle trombe e benvenuti al Rischiatutto! Ecco a voi la domanda di oggi..guardate questa foto..questo e’ Gigetto…ve lo descrivo: e’ un bambino di nove anni..molto simpatico..gioca con gli altri, va a scuola…ma quando deve fare i compiti, e’ un disastro. Non c’è verso, non vuole studiare, cerca di evitare le interrogazioni, le insegnanti dicono che e’ pigro e svogliato.. a volte se ne inventa addirittura qualcuna per non andare a scuola o comunque per saltare compiti, verifiche o interrogazioni…dimenticare il libro o il diario..perdere la penna…insomma le prova tutte..insegnanti e i genitori concordano su una cosa..POTREBBE FARE DI PIU’!
E allora cari signori ecco la nostra domanda: secondo voi Gigetto ha:
1) un disturbo specifico di apprendimento
2) delle difficoltà emotive
3) un rallentamento dello sviluppo
Rispondete signori!La uno, la due o la treee? Rischiatutto!”

Beh…se non sappiamo rispondere a questa domanda, Gigetto qualcosa di importante lo rischia.
Vi ci ritrovate?Mamme ed insegnanti?
Vi è successo di non saper dare una spiegazione, di fronte ad un problema di apprendimento?
Io  da professionista, ho ormai sviluppato un’ idiosincrasia per la frase “potrebbe fare di più”…a volte, in modo provocatorio, mi verrebbe da rispondere “certo, potremmo tutti, fare di più!”
Tutti noi, possiamo fare di più. Io stessa, potrei, ma ognuno di noi si confronta con il quotidiano, con momenti, periodi, contesti, ambiti in cui riesce a dare il meglio, oppure no.
Il problema non è il “fare”ma il capire perché non si riesce a dare il meglio, perchè a volte quello che dovrebbe essere il naturale processo di apprendimento (la spinta ad imparare è innata) non funziona, e quali sono i fattori che lo ostacolano.
Eh sì, perchè a scuola si può non riuscire per tanti motivi…
Escludiamo (per il momento) le situazioni di oggettivo svantaggio socio-culturale, semplicemente perché di solito queste situazioni sono già note, seguite dai servizi, le insegnanti ne sono a conoscenza e possono tenerne conto.
Quali possono essere allora gli altri ostacoli?

Si può riuscire benissimo a studiare, ma avere ansia da prestazione e non riuscire ad esternare ciò che si sa;
Si può avere la testa piena di pensieri, fantasie, preoccupazioni, magari perchè mamma e papà si stanno separando, sta arrivando un fratellino, un genitore non sta bene o ha perso il lavoro, e non riuscire a trattenere in mente nulla;
Si può avere un dsa, un disturbo specifico di apprendimento, e non riuscire ad apprendere in una singola materia;
Si può avere un rallentamento nello sviluppo cognitivo, che non va di pari passo con l’età anagrafica.

Quindi insomma, basta capire quale sia il motivo della difficoltà ed applicare la soluzione! Eh..magari fosse così semplice…il punto è che stiamo parlando di ragazzini, di PERSONE, non di etichette diagnostiche, e che in tutti i disturbi di apprendimento c’è COMORBILITA’.
Questo parolone significa che c’è sempre una contaminazione, una coesistenza di aspetti cognitivi ed aspetti emotivi.
Per farvi capire meglio, vi faccio un esempio:

Il bambino A e’ dislessico, ma non lo sa. I suoi compagni iniziano ad imparare a leggere..prima in modo timido ed incerto, poi sempre più sicuro. Studiano delle cose leggendole sul sussidiario e se le ricordano. Lui no, proprio leggere non gli riesce. Teme di fare una brutta figura davanti a tutti..ma perchè quella cosa non gli viene? Inizia ad avere il dubbio di essere stupido, di avere qualcosa che non va, a sentirsi agitato ed insicuro. Quando può, cerca di evitare le interrogazioni, se deve essere interrogato o leggere ad alta voce va in ansia, diventa rosso come un peperone. I compagni ridono. I voti calano. Gli viene sempre più ansia. Anche il solo pensiero lo fa sentire a disagio…magari fa il bullo per compensare, così i compagni non gli daranno fastidio.

Il bambino B invece, soffre di ansia. Vede i compagni che parlano davanti a tutti e li invidia..ma come fanno ad essere cosi spavaldi? A lui, parlare davanti ad altre persone, spaventa a morte. Nella sua testa le cose le sa…ma davanti ad altri, a tutti, alla classe che lo guarda, non se la sente…le parole non gli escono..se gli chiedono qualcosa, diventa rosso come un peperone. Cerca di evitare le interrogazioni il più possibile, i voti calano.

Vedete come, pur avendo origine da fattori diversi, gli aspetti emotivi e di apprendimento si intersecano? Vedete come apparentemente i due bambini hanno un comportamento simile? Evitanti, distratti, con i voti che si abbassano, magari aggressivi in certi momenti, descritti come pigri o che “potrebbero fare di più”?
E allora, se il funzionamento, la manifestazione esterna, non sempre corrisponde alla struttura interna, come possiamo fare per capire?
Fortunatamente, gli strumenti ci sono.
Intanto, se ci troviamo di fronte ad un problema di apprendimento, è bene come a solito fare un passo indietro e porsi alcune domande, che possono aiutarci a creare un primo discrimine:

-I problemi a scuola sono in una materia specifica o generalizzati?
-I problemi a scuola sono nell’orario di un’insegnante specifica?
-Il bambino in questione ha difficoltà in altri ambiti extrascolastici?
-Emergono segnali di ansia o controllo dell’ansia (tic, rituali, somatizzazioni)?
-Ci sono fattori di vita stressanti in quel momento, per il bambino?

Il secondo passo, se ancora ci riesce difficile capire cosa stia succedendo, è condividere perplessità e domande con uno specialista, in modo che possa corredarle con strumenti tecnici preziosi.
Il primo, il più importante, è il test WISC, ovvero Wechsler Intelligence Scale for Children. Il test wisc (nel gergo di noi psico, “la wisc”), è il test di intelligenza per bambini dai sei ai sedici anni utilizzato in tutto il mondo. E’ standardizzato , se parliamo di un Q.I. di 100 intendiamo lo stesso dato, in Italia come in Francia o in America, e può essere utilizzato solo da un medico o da uno psicologo iscritti all’ albo. Nessun altro può utilizzarlo, nemmeno acquistarlo. Questa limitazione deriva da fatto che il Q.I. è un dato estremamente sensibile, e l’iscrizione all’albo e’ garanzia legale di tutela della privacy ed utilizzo consapevole dei dati.
La wisc e’ fatta di 13 prove, ognuna della quale misura una parte dell’intelligenza: logica, verbale, visuo-spaziale, memoria a breve termine, a lungo termine, uditiva, ecc.
Quindi il test ci aiuta moltissimo. Intanto, ci dice se il Q.I. che troviamo è nella norma in relazione all’età, in modo da permetterci di escludere un ritardo nello sviluppo cognitivo.
Se il Q.I. e’ normale, il test ci può evidenziare che ci sono delle discrepanze fra i vari tipi di intelligenza, e far emergere delle “cadute” in prove specifiche. Tali cadute molto spesso sono indice di un dsa, disturbo specifico di apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia ecc).
Il cervello funziona bene nel suo complesso, ma in alcune prove sembra funzionare molto peggio: ad esempio nella dislessia ci sono cadute nelle prove che presuppongono l’utilizzo, per l’apprendimento del canale verbale. Se ascoltiamo un’informazione con le orecchie, la memoria la immagazzina; se la leggiamo con gli occhi, molto di meno. In questa immagine, presa dal sito http://www.aiditalia.org , potete vedere come legge un dislessico. E’ proprio difficile leggere così, no?

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Se la wisc rileva queste discrepanze fra prove, occorre approfondire con test ancora più specifici (es prove di letto-scrittura che mettono in evidenza la velocità di lettura correlazione con l’età). Le logopediste del centro Multicodex sono le nostre preziose alleate per tutta questa parte più specifica. 🙂
Se invece la wisc è nella norma e le abilità sono omogeneamente espresse, possiamo supporre un’interferenza con l’apprendimento di natura emotiva; occorrerà dunque approfondire l’aspetto psicologico, con colloqui, giochi, test emotivi (ovviamente adatti all’età del bambino).

Solo così potremo avere un quadro sfaccettato, il più possibile aderente a quella che è la realtà di ogni singolo bambino, in modo da poter predisporre percorsi di potenziamento delle abilità o di supporto alle difficoltà emotive che non siano “pacchetti pre-confezionati”, ma davvero tarati sull’individualità, tagliati su misura e quindi anche più incisivi.

In conclusione quindi, mi spiace per il povero Mike, ma quando c’è di mezzo una questione importante e interconnessa con diversi domini come l’apprendimento, non RISCHIAMO ma affidiamoci a professionisti seri e strumenti standardizzati. 🙂

Competizione, alleanza e identificazione multipla nella consultazione psicologica con i bambini

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Per introdurre il tema di oggi, voglio condividere con voi un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, che è stata decisiva nella mia formazione di giovane psicoterapeuta.
Assistevo, in qualità di specializzanda tirocinante, ad un primo colloquio, tenuto dalla mia tutor; una mamma “portava” sua figlia dodicenne dalla psicologa, perché la ragazzina aveva problemi scolastici, comportamentali, di socializzazione.
Io dovevo solo osservare il colloquio e scrivere le mie annotazioni.
Questa mamma, con la figlia presente, iniziò a parlarne con affermazioni estremamente squalificanti: “ecco dottoressa, vede, mia figlia è così, è stupida, è una buona a nulla, è imbranata, non è capace di fare niente…ecc”.
Grosse lacrime solcavano il volto della ragazzina, che piangeva in silenzio mentre la madre continuava a descriverla in modo negativo ed umiliante.
Io mi sentivo malissimo…mi ero immediatamente identificata con la ragazzina, che mi appariva fragile ed indifesa, avevo un groppo alla gola e provavo una rabbia indescrivibile nei confronti di quella signora.
Stringevo la penna con le dita senza riuscire ad appuntare nulla sul block notes, e speravo solo che il colloquio finisse in fretta.
La tutor, ad un certo punto, chiese alla mamma: “ma insomma signora, ce l’avrà pure qualcosa di buono questa ragazza?”
E la madre, dopo aver squadrato la figlia lentamente, da capo a piedi, rispose: “NO, in effetti no, nulla”.
Io mi sentii morire, trattenevo a stento le lacrime e la voglia di dire qualcosa a quella signora, i miei occhi esprimevano il più profondo disprezzo.

Ma, per fortuna, non ero io a condurre il colloquio.

La mia tutor si alzò, fece il giro della scrivania (non glielo avevo mai visto fare in precedenza), mise una mano sulla spalla della signora, e le disse, in tono realmente accogliente:  “signora, Lei deve essere una mamma davvero in difficoltà, per essere arrivata a pensare questo di sua figlia”.
La signora inaspettatamente si mise a piangere, abbandonando la difesa rigida e sprezzante che aveva mantenuto fino a quel momento.
Da lì in poi si intraprese un proficuo lavoro terapeutico in cui la mamma analizzò i motivi che la avevano allontanata così tanto da sua figlia, e ricostruì con lei un rapporto positivo ed affettuoso.
La signora non saltò mai una seduta.
Se il colloquio lo avessi tenuto io, non credo sarebbe mai più tornata.

Da quest’episodio (in seguito discusso a lungo durante le supervisioni) imparai moltissimo sulla mia professione: è necessario, quando c’è più di un interlocutore (con i minori, perché ovviamente i genitori sono coinvolti nella terapia), ma anche ad esempio in ambito scolastico, quando ci sono dei punti di vista contrastanti tra famiglia e insegnanti, utilizzare l’identificazione multipla, ovvero la capacità di sapersi mettere nei panni di ENTRAMBI gli interlocutori.
Nel caso descritto prima, certo, io avrei potuto mettermi dalla parte della ragazzina e sostenerla, ma avrei fatto un lavoro parziale, incompleto, monco; sarei stata in competizione con la mamma ( -io capisco tua figlia meglio di te- ), e non sarei riuscita a fare da tramite; l’alleanza terapeutica avrebbe riguardato SOLO UN LATO di un rapporto che invece era fatto da DUE interlocutori, e quindi la ricostruzione di una strada, di un collegamento, di un ponte fra le due parti, non sarebbe stato possibile.

Come spiega la grande psicoanalista Dina Vallino, che ha approfondito per lunghi anni il tema della “consultazione partecipata”, ovvero il lavoro di consultazione psicologica congiunta di bambini e genitori: “l’atteggiamento mentale del terapeuta, durante il primo colloquio, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi e giudicanti”.
Il compito del terapeuta, all’inizio, non deve essere quello di “capire“ il bambino, ma di accogliere e rielaborare il pensiero di un genitore dominato dall’ angoscia di non riuscire a gestire le difficoltà del proprio figlio.
La stessa cosa deve avvenire ogni volta che ci sono più interlocutori…vi faccio un esempio per me quotidiano, lavorando nelle scuole: mi capita di dover incontrare educatrici o insegnanti di bambini che hanno necessità particolari (bambini con problemi alimentari, con disturbi di apprendimento, o con altro genere di disagi o difficoltà psicologiche)….nello spiegare agli insegnanti quali sono le necessità del singolo bambino, devo “allearmi” ANCHE con loro, non posso dimenticarmi del contesto, del fatto che hanno una classe intera con altri bambini, del fatto che hanno dei vincoli organizzativi ed interni, devo quindi lavorare il più possibile per tenere in mente entrambe le necessità e trovare STRATEGIE OPERATIVE CONDIVISE, che vadano nell’ interesse del minore ma che tengano conto anche delle altre persone e delle risorse reali.

Per poter imparare a fare ciò, oltre all’approfondimento e allo studio dei testi, è importantissima e fondamentale la preparazione individuale del terapeuta attraverso l’analisi personale; solo questo genere di lavoro su di sè permette infatti allo psicologo di assumere un atteggiamento non giudicante e di non confondere le identificazioni interne, necessarie alla costruzione dell’alleanza terapeutica, alla “collusione”, ovvero al “dare ragione” ad una parte piuttosto che all’altra (sicuro indice di fallimento terapeutico).

Che ne pensate?

Lavoro di squadra…o no?????  😉

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BIBLIOGRAFIA
Vallino D.(1998) Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi di un bambino. Borla. Roma