8 Marzo – La favola che non ci verrà mai raccontata

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C’era una volta e c’è ancora, in nessun Paese e in tutti i Paesi, una donna che viveva rinchiusa in una torre. Le avevano spiegato che il mondo era pericoloso e lei non poteva permettersi di affrontarlo da sola, mai sia! Doveva aspettare un principe azzurro che venisse a salvarla, da sola non poteva fare proprio nulla.

La donna aspettava ed aspettava ma non arrivava mai nessuno, solo una volta aveva sentito dei sassolini alla finestra e si era affacciata, speranzosa, rassettandosi i capelli corti (aveva provato per un po’ a farsi crescere la treccia, però era davvero scomoda), ma il Principe che passava di lì non era propriamente Azzurro, più un Celestino sbiadito, e non intendeva affatto salire a salvarla; anzi, le aveva chiesto se aveva cucinato qualcosa di buono, e se poteva lanciarglielo giù, o, in alternativa, se poteva mandarle su in un cestino il suo mantello da lavare. La donna, allarmata, si era inventata che doveva urgentemente scongelare le biove*; era rientrata nella Torre di gran carriera, e non lo aveva più visto.

Quindi aveva aspettato ed aspettato. Era cresciuta fissando quella porta chiusa, guardando la TV, oppure osservando dalla sua finestrella le persone passare; ogni tanto aveva provato a chiedere aiuto, ma un incantatore chiamato Stereotipo aveva confuso tutti gli abitanti del paese attirandoli a sé con la sua voce flautata, perciò nessuno si era fermato a chiacchierare con lei. E allora aveva continuato ad aspettare. Le avevano detto che era normale, che una donna deve essere posata ed avere pazienza, ma a lei sembrava che il tutto fosse così assurdo, e noioso.  Si sentiva piuttosto in forze e la passività non le si addiceva per niente, ma tant’era.  Sentiva spesso una strana sensazione nella pancia: un’urgenza, una voglia di urlare, di correre a perdifiato, di ballare..di vivere, insomma.

Sognava spesso di vedere la maniglia abbassarsi, e il suo principe entrare a salvarla.

Una notte, invece, le apparve in sogno una Fatina. A dire la verità un dubbio le venne, perché non sembrava veramente una Fata: aveva ali trasparenti e levitava a mezz’aria, ma appariva piuttosto burbera; inoltre non indossava un vestito luccicante, ma scarpe da ginnastica consumate, pantaloncini, una maglietta con uno strano logo, e al collo una collana pendente con una piccola sveglia al fondo. “Chi sei?” Chiese la donna. “Sono la Tua Fata del Risveglio”, rispose. “Mi farai uscire da qui? – Chiese la donna, emozionata – Sta arrivando il mio Principe? Il vestito lo vorrei lavanda, a Mattino Cinque hanno detto che è il colore della Primavera 2018.” “Ma smettila!- rispose la Fata accigliata, scuotendo la testa- Non hai ancora capito? Non c’è nessun Principe. Inoltre sono allergica alla lavanda.” Si sfilò la collana con la sveglia, la infilò al collo della donna e le disse: questo è il mio regalo per te: è ora che ti svegli.  La salutò dandole una pacca forte dietro la schiena, e svanì.

Quando la ragazza si svegliò, pensò che fosse solo un sogno, ma sollevandosi nel letto sentì male nel centro della schiena, e si accorse di avere indosso la collana con la sveglia. Allora capì.

Si alzò dal letto, si diresse verso la porta, spinse sulla maniglia e la porta si aprì.

E sapete perché?

Perché era sempre stata aperta.

Questa storia è stata scritta per tutte le donne. E’ stata scritta per ogni donna molestata, vessata, sottopagata, stalkerata. Per ogni donna umiliata, sfruttata, accoltellata, incendiata, lapidata.

Il primo cambiamento è nella nostra testa e possiamo farlo solo noi, ognuna di noi, aiutando le altre a farlo a loro volta. Prima di imparare a difenderci tirando calci e pugni, dobbiamo aprire la mente e capire che POSSIAMO farlo, sì, possiamo farlo davvero. Ci hanno raccontato che dobbiamo essere passive e che da sole facciamo poca strada. Ce lo hanno inculcato con libri, pubblicità, cartelloni. Ce lo rimarcano ogni volta che ci chiedono cose inopportune ad un colloquio di lavoro, ogni volta che se ci piace il sesso siamo pu..@ne, e se non ne abbiamo voglia siamo fi@he di legno. Ce lo rimarcano ogni volta che ci trattano come macchine sforna-figli o che ci martellano per sapere perché non ne vogliamo, di figli. Ogni volta che se stiamo zitte dovevamo parlare, e se parliamo, chissà dove vogliamo arrivare.

Ce lo fanno capire in ogni modo, ma dobbiamo svegliarci.

Possiamo farlo, davvero. Non vi dico che sarà facile, o scontato. Ma ognuna di noi può, deve, provare a pensare a se stessa, a volersi bene, ad allontanare da sé chiunque la denigri, la tratti in modo non degno. Ognuna di noi può provare a mettere dei confini, a valorizzare la propria persona, a difendersi, a tutelarsi in tutti i modi possibili.

Possiamo farlo, potete farlo.
Nessuno verrà a salvarvi.

Salvatevi voi, Amatevi voi, tutto il resto verrà da sé, ma tutto, proprio.

Ah, se poi imparate anche a tirarlo, qualche pugno, male non vi fa.  B-)

Buon 8 marzo,

vi voglio bene,

Silvia

*biova: tipica pagnotta piemontese

25 Novembre – Titanic e la storia di Mario e Maria

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25 Novembre
Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Vi racconto la storia di Mario e Maria (nomi di fantasia)

Mario e Maria sono sposati da qualche anno, ma le cose fra loro non vanno bene.
Nei momenti migliori, ci sono sorrisi un po’ tesi, parole dette con cautela, film visti e commissioni fatte insieme ma sempre con una distanza, come due solitudini che camminano una a fianco all’altra, si intravvedono ma non riescono mai a toccarsi, a farsi del bene.
Nei momenti peggiori, arrivano i litigi. Sono iniziati con piccole cose, Mario nei locali alzava un po’ troppo il gomito e poi diventava molesto, geloso, gli sembrava che Maria guardasse gli altri uomini, la strattonava per il braccio per portarla via, le criticava l’abbigliamento, le amiche, non voleva vederla chiacchierare con nessuno.

Maria scambiava questa possessività per interesse e focosità.

Lui si arrabbiava spesso, per cose che a Maria sembravano sciocche, ma chissà perchè per lui sembravano così importanti..alzava la voce e andava a parlarle proprio davanti alla faccia, lei sentiva il suo alito e a volte piccoli sputi le arrivavano sul viso, mentre lui urlava. Poi ci fu il giorno zero, Maria divide la vita in AB e DB (Ante Botte e Post Botte). Il giorno della prima volta in cui Mario perse il controllo e picchiò Maria, uno schiaffo sul viso che la colpì sull’occhio, rendendoglielo gonfio e blu.

Maria ci pensa sempre, avrebbe dovuto andarsene quel giorno. Farsi le valigie e sfancularlo. Quel giorno ha segnato uno spartiacque, perchè accettare di ‘perdonarlo’ e di restare con lui, è stato come dargli il permesso di ripetere quel gesto, consentirgli di superare il limite molte altre volte.

E infatti così è stato. Dopo il giorno zero c’è stato il giorno uno, due, dieci, e molti altri a seguire. C’è stato l’allontanamento di Maria dal lavoro, e dalle sue amiche, perchè ogni volta che telefonavano lui era lì, voleva ascoltare, Maria era in imbarazzo e pian piano le amiche hanno smesso di cercarla, tranne una, la più testarda, che le vuole bene come una sorella, non le dice nulla sapendo che lui probabilmente sta ascoltando la conversazione, ma la chiama comunque ogni giorno, anche per dirle solo ciao.
Il giorno in cui Mario ha bucato la porta di camera loro a pugni (perchè lei si era chiusa dentro), Maria ha provato a parlare con sua mamma, le ha raccontato tutto piangendo.
La mamma le ha detto di ‘portare pazienza’, perchè ‘anche tu hai il tuo bel caratterino’.
E’ tornata a casa ancora più disperata, ancora più infelice.

Anche Mario è infelice.

Non gli piace fare quello che fa, ma Maria lo provoca in modo così evidente..odia la versione di se stesso in preda alla furia, ma è più forte di lui, un toro davanti ad un drappo rosso, incontrollabile.

Perchè faccio così? Si chiede davanti allo specchio.

Non ha ancora trovato le risposte. Forse fa così perchè la violenza è il primo linguaggio che ha conosciuto, i ceffoni prima dell’ ABC.
Forse fa così perchè suo padre faceva così prima di lui, perchè se lui piangeva gli diceva di non fare ‘la femminuccia’, fa così perchè bisogna far vedere che si è forti, machi, perchè altrimenti le donne non ti portano rispetto e ti mettono i piedi in testa.

Ha respirato violenza e maschilismo fin dal biberon.

E poi quando la furia è passata e lui vede Maria accucciata, dolorante e piangente, si ricorda di lui da bambino, nella stessa posizione, e finalmente sente il dolore, può permettersi di abbracciarla, consolarla, come se lo facesse con se stesso. Si sente meglio in quei momenti, e contemporaneamente una merda, giura a Maria e a se stesso che non lo farà mai più, ma poi puntualmente la furia si riaffaccia, improvvisa e inarrestabile.

Perchè gli lascio fare così? Si chiede Maria, davanti allo specchio.

Forse perchè le hanno sempre detto che una ragazza seria non si separa dal marito, quello lo fanno le zoccole. Forse perchè le hanno sempre fatto pensare che le donne perbene non devono alzare troppo la testa, devono essere accomodanti, passive.
Maria ha un fisico piuttosto robusto e imponente, Mario invece è magrissimo…se non si sentisse bloccata, potrebbe fermargli la mano. Se sapesse di volerlo, potrebbe reagire. Fisicamente è più forte di lui. Emotivamente invece si sente fragile come un cristallo, ha appreso l’impotenza in famiglia, in lunghi anni in cui ogni sua alzata di testa veniva punita, in cui ogni sua spinta vitale verso l’autodeterminazione riceveva sguardi o commenti di disprezzo. Non è più consapevole di essere forte, di avere risorse, di potersi difendere. Si è dimenticata dell’istinto che ti fa rivoltare contro un aggressore.
L’istinto è sepolto sotto quintali di “non si fa”, “non si deve” “una ragazza seria non risponde”, ecc.

Ha respirato maschilismo anche lei, fin dal biberon e dalla prima gonnellina vezzosa che le impediva di correre veloce come i maschi.

Una sera Mario e Maria sono sul divano, in TV trasmettono Titanic.

Jack è un poveraccio ma è un signore, mette Rose al primo posto, la difende a costo della vita, la valorizza, la corteggia, ma soprattutto più di ogni altra cosa vuole il suo bene e la sua emancipazione. Il cervello di Maria è un fermento di neuroni accesi, il cuore una fucina di rabbia sopita, di idee, di desideri.
Nella scena in cui la madre di Rose le stringe il corpetto tirandole i lacci, Maria ha una fitta al petto.
Cal Hockley dà uno schiaffo a Rose, e Maria sussulta. Come è possibile? Quel film parla di lei, della sua prigionia invisibile.
Jack e Rose salgono su un macchina parcheggiata. Lui si mette davanti, suona il clacson e dice: “Dove la porto, signorina?”
“Su una stella”, risponde lei, abbracciandolo.

Maria realizza che si merita un uomo che la porti su una stella, anzichè un uomo che gliele faccia vedere, le stelle.

“Me ne vado”. Dice in modo semplice, secco, immediato.
Si alza, infila le scarpe, prende il cappotto e la borsa.
Mario si altera subito: “Dove cazzo staresti andando tu, a quest’ora?”, dice, avvicinandosi minaccioso a Maria.
Maria stavolta non si copre la testa con le mani, anzi, le mani le mette davanti a sè, con le braccia tese e dritte come per fermarlo, per mettergli una barriera fisica, fargli vedere un limite.

“Non ti avvicinare. Non sto scherzando. Non fare un altro passo”.
La voce che esce non sembra nemmeno la sua, è assertiva, decisa.
Mario resta confuso per un istante, non si aspettava una reazione.
L’istante dopo, Maria è già giù per le scale, di corsa. In macchina, e poi a casa della sua amica.

Quello che segue dopo, per entrambi, è la parte più faticosa della storia.
E’ la parte della ricostruzione di una vita, di un’identità di persona oltre la violenza. E’ la parte della messa in discussione, del lavoro su di sè.

Che ti identifichi in Mario o Maria, non importa. La violenza non è mai la risposta.

Ogni giorno, ci sono professionisti competenti e preparati che aiutano persone che vivono nella violenza; ci sono centri antiviolenza in ogni città, ci si può andare in modo gratuito, anonimo. Basta googolare per trovarli. Ci sono centri di ascolto per uomini maltrattanti, che aiutano a essere uomini diversi, più felici, più soddisfatti, apprezzati dalle loro compagne e rispettati.

Che tu sia Mario o Maria, chiama oggi. Mettere fine allo schifo, alla paura, al senso di colpa, è possibile. So che è faticoso, che sembra una scalata troppo impegnativa, ma ce la si fa, altri ce l’hanno fatta, si sono fatti un mazzo quadro, non te lo nego, ma ora si godono il resto della vita nella piena dignità di essere persone libere dalla paura. 

Salta su questa scialuppa, ora 🙂