Competizione, alleanza e identificazione multipla nella consultazione psicologica con i bambini

Pictures4

Per introdurre il tema di oggi, voglio condividere con voi un’esperienza forte dal punto di vista emotivo, che è stata decisiva nella mia formazione di giovane psicoterapeuta.
Assistevo, in qualità di specializzanda tirocinante, ad un primo colloquio, tenuto dalla mia tutor; una mamma “portava” sua figlia dodicenne dalla psicologa, perché la ragazzina aveva problemi scolastici, comportamentali, di socializzazione.
Io dovevo solo osservare il colloquio e scrivere le mie annotazioni.
Questa mamma, con la figlia presente, iniziò a parlarne con affermazioni estremamente squalificanti: “ecco dottoressa, vede, mia figlia è così, è stupida, è una buona a nulla, è imbranata, non è capace di fare niente…ecc”.
Grosse lacrime solcavano il volto della ragazzina, che piangeva in silenzio mentre la madre continuava a descriverla in modo negativo ed umiliante.
Io mi sentivo malissimo…mi ero immediatamente identificata con la ragazzina, che mi appariva fragile ed indifesa, avevo un groppo alla gola e provavo una rabbia indescrivibile nei confronti di quella signora.
Stringevo la penna con le dita senza riuscire ad appuntare nulla sul block notes, e speravo solo che il colloquio finisse in fretta.
La tutor, ad un certo punto, chiese alla mamma: “ma insomma signora, ce l’avrà pure qualcosa di buono questa ragazza?”
E la madre, dopo aver squadrato la figlia lentamente, da capo a piedi, rispose: “NO, in effetti no, nulla”.
Io mi sentii morire, trattenevo a stento le lacrime e la voglia di dire qualcosa a quella signora, i miei occhi esprimevano il più profondo disprezzo.

Ma, per fortuna, non ero io a condurre il colloquio.

La mia tutor si alzò, fece il giro della scrivania (non glielo avevo mai visto fare in precedenza), mise una mano sulla spalla della signora, e le disse, in tono realmente accogliente:  “signora, Lei deve essere una mamma davvero in difficoltà, per essere arrivata a pensare questo di sua figlia”.
La signora inaspettatamente si mise a piangere, abbandonando la difesa rigida e sprezzante che aveva mantenuto fino a quel momento.
Da lì in poi si intraprese un proficuo lavoro terapeutico in cui la mamma analizzò i motivi che la avevano allontanata così tanto da sua figlia, e ricostruì con lei un rapporto positivo ed affettuoso.
La signora non saltò mai una seduta.
Se il colloquio lo avessi tenuto io, non credo sarebbe mai più tornata.

Da quest’episodio (in seguito discusso a lungo durante le supervisioni) imparai moltissimo sulla mia professione: è necessario, quando c’è più di un interlocutore (con i minori, perché ovviamente i genitori sono coinvolti nella terapia), ma anche ad esempio in ambito scolastico, quando ci sono dei punti di vista contrastanti tra famiglia e insegnanti, utilizzare l’identificazione multipla, ovvero la capacità di sapersi mettere nei panni di ENTRAMBI gli interlocutori.
Nel caso descritto prima, certo, io avrei potuto mettermi dalla parte della ragazzina e sostenerla, ma avrei fatto un lavoro parziale, incompleto, monco; sarei stata in competizione con la mamma ( -io capisco tua figlia meglio di te- ), e non sarei riuscita a fare da tramite; l’alleanza terapeutica avrebbe riguardato SOLO UN LATO di un rapporto che invece era fatto da DUE interlocutori, e quindi la ricostruzione di una strada, di un collegamento, di un ponte fra le due parti, non sarebbe stato possibile.

Come spiega la grande psicoanalista Dina Vallino, che ha approfondito per lunghi anni il tema della “consultazione partecipata”, ovvero il lavoro di consultazione psicologica congiunta di bambini e genitori: “l’atteggiamento mentale del terapeuta, durante il primo colloquio, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi e giudicanti”.
Il compito del terapeuta, all’inizio, non deve essere quello di “capire“ il bambino, ma di accogliere e rielaborare il pensiero di un genitore dominato dall’ angoscia di non riuscire a gestire le difficoltà del proprio figlio.
La stessa cosa deve avvenire ogni volta che ci sono più interlocutori…vi faccio un esempio per me quotidiano, lavorando nelle scuole: mi capita di dover incontrare educatrici o insegnanti di bambini che hanno necessità particolari (bambini con problemi alimentari, con disturbi di apprendimento, o con altro genere di disagi o difficoltà psicologiche)….nello spiegare agli insegnanti quali sono le necessità del singolo bambino, devo “allearmi” ANCHE con loro, non posso dimenticarmi del contesto, del fatto che hanno una classe intera con altri bambini, del fatto che hanno dei vincoli organizzativi ed interni, devo quindi lavorare il più possibile per tenere in mente entrambe le necessità e trovare STRATEGIE OPERATIVE CONDIVISE, che vadano nell’ interesse del minore ma che tengano conto anche delle altre persone e delle risorse reali.

Per poter imparare a fare ciò, oltre all’approfondimento e allo studio dei testi, è importantissima e fondamentale la preparazione individuale del terapeuta attraverso l’analisi personale; solo questo genere di lavoro su di sè permette infatti allo psicologo di assumere un atteggiamento non giudicante e di non confondere le identificazioni interne, necessarie alla costruzione dell’alleanza terapeutica, alla “collusione”, ovvero al “dare ragione” ad una parte piuttosto che all’altra (sicuro indice di fallimento terapeutico).

Che ne pensate?

Lavoro di squadra…o no?????  😉

teamwork_teamwork_A

BIBLIOGRAFIA
Vallino D.(1998) Raccontami una storia. Dalla consultazione all’analisi di un bambino. Borla. Roma

Guerra a tavola: che fare?

Pictures
L’immagine della donna in tuta mimetica ci serve a sdrammatizzare sul tema di oggi, i capricci a tavola…argomento importantissimo e spesso oggetto di difficoltà per molte mamme.

Ci sono bambini che a tavola proprio non vogliono saperne…l’ora del pasto si avvicina e la mamma inizia a sentirsi ansiosa già guardando l’orologio…sa che quasi certamente anche oggi, come tutti gli altri giorni, dovrà sudare e lottare pur di fare mangiare il suo piccolo, dovrà essere furba, rapida, provare ad ingannarlo con strategie diverse o, alla peggio, dimostrarsi più forte di lui e costringerlo in qualche modo ad ingurgitare qualcosa.
Ma perchè ciò accade? E soprattutto, come si può fare qualcosa?
Per capire davvero cosa fare, è necessario fare un passo indietro, anzi due.
Primo: come mai mamme o genitori tranquillissimi, che affrontano in modo impavido capricci su giocattoli, bagnetto, nanna, si agitano così tanto nel momento del pranzo?
La risposta ce la fornisce la biologia: siamo mammiferi come gli altri, e un cucciolo che non si alimenta genera un allarme interno inconscio: danger, danger, il tuo cucciolo non mangia, diventerà debole, sarà esposto ai predatori, e certamente morirà….
Lo so, fa sorridere, ma la vostra archicorteccia (una parte antica del cervello, nella quale risiedono alcune strutture deputate agli istinti di base), se ne frega che abitiate a Torino nel 2013 e che quindi non vi sia nessun reale rischio di vita se il vostro bambino sputa le stelline formato 00 sul muro.
L’ archicorteccia fa il suo lavoro e per non saper né leggere né scrivere vi avvisa, poi fate voi.
Molto spesso i genitori reagiscono a tale allarme mettendo in atto, in assoluta buona fede, strategie “fai da te”, che anziché risolvere il problema, lo consolidano; tali strategie si basano soprattutto sul distrarre il bambino mentre mangia, utilizzando tv, giochi, canzoncine; a volte si arriva addirittura ad assoldare il marito o un parente come “giullare” ed intrattenitore ad ogni pasto
Altra strategia disfunzionale spesso usata dai genitori in difficoltà, è quella di forzare il bambino o cercare di convincerlo, promettendogli premi o punizioni.
Adottando tali comportamenti e reiterandoli per lungo tempo, il bambino peggiorerà anziché migliorare. (Parola di psico, ve lo giuro sul diploma di Specializzazione, NESSUN bambino ha mai imparato ad alimentarsi seguendo questi metodi).
Per capire il motivo, dobbiamo fare un secondo passo indietro.
La cosa fondamentale, basilare, fattore di protezione per i disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale, è la FIDUCIA E CAPACITA’ DI ASCOLTO nei propri segnali corporei.
Un bambino che SA dire se è sazio o no, si fida di se stesso e delle sensazioni enterocettive che gli invia il suo stomaco, mangerà il giusto.
Ve l’ho detto, siamo mammiferi, istintivamente sappiamo fare tre cose in croce, senza doverle imparare: alimentarci quando sentiamo fame, accoppiarci quando sentiamo un impulso sessuale, scappare quando sentiamo un ruggito o altro segnale che ci indichi la presenza di un possibile predatore.
Ma se il bambino viene distratto o obbligato, perderà progressivamente l’importante capacità di alimentarsi e regolare la quantità di cibo introdotto in modo autonomo, poiché abituandosi a mangiare in modo inconsapevole o forzato, non sarà più in grado di leggere i propri segnali corporei di fame e sazietà. A seconda delle caratteristiche di personalità potrà quindi assumere un atteggiamento passivo (lascio che il genitore decida per me e mangio senza limitarmi–>bambini che rischiano l’obesità), oppure un atteggiamento sfidante (ho io il controllo e se decido posso anche non mangiare–> bambini sottopeso).

Immaginate un genitore disperato che alimenta il proprio figlio di notte, mentre dorme, con un biberon di latte nel quale ha sciolto un omogeneizzato di pesce (purtroppo non è finzione, in consultazione mi è stato riportato e non una sola volta)..immaginate che sensazione corporea innaturale avrà quel bambino al risveglio..come potrà capirci qualcosa del suo corpo?
O parliamo della tv: le ricerche hanno dimostrato chiaramente che mangiando distratti si mangia di più del proprio fabbisogno, ma è questo che vogliamo? E’ questo l’obiettivo? O vogliamo che i bambini imparino ad alimentarsi in misura corretta rispetto al loro fabbisogno, con piacere e in autonomia?

In terapia con bambini che hanno problemi alimentari utilizzo un metodo che ho chiamato RI.DE.RE: si basa sul RIdefinire le abitudini alimentari e concordare con i genitori l’abbandono di tutte queste strategie; il DEcondizionare il bambino da esperienze negative (i bambini obbligati a mangiare vomitano molto spesso il cibo e tale ricordo sensoriale permane per lunghissimo tempo…avete mai fatto indigestione di qualcosa? Dopo quanto tempo avete di nuovo mangiato quell’alimento?), e il REimparare ad ascoltare il corpo, allenare quindi i bambini, con giochi e tecniche specifiche, a riconoscere nuovamente e in modo sempre più preciso, i segnali corporei di fame e sazietà.

Quindi, care mamme e papà, cercate di non obbligare mai, in nessun caso e per nessun motivo, un bambino a mangiare; fanno eccezione solo motivi medici, (ad es. la necessità di raggiungere un certo peso prima di un intervento chirurgico urgente o altro che sia stato prescritto dal medico pediatra), se siete in difficoltà provate ad adottare le strategie suggerite in questo post e non esitate a chiedere aiuto.

Un estratto di quanto spiegato qui lo trovate sull’intervista che ho rilasciato per il canale mamme de lastampa.it

http://www.lastampa.it/2013/09/20/societa/mamme/educazione-e-formazione/capricci-a-tavola-lNBHldH1vK5w9sfPYHgDhO/pagina.html