Sei mio figlio ma non ti sopporto..Conflitti in famiglia e messaggi in bottiglia: la storia di Marco

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“sarò quel vento che ti porti dentro
e quel destino che nessuno ha mai scelto, e poi
l’amore è una cosa semplice
e adesso, adesso, adesso, te lo dimostrerò”
Tiziano Ferro – L’amore è una cosa semplice

 

Nell’immaginario generale, la relazione fra una mamma e il suo bambino, è quanto di più dolce e positivo possa esistere; nel Mulino Bianco, mamme amorevoli e figli ubbidienti, siedono a colazione ridendo e scambiandosi teneri sguardi di intesa, talmente stucchevoli che forse è più credibile Banderas con la gallina.
Nel Mulino Reale, invece, le cose non sempre stanno così: certo, la relazione fra un genitore e suo figlio, è quanto di più intenso ci possa essere, ma tale intensità ha in sé anche ambivalenze, timori, sentimenti a volte difficili.

Quando le cose funzionano, è davvero meraviglioso, ma non sempre è così.

Per farvi capire cosa intendo, vi racconto la storia di Marco.
La mamma di Marco arriva alla consultazione psicologica esasperata dai continui atteggiamenti oppositivi e rigidi del suo bambino, che fa seconda elementare.
Ogni mattina, è una guerra: Marco infatti fa molta fatica a fare le “normali” cose che occorrono per andare a scuola: nella vestizione, è lentissimo, perché i vestiti non debbono avere alcuna piega: le calze gli tirano e gli danno fastidio, la maglietta non è aderente, i pantaloni si afflosciano (Marco è magrissimo, pertanto è praticamente impossibile che gli indumenti non facciano pieghe, addosso a lui).
Nonostante gli inviti sempre più pressanti della mamma a fare in fretta (il papà al mattino esce molto presto per lavoro), Marco non accelera; prima di uscire, deve mettere gli Avengers in fila allineandone le teste, se le teste sono (impercettibilmente) storte, deve sistemarle;  la scena termina con la mamma che dopo aver urlato e perso la pazienza, quasi di forza carica Marco in macchina e lo lascia a scuola.
Vedo che la signora trattiene un’ intensa rabbia mentre parla di ciò, e le rimando che deve essere veramente faticoso ed esasperante, iniziare ogni giornata così.
Come sollevata dal mio rimando, la signora inizia a piangere; grosse lacrime le solcano il viso e sento inequivocabilmente che sono lacrime di frustrazione, brucianti.
Mi confessa che si sente uno schifo, una madre orribile,  perché nulla di ciò che ha tentato fa presa su suo figlio: “lui non mi ascolta, non gliene frega niente!”.
Dico che mi sembra molto arrabbiata con suo figlio..la signora continua..”sì, sono una pessima madre..in certi momenti..posso dirlo? Vorrei dargli una sberla, sento che mi odia e anche io lo odio…ma come è possibile? E’ mio figlio, questa è la cosa più orribile del mondo, è tutto sbagliato”.

Ora le lacrime non mi sembrano più di rabbia, ma di disperazione.
Cerco subito di sgombrare il campo dall’ idea di ‘giusto’ e ‘sbagliato’: il giudizio, in una situazione così difficile, non ci aiuta, il senso di colpa tanto meno; dico che è una cosa che succede a molte mamme, che lei e suo figlio si sono incastrati in una dinamica che fa stare male entrambi, e che troveremo il modo di uscirne.
La signora si tranquillizza un po’..chiede se è vero che anche altre mamme ogni tanto provano queste cose…io sorrido “pensava di essere solo lei?” La signora annuisce e finalmente fa capolino un sorriso.

La storia appena raccontata, (come sempre con un nome di fantasia, e con uno spunto preso da più “Marco”), ci aiuta a capire alcuni meccanismi: come è possibile provare degli intensi sentimenti negativi per il proprio figlio o figlia? E cosa bisogna fare se ci si accorge di ciò?
Come detto poco fa, il senso di colpa non serve a niente: nemmeno auto-giudicarsi come pessime; ci vuole un pizzico di compassione per se stesse, per essere in una situazione così difficile, e la forza di farsi dare una mano a capire dove si è innescato il meccanismo disfunzionale, e ad invertire la rotta.

I bambini ci mandano messaggi; sempre, costantemente: a volte questi messaggi sono più importanti di altri…Nel caso di Marco, ad esempio, questa necessità di avere tutto “dritto”, tutto a posto, indica un tentativo di tenere tutto sotto controllo, va letta quindi come un sintomo ansioso.
E’ come se il bambino volesse comunicare alla mamma che lui fa una fatica pazzesca a tollerare le cose “storte” e che si discostano dal suo controllo, ma sbaglia il MEZZO; anziché scrivere questo messaggio su un rotolo di pergamena, infilarlo in una bottiglia, ed affidarlo dolcemente alle onde del mare perché lo traghettino fino dalla mamma, arrotola il messaggio ma poi lo recapita con una bottigliata in testa. La mamma, giustamente arrabbiata, si concentra sul mal di testa, e getta il fogliettino con il messaggio, non leggendolo.
Il bambino ripeterà quindi questo meccanismo, nella speranza che prima o poi il messaggio venga letto.

Cambiando ottica, pertanto, ogni momento di crisi è un momento PREZIOSO, poiché al suo interno risiede la segnalazione del problema e quindi anche la possibilità di risoluzione dello stesso.
Se non viene compreso e risolto, si ripresenterà all’infinito, spesso anche con un’escalation di toni.
Inoltre, è anche importante comprendere che spesso i bambini mettono in atto questi meccanismi PROPRIO con i genitori, non perché non gliene frega niente o perché non vogliono loro bene, ma perché esprimono la difficoltà con le persone per loro PIU’ IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE.
In questi casi, è utile una consultazione partecipata; non è una terapia familiare, ma un contenitore nel quale si fanno alcuni incontri con la mamma, o con mamma e papà insieme, per spiegare il meccanismo, alcuni incontri magari con mamma e bambino insieme, alcuni incontri col bambino da solo, per aiutarlo a trovare modalità più funzionali di segnalare le sue difficoltà.

Una volta capito che la rigidità di Marco era sintomo di una sua ansia, la rabbia della mamma è calata drasticamente; questo le ha consentito di essere meno reattiva e di accogliere la difficoltà del suo bambino, aiutandolo a trovare strategie più funzionali…capite la differenza fra dire al figlio: “smettila con questa cavolata delle calze!! Lo fai apposta per farmi arrivare tardi!!”, o dirgli: “Marco ho capito che per te è proprio difficile tenere le calze storte, proviamo a raddrizzarle insieme il più possibile ma vedrai che ce la fai anche a tollerare che non siano perfette”..nel momento in cui si è sentito compreso, Marco ha attenuato sempre di più i suoi comportamenti.
Mamma e bambino sono così tornati ad avere una relazione affettiva, non tesa.
Nel caso di Marco, il messaggio in bottiglia era l’ansia rispetto ad un mondo poco controllabile e che non gli corrispondeva esattamente; altre volte può essere la rabbia, la gelosia, la tristezza o altre difficoltà: cercate sempre di cogliere il messaggio (anche se vi è arrivato con una bottigliata!), e se proprio vi rendete conto che il mal di testa per la botta in fronte vi rende impossibile decodificarlo, chiedete aiuto, perché mamme e bambini meritano di amarsi in modo semplice, spontaneo, senza troppi ostacoli e barriere che frenano, irritano, bloccano, e di tornare a fare colazione normalmente, con buona pace di Banderas e di Rosita 😉

 

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“Mamma ti giuro, non ho fatto niente!”..bugie dei bambini e stile educativo punitivo

 

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Nel paese della bugia, la verità è una malattia.
-Gianni Rodari-

Domenica mattina, a casa…avete messo sul fuoco il ragù per il pranzo e mentre cuoce state leggendo un bel libro sul divano, i bambini giocano (apparentemente!) sereni, lo scenario è da Mulino Bianco, ci manca solo Banderas con le macine e la gallina Rosita.
Dopo poco, però, qualcosa accade…i bambini (due maschi di 4 e 9 anni, un esempio a caso 😉 ) gridano e uno dei due piange, chiamandovi. “Cosa è successo?” “Lui mi ha spinto/morso…ecc”
Mille volte avete detto che se uno dei due avesse fatto male al fratello, sarebbe stato punito (niente tv, qualche gioco tolto, ecc).

“non è vero mamma, te lo giuro, non ho fatto niente!!”, afferma il fratello, guardandovi con gli occhioni del gatto di Shrek.*
Dall’inequivocabile segno dell’orologio sul polso lasciato dal morso, arguite che vostro figlio vi sta mentendo.
Lasciamo perdere, per oggi, cosa decidereste di fare in seguito, e concentriamoci insieme su un singolo aspetto di questa situazione:

Se non ci fosse stata alcuna punizione in ballo, vostro figlio vi avrebbe mentito lo stesso?

Tutti o quasi i genitori, desiderano che i loro figli crescano coltivando il valore dell’onestà. La sincerità è importante, nelle relazioni umane, poiché è direttamente collegata alla fiducia nell’altro, alla base di qualsiasi rapporto affettivamente significativo.
Ma quale stile educativo è il migliore, per promuovere un atteggiamento onesto e sincero nei confronti degli altri?
Lo spiegherò raccontandovi uno studio che è stato fatto da alcuni ricercatori.

I ricercatori hanno preso come campione due scuole materne dell’Africa Occidentale, con bambini di 3-4 anni provenienti da realtà socioculturali simili; una scuola, però, aveva fama di avere metodi particolarmente punitivi (nell’articolo sono menzionate addirittura punizioni corporali, come bacchettate o scappellotti), l’altra era invece nota per utilizzare metodi particolarmente non-punitivi (strategie come il far sedere i bambini un attimo o, alla peggio, mandarli in ufficio dalla dirigente).
I bambini di entrambe le scuole, sono stati sottoposti allo stesso esperimento: sono stati portati uno alla volta in una stanza insieme all’esaminatore, che ha detto loro che gli avrebbe mostrato un gioco, fino a quel momento tenuto coperto; l’esaminatore ha quindi fatto finta di dover andare a prendere qualcosa che aveva dimenticato, ed ha detto al bambino/a di aspettare, che sarebbe tornato dopo un minuto, e di non guardare che cos’era l’oggetto. Nel minuto di assenza dell’esaminatore, il comportamento del bambino/a veniva videoregistrato.
Al rientro, al bambino o alla bambina veniva chiesto se avesse sbirciato per vedere cos’era l’oggetto, ed indipendentemente dalla risposta, veniva inoltre chiesto a tutti di quale oggetto si trattasse.

La quasi totalità dei bambini, di entrambe le scuole, sbirciò l’oggetto.
(ah..le tentazioni!! 🙂 )

Ma la differenza venne fuori nel rispondere alla domanda dell’esaminatore: “mentre non c’ero, hai guardato cosa c’era qui sotto?”.
Più o meno metà (56%) dei bambini della scuola non-punitiva, mentì, mentre nella scuola “punitiva”, mentirono quasi tutti i bambini!! (94%)
Inoltre, il 70% dei bambini della scuola non-punitiva, rispose alla seconda domanda “che cos’è l’oggetto?”, dicendo la verità (e rivelando quindi la loro precedente bugia), mentre i bambini della scuola punitiva rispondevano “non lo so”, o nominando un oggetto diverso, coprendo quindi la bugia precedente, con una nuova bugia.
La conclusione dell’esperimento, è che i bambini della scuola punitiva, erano ben cinque volte più bugiardi di quelli della scuola non-punitiva.

A partire dalla descrizione di questo interessante studio, volevo fare con voi un po’ di considerazioni:

  • le bugie sono importanti: sono segno di intelligenza, in particolare di quella “teoria della mente” della quale ho già parlato, ovvero segnalano che un bambino/a ha in mente che un’altra persona potrebbe pensarla, su uno stesso argomento, diversamente da lui/lei; per crescere, qualche bugia detta a mamma e papà è necessaria, significa anche prendersi una responsabilità; il genitore, pur sapendo che può accadere e accadrà, continuerà comunque a disincentivare la menzogna;
  • qualche bugia è un conto, mentire SEMPRE per paura di una punizione, è un altro: vogliamo bambini che abbiano un’etica interna, personale, indipendente dal contesto, oppure che facciano le cose giuste solo per il timore di essere puniti? Vogliamo che i bambini pensino che non possono dirci nulla di brutto, per paura di farci arrabbiare, o preferiamo che si sentano liberi di confidarsi con noi?
  • Le punizioni descritte nell’articolo sono particolarmente pesanti; sarebbe accaduto lo stesso con punizioni più leggere?

Io ritengo che, magari in misura un po’ ridotta, sarebbe accaduto lo stesso.

Il punto è il clima relazionale: per lasciar emergere se stessi in toto, anche negli aspetti meno positivi e piacevoli, occorre sapere che l’altro, in particolare l’adulto o educatore, non ci respingerà; ma questo equivale ad accettare tutto? Io credo proprio di no. Il difficile, nell’educazione dei bambini, è riuscire a dare dei limiti ai vari COMPORTAMENTI, senza etichettare o rifiutare LA PERSONA.
Far passare il messaggio “questa cosa che hai fatto è sbagliata, ma ti voglio bene lo stesso e sono certo che capirai da solo di non farla più”.

Quindi, punire o no?

In linea di massima, per me, no.
Se vogliamo aiutare i nostri figli a sviluppare un senso etico INTERNO, dare una punizione percepita come proveniente dall’esterno,dal genitore giudice maximo e censore, serve a poco. Inoltre, molti stimoli negativi usati costantemente come punizioni, diventano abitudini, e perdono il loro potenziale sul determinare il comportamento (esempio fresco di ieri: una bambina che ho in consultazione non si ricordava più per cosa fosse stata punita…ho chiesto quindi alla mamma, e non se lo ricordava più nemmeno lei!!) Capite bene che così, non si incide molto sul comportamento.

Meglio piuttosto lodare ed incentivare i comportamenti POSITIVI.
Se vogliamo però dare delle piccole punizioni, al fine soprattutto di insegnare che le azioni che il bambino o la bambina compiono, hanno delle conseguenze, proviamo a rispettare certe caratteristiche:

  • mai punizioni violente, fisiche, corporali: inaccettabili in ogni tipo di situazione;
  • mai punizioni umilianti o spaventanti (raccontare a tutti in modo sarcastico cosa ha fatto il bambino, deriderlo, chiuderlo al buio ecc);
  • mai punizioni che riguardano il cibo, che non è oggetto di scambio ma una necessità del corpo;
  • mai punizioni che non c’entrano nulla con lo “sbaglio”: se il bambino ha rovesciato un piatto sul pavimento, meglio chiedergli di pulire, anche accettando che ci vorrà del tempo e che magari non sarà pulito benissimo, piuttosto che togliergli i cartoni..in questo modo si sviluppa più l’idea che quello che si fa, giusto o sbagliato che sia, ha delle conseguenze, piuttosto che l’idea di un genitore autoritario ed onnipotente che punisce su ciò che vuole lui/lei;
  • mai punizioni di una durata temporale eccessiva/non congruente all’età del bambino: più il bambino è piccolo e più la punizione deve essere breve; punizioni che mi è capitato di sentire tipo: “DUE MESI senza tv” hanno pochissimo senso, poiché non incidono davvero sul comportamento del bambino, diventano, nella mente del bambino, un dato di fatto, una condizione quasi normale.

    Che ne pensate?
    Utilizzate le punizioni o no?
    Siete stati puniti, da bambini?
    Pensate che vi sia servito?

    Qui sotto, il link allo studio descritto:

    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22023095

    *il gatto di Shrek
    gatto shreck